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La Torre di Pisa cade eccome

di Micol

torre_di_pisa1Ti racconto due cose, entrambe private.
La prima è frivola e la seconda no, ma non fa nulla.
La prima è che quando Fabio ha messo il suo sguardo limpido su di me, non ci potevo credere. La seconda è che questo non poterci credere è il risultato della fine delle storie, è lo strascico greve che ti si appiccica addosso e che ti porti in giro come un vestito bagnato che ti fa nuotare male e nei casi peggiori ti affonda e poi affoga.
Ti racconto due cose.
Era un secolo e mezzo che non ero sfrontata e non avevo paure. Allora semplicemente ho detto: hey, sei veramente troppo vestito. E lui ha sorriso di un sorriso felice. La seconda è che io da Fabio non volevo nulla, solo il minimo indispensabile che si chiede a un uomo che ti sta baciando la schiena e che ti sei portata a casa (meglio: che ti ha seguita per 30 km abbondanti fino a casa, con una macchina con un faro spento).
Ti dico due cose, la prima è una parte di me, la seconda anche.
La prima è che lui l’indomani parte, e me lo dice mentre la sua lingua batte contro la mia bocca che sta per aprirsi. Io domattina torno a Pisa, ma stanotte voglio stare con te, mi dice. Io stanotte torno a casa mia a dormire, rispondo e sorrido. Mi dice sorpreso: non vuoi dormire con me? No, rispondo e sorrido. Spogliarlo è bellissimo e allegro e naturale e senza forzature e in quel corpo bellissimo ho vissuto uno show. Soprattutto lui, ha vissuto uno show. La seconda sono io che mi rivesto e lui mi prende per i fianchi e mi bacia ancora e io sto bene, ma non c’è nient’altro, a parte il sesso e la simpatia. Mi guarda interrogativo e mi dice: che cos’hai, Micol? Incredibilmente nel frastuono totale di quache ora prima mi aveva detto: sì, certo che ho capito come ti chiami. Rispondo: non vorrai davvero sapere della mia storia banalmente triste. Siamo stati bene, io te lo sconsiglio. E lui mi guarda e affonda la sua faccia tra i miei capelli.
Ti faccio sapere due cose, una che mi fa male e una no.
La prima è che non chiedo a Fabio il suo numero quando all’alba lo porto all’imbocco dell’autostrada. Prima sfanala e accosta, scende, si avvicina al mio finestrino, infila la testa, le braccia e mi bacia ancora e sorride. Dice: il tuo numero. Dico, e non lo dico per un motivo specifico, a parte che non vedo l’esigenza di dargli il mio numero, di farlo entrare nella mia vita (col sesso mica si entra nella vita, al massimo tra le cosce), dico: mmm. Guarda che non è indispensabile. Lui dev’essere un po’ stranito (e io che pensavo che gli uomini avessero un debole per le donne che non hanno bisogno di promesse né rassicurazioni) perché non s’inventa nulla di cretinamente romantico e dice solo: lo voglio, tutto qui.
La seconda è che non sono mai stata così fragile e la cosa mi fa impazzire di rabbia. Ma da dove cazzo viene questo stupore? Ma quando mai mi sono meravigliata delle attenzioni? Che sia maledetto quell’uomo che mi ha lasciato così tante paure che se mi metto a contare quante volte al giorno dico di essere spaventata, non la finisco più. E’ il potenziale inespresso che mi fa incazzare. Il giorno prima sei sicura e luminosa e li sfotti tutti, i maschi, e il giorno dopo, quando quel maschio specifico ti lascia, ti sembra che non sarai mai più amata, che non ci sarà nessun altro ad avere la stessa pazienza e la stessa felice venerazione. Ti sembra che con un altro uomo non riuscirai a ridere più. L’unica cosa che ci potrai condividere, con un uomo qualunque, è un letto. E basta.
Ti dico due cose, la prima mi fa ridere e la seconda no.
Da allora, da quando io non ho il numero di Fabio e lui è tornato in Toscana alla sua energia eolica e alla sua storia del Rinascimento, mi cerca e non lo fa come un affamato, lo fa come uno che desidera, il che è proprio diverso, ammettilo. Allora la prima cosa è che il cliché di Marco Ferradini funziona, che meno condividi con l’altro, meno sei disposto, meno concedi (o almeno: meno concedi di te, perché direi che mi sono concessa), più l’altro ti vuole. Tanto che c’è da chiedersi quale fottuto baratro io abbia addosso, perché sia tanto faticoso affrontarmi. La seconda è che ero pronta a sentire la sua lingua sul mio collo e in ogni altro luogo, ma non le sue domande, non i suoi occhi, non la sua gentilezza, non i suoi baci sulle mie palpebre.
Mi ha scritto stanotte: viene a Milano questa settimana. E prima del piacere di vederlo, prima della voglia di spogliarlo, prima di tutto, a me è salita un’angoscia incontrollata. Io non lo so come si esca da tutta questa fragilità inutile, tanto che è una pena sentirla e sentirmela raccontare. Non lo so, ma mi sforzo. La prima cosa è che mi riconosco appena, la seconda è che fingere di stare bene non è il mio mestiere. La terza è che con Fabio ci ho passato un’altra notte, sì.

Infatti.
Fabio è arrivato sotto il mio ufficio, ha acceso una sigaretta di tabacco, sistemato la kefiah e quando mi ha vista barcollare sul marciapiede mi ha baciata sulla fronte.  Infatti è abbastanza strano ritrovarsi dopo aver condiviso e scambiato umori e non sapere come salutarsi. Comunque meglio questo che una stretta di mano.
Me lo ricordavo esattamente così bello e affettuoso e altissimo. Mi dice: avevo voglia di parlarti. Io penso: di cosa? e dico: anche io. Finiamo a bere negroni e birra e non so perché mi chiede di me, io glisso un po’. Non voglio prendermi cura di nessuno. Lui allunga una mano sotto il tavolo e mi tocca la gamba sinistra. Fabio è uno spettacolo. La prima cosa cui ho pensato appena l’ho visto è stata che volevo portarlo in un letto o da qualunque altra parte il prima possibile. Quando usciamo dal locale mi prende per mano e attraversiamo la strada diretti all’albergo davanti, uno a caso, anzi il primo che incontriamo. E’ da adolescenti. Dico: non è che sembro una puttana slava con uno sposato? Risponde ridendo: sei bellissima. Il concierge ci guarda rigido senza apparentemente constatare che nessuno di noi due ha una valigia. Finiamo in un letto grandissimo e ci passiamo svariate ore. Non sono brava a scrivere robe porno, quindi perdona la sintesi. Io sto bene con Fabio, lui direi che sta bene con me. Anzi, lo dice e lo prova e lo sente. Prima di tornare al suo, di albergo, e di baciarmi sulla fronte e sulla bocca, si sdraia accanto a me vestito e io dico sorridendo: hey, non ti fidanzare subito. Prima della mia prossima storia pallosamente seria, voglio fare una gita a Pisa. Lui dice: veramente io vorrei fidanzarmi. Io sorrido e dico: ma che bello! ti piace qualcuna? Lui non si scompone e sta zitto. E com’è, chiedo, è carina? Fabio mi prende la faccia tra le mani e dice: sì, bella e tutto il resto. Sto parlando di te. Lo guardo e penso: è stato bellissimo incontrarti. Lo guardo e dico seria: no.
La mattina dopo scendo a fare colazione con un abito da sera nero e tacchi vertiginosi e potrei anche sembrare una non-puttana-slava, se non avessi dovuto lavare i capelli con lo shampoo dell’albergo. Leggo Vanity Fair e bevo spremuta di arance rosse. Ho un graffio sulla spalla. Prendo la metro e vado in studio.


12.05.2009 11 Commenti Feed Stampa