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L’estate che perdemmo Dio di Rosella Postorino

di Francesca Mazzucato

L’estate che perdemmo Dio un grande romanzo di restituzione. Un libro che risarcisce , nonostante la drammaticit della storia, l’esilio, i lutti, i silenzi, lo sguardo innocente e a volte smarrito di Caterina, che custodisce l’urlo in dialetto della zia, annuncio di sventura, e diventa osservatrice e narratrice di una vicenda che appassiona dalla prima all’ultima pagina in maniera totalizzante( non riuscivo- e non lo dico per dire, non lo dico come frase fatta- a smettere di leggere quasi si trattasse di letteratura di intrattenimento, e non lo ).

Risarcisce il paese questo romanzo . Il sud. Noi. Chi legge. Caterina ha dodici anni, una storia che pesa, delle piccole cose che ama, Caterina ha un Dio a cui rivolgersi, con le preghiere che tutti abbiamo recitato, tutti noi nati nella seconda met del secolo scorso quando il catechismo aveva certi obblighi e liturgie, Caterina pian piano si distacca da tante cose e anche dal Dio che consente tragedie e dolori inflitti a ripetizione alle persone che ama, un Dio che consente accanimenti, vendette, sparatorie, agguati, dolori, se ne distacca adagio, con garbo, lo sostituisce con le parole: diventano centrali, per lei. Le ascolta, le soppesa, le impara, le colora, le plasma, le rende vive. Pulsano.

Come quelle della scrittrice. Le parole di Postorino concedono moltissimo, si offrono, impastate di dialetto nella giusta misura, non troppo come va di moda, e non poco, quel tanto di realismo che basta, che ci vuole, sono sparse come coriandoli che brillano anche quando sembra distanziarsi dal nostro consueto, da quello a cui siamo abituati, anche dalla narrativa che conosciamo e che amiamo. ( abitudini esterofile, tentazioni pop)

Le parole di questo romanzo sono tutte necessarie. Non c’ una pagina di troppo. Ve ne accorgerete

Racconta di una famiglia semplice, di case sentite estranee e lontane, racconta di una forma d’esilio dolente e racconta il viaggio in treno del padre della giovane, che dal nord dove sono fuggiti? Scappati? Emigrati? Approdati? ritorna al sud in occasione di un lutto che ha colpito nuovamente la sua famiglia. Lutto atteso, parte della dannazione, ennesimo capitolo di una guerra di cosche.

Racconta, Postorino, un viaggio di cui tutti abbiamo udito echi, ma che raramente stato descritto con tanta meticolosa attenzione, bellezza e commosso utilizzo di un linguaggio a cui ci aveva gi abituato fin dal suo primo bellissimo romanzo, La stanza di sopra, Neri Pozza, 2007

Non ancora l’alba, fuori dal finestrino il muro nero della notte. Sono spettatori di uno schermo spento, come non meritassero altro, non ne avessero diritto. Salvatore si domanda chi siano gli altri passeggeri, per un momento prova a rappresentarsi le loro storie, si distrae temporaneamente dalla propria. Come se fosse possibile. Lo ipotizzava sgombro, questo treno, in autunno non si torna al Sud, in autunno si abitano le fabbriche, si respira l’odore della calce, ci si assottiglia la spina dorsale a furia di piegarla dentro le serre, si lacrima sul ferro da saldare. Non tempo di vacanza, Salvatore lo sa, non il tempo in cui al Sud si d una nuova chance, in cui lo si perdona, lo si rivaluta, persino sopravvaluta, il tempo in cui anche chi nato al Nord pu prendersi una cotta per il Sud, sedotto dalle spiagge si vanta di aver gustato impareggiabili sapori di cibo e di corpila schiena contro la pelle logora del sedile, la fronte contratta e i denti serrati di chi non riesce a trovare pace, stanotte, Salvatore guarda due uomini tarchiati giocare a carte sulle ginocchia unite..

Qui, in questa seconda, riuscitissima prova, il suo orizzonte narrativo si amplia. Abbraccia di pi, allarga.. Questo padre che viaggia io l’ho sentito accanto, ne ho visto lo sguardo leggendo.

Un viaggio compiuto utilizzando il vero mezzo che, nel bene e nel male ha fatto l’Italia come afferma giustamente Paolo Rumiz nel suo L’Italia in seconda classe: II viaggio in Italia in seconda classe pu ancora raccontare un paese, viaggiando ci si sbaglia e sbagliando si impara qualcosa che forse su internet non c’, ad esempio cos’ davvero la campanella della stazione

Salvatore guarda gli uomini a ginocchia unite, osserva i compagni di carrozza. Ecco, vorrei sottolineare questo dettaglio microscopico ma enorme, delle ginocchia unite su cui giocare a carte, di certo non c’ bisogno di questo sui Frecciarossa, sui grandi treni veloci che non collegano coi luoghi dove scende Salvatore, e se li collegano costano troppo e non ne vale la pena, perch chi esiliato, o fuggito, o emigrato viaggia per forza in seconda classe, deve fare i conti bene e farli con attenzione.

Il viaggio del padre un viaggio che si fa metafora di tanti viaggi simili, di tanti uomini che tutti i giorni o tutti i mesi ancora fanno avanti indietro da uno qualsiasi dei loro esili o dei loro altrove o dei loro nascondimenti: viene narrato con una capacit narrativa che dilata il linguaggio rendendolo universale, ti ci riconosci, anche se non vuoi. Io non vorrei, non avrei voluto, io sono di quelle persone nate al nord che il sud per abitudine lo frequentano poco, che di solito vanno ancora pi a nord ( a Zurigo, ad esempio), e che ritengono spesso che esistano pi italie, paesi paralleli, stratificati ma sgretolati, friabili. Eppure questo romanzo mi restituisce una storia che anche la mia, nonostante il dramma della famiglia, nonostante la dislocazione geografica, nonostante tantissimi aspetti che sarebbero alieni, diversi, lontani. Ci siamo tutti dentro, la purezza non scontata, non banale, ma purezza di chi riesce a vedere davvero di Caterina, mi permette di sentirmi accanto a lei, di misurare fughe e dolori alle sue, il suo occhio specchio, le sue paure mi richiamano paure vissute, sento di avere una storia condivisa. Perch L’estate che perdemmo Dio unisce fili di destini come si intrecciano tessuti che alla fine ti stupisci della bellezza dell’orlato anche se durante la tessitura avevi percepito qualche filo pi ruvido e duro, pi difficile alla manipolazione

Le mani della scrittrice non si spaventano, e narrano, e restituiscono, e offrono una dignit cos potente, cos remota e nello stesso tempo cos contemporanea che ti domandi se ce lo meritiamo un libro simile, e certo non solo ce lo meritiamo ma un libro che gi un classico, destinato a restare, un libro-speranza che non chiude gli occhi davanti all’attualit, al sangue, al dolore, all’emarginazione, al razzismo, alle ambizioni piccine che strappano e a quelle grandiose che infilano nel buco nero, no, un libro che considera tutto questo con compassione. Con delicatezza. Come se i destini fossero cristallo( e magari lo sono), come se ci fosse ancora una speranza( e questo non posso dirlo, non lo so che c’)

Per la letteratura italiana di sicuro.

Rosella Postorino, L’estate che perdemmo Dio, Einaudi Stile Libero 2009
Giudizio: 5/5


8.05.2009 2 Commenti Feed Stampa