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“I Disarmati” di Claudio Fava

di Benny Calasanzio

9788820046873gQuesto il Claudio Fava migliore. Un Fava indignato ma cosciente della forza del pensiero comune che lentamente capisce, si informa, si indigna ed inizia a disprezzare profondamente coloro che fino qualche tempo fa si riverivano.

“I Disarmati” un viaggio in Sicilia, a Palermo, a Catania, con qualche capatina negli uffici romani che contano, magari dei partiti della sinistra. E’ una decostruzione, una demolizione dei due pi grandi quotidiani siciliani: il Giornale di Sicilia e La Sicilia. L’uno fondato e gestito dalla famiglia Ardizzone, famiglia che non ha mai disprezzato amicizie mafiose, frequentazioni massoniche e fotografie accanto ai boss come Bontate; lo stesso giornale che ha relegato la cronaca del maxiprocesso alla mafia istruito da Falcone e Borsellino a dei colonnini in cui si dava eguale peso alle accuse dei pm e alle velleit della difesa. Un viaggio che a tratti diventa attuale, e prende le sembianze di un tesserino da pubblicista. Lo stesso che diedero a Mario Francese dopo la sua morte, lo stesso “onorario” che era stato donato al giornalista antimafia Pino Maniaci, ora sotto processo per esercizio abusivo della professione di giornalista, mica di chirurgo.

Fava torna agli anni 80, dopo l’eccidio di Dalla Chiesa, della moglie e dell’agente di scorta. Rivede quei corpi e ricorda gli anni del coordinamento antimafia, messo in piedi dai giovani che affrontarono Sciascia dandogli del “quaraquaqu” quando attacc Borsellino, ricorda poi l’esperienza politica della Rete. Ricorda e non nasconde le enormi contraddizioni dei leader, da Orlando che spar (verbalmente) contro Falcone, mirando in alto, a Carmine Mancuso, il figlio del poliziotto Lenin ammazzato da cosa nostra; il Carmine passato dall’antimafia militante alle file di Forza Italia, che forse con i soldi della mafia fu costituita.

C’ in “I Disarmati” l’orrenda involuzione del Partito Comunista Italiano, che dall’intransigenza legalitaria che port sulla croce Pio La Torre abdic completamente alla lotta alla mafia, passando il comando a dirigenti indegni come Michelangelo Russo, che arriv a dire, mentre Fava e altri urlavano per quella evidente commistione tra mafia e affari rappresentata dai cavalieri di Catania, Ciancio, Costanzo, Sanfilippo e Graci “mica possiamo fare gli esami del sangue ad ogni azienda!”. Quindi ben vengano quelle infette, quelle colluse. Il tutto in nome di un immotivata frenesia di progresso, un progresso fittizio e a beneficio dei mafiosi. E dei loro amici. Per non parlare della squallida ed orgogliosa confessione di uno dei fondatori del Pci siciliano, Napoleone Colajanni: “i soldi degli appalti li presi anch’io quando ero segretario della federazione di Palermo. Ma c’erano tre regole: non mettersi una lira in tasca, non dare nulla in cambio e non farsi beccare”.

La Sicilia di quegli anni era tutta nel matrimonio del nipote del cavaliere dell’apocalisse Costanzo, dove, tra politici, notabili e cardinali il pi riverito e fotografato era Nitto Santapaola, gi all’apice del potere mafioso.

Un bestiario in cui entra a pieno titolo Sergio D’Antoni, ex segretario della Cisl, candidato alle europee con il Pd: “Se lottare per i lavoratori vuol dire essere mafiosi allora viva la mafia” scandiva di fronte alla bara di cartone di Orlando che i lavoratori delle aziende colluse bloccate dal sindaco di Palermo portavano in corteo. Dietro di lui annuiva Raffaele Bonanni. Bestie come i deputati europei del Pci che bocciano la relazione presentata dai Verdi in cui chiedevano a Salvo Lima di fare chiarezza sul dossier di Umberto Santino che dimostrava mirabilmente tutte le collusioni dell’onorevole mafioso. Erano passati solo 7 mesi dalla morte di La Torre. L’attacco frontale del libro, che anche la sua cifra stilistica, mirato ai piedi del palazzo che domina la politica e la vita quotidiana catanese: la redazione de La Sicilia, il giornale che dalla sua fondazione riuscito a non prounciare mai la parola mafia, lo stesso che rifiut i necrologi a Pippo Fava e al commissario Beppe Montana perch in essi si addebbitava la loro morte a Cosa Nostra. E poi tante, tante altre cose che spiegano perch la lotta alla mafia unisca solo i morti e divida aspramente i vivi.
Giudizio 4/5


5.05.2009 Commenta Feed Stampa