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Breve romanzo triste d’amore e di Bisanzio, parti I-VI

di tamas

I.

Il dottor Nobile non ha problemi con la propria vita né con il proprio lavoro, e non gli interessa granché che tanti anni di studio intenso ed appassionato siano risultati in fondo sprecati e non trovino alcuna applicazione nella sua attività quotidiana; anzi, lui crede davvero, nel profondo della sua anima vasta e non del tutto conoscibile, che quel posto allo zoo sia stato una benedizione e un colpo di fortuna.
Al dottor Nobile piace fare quel che fa, perché in realtà le incombenze che gli sono richieste sono assai leggere: trovare i nomi per i cuccioli che vengono al mondo e all’occorrenza, quando nessun altro può farlo, spalare via gli escrementi delle bestie.
In pratica, spetta a lui battezzare dei piccoli e portar via la loro merda; e quando la mette giù così, anche il distaccato cuore del dottor Nobile non può che gonfiarsi d’orgoglio paterno.

II.

E al diavolo, davvero, al diavolo gli anni impiegati a studiare l’Impero Romano d’Oriente, le diottrie gettate al vento seguendo polemiche ingiallite tra studiosi morti, al diavolo gli involontari tuffi di gioia al solo leggere il nome di Basilio il Bulgaroctono, al solo ripercorrere i suoi crudeli trionfi. Meglio, molto meglio il posto allo zoo, i bambini con il gelato colante e la faccia sporca davanti alla gabbia delle tigri, le scimmie tristi che gli domandano con gli occhi colmi di distante dolore quand’è il termine della loro pena, le merde disumane e le scope di saggina. Meglio.

III.

E poi lei appare d’improvviso, come gli slavi nei Balcani, e non c’è modo di contenerla. Lui ha una tuta gialla e un sacco maleodorante che non si decide a buttare via, perché lei è sulla panchina, ha un libro ed un sorriso inspiegabile, e al dottor Nobile il volto di lei sembra circonfuso d’oro. Se ne vedono a Ravenna, di volti così, ma sono volti di morti e lei è viva e lo guarda.

IV.

Il dottor Nobile scopre un giorno l’esistenza di una colonia di formiche accanto alla siepe rada e malaticcia che delimita il suo giardino condominiale. Resta lì chinato delle ore intere a rimuginare che fatica sarebbe lavorare con quelle bestie, trovare un nome ad ognuna delle milioni di larve che aprono gli occhi (ma le formiche aprono gli occhi? o nascono già gonfie d’innatismo cartesiano, e non hanno bisogno di sapere nulla per vivere nelle loro profondità?). Non pensa alla merda, lui che è di animo nobile, o crede davvero che solo perché sono piccole la merda di milioni di larve non pesi, non sia una condanna che può spingere a terra un uomo anche più forte di lui.

V.

Per qualche motivo il dottor Nobile è appeso ad una voliera quando la donna della panchina ritorna e sceglie proprio quell’angolo del giardino zoologico. Giovanni Nobile, che pure sta fissando il volto severo di un rapace, si sente più ghermito dagli occhi che ha alle spalle; perciò scende dalla voliera, raccatta con la mano sinistra la scopa di saggina e dà la mano destra alla donna.

VI.

Ho perso Giustiniano II, volevo rileggere del suo esilio e del suo sogno folle di perdere il naso e conservare il potere, invece sono cinque minuti che ho il libro sotto mano e mi accorgo solo ora che sto leggendo Il gioco del mondo di Cortázar. Ho perso la Storia dell’Impero bizantino, ho riperso il naso di Giustiniano II e non ho
idea di dove sia finito. Ma non importa, stanotte voglio solo leggere.


13.05.2009 Commenta Feed Stampa