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Domenico e i Korn

di Micol

korn_01_tnLa prima scena è da film dell’orrore. Sto ballando devastata dallo ska anni Novanta e Gesù, è chiaro, ora, perché eravamo tutti molto più in forma: ballavamo ritmi faticosi, mica robette fighette in cui muovi solo le braccia. Con lo ska devi saltellare girare corricchiare dondolare. Una fatica madornale. Comunque sto ballando quando la musica cambia, partono i Korn, e si apre letteralmente un vuoto. A me i Korn sono sempre piaciuti, ma i vuoti per niente e infatti indietreggio, ma a un tratto, dal fondo del cerchio, inizia a correre verso di me un energumeno coi capelli lunghi e unti e una massa corporea impressionante. Ma non è tanto quella, ragiono, a terrorizzarmi. E’ lo sguardo da clown cattivo misto a una tensione nervosa misto a copioso sudore misto a un ringhio feroce cattivo che fa mentre si avventa su di me. Io devo avere la faccia da crollo di una diga e intanto penso: cazzo, mi schiaccerà contro le transenne e mi incrinerò tutte e 32 o quante sono le costole e morirò fra atroci dolori e tutto questo senza aver mai limonato con uno col piercing sulla lingua. Quando il bruto si trova a circa 10 cm dalla mia faccia e continua a ringhiare e io ormai ho gli occhi chiusi e aspetto la collisione imminente, un braccio mi afferra e mi strattona fuori dalla sua traiettoria. L’impatto del maciste unto con un giovane segaligno che si era nascosto dietro di me e i miei codini (il codardo) è devastante. E lo chiamano pogare, santoiddio. Poga con quelli della tua stazza, per la miseria.
Io mi sento come miracolata, tant’è che quasi mi dimentico che a salvarmi è stato un 2-. Ma sono ancora scossa e riconoscente verso il 2-.
2-: Ciao.
Io: ciao e grazie.
Faccio per andarmene e raggiungere le altre. Ma il 2- mi trattiene per il braccio.
2-: come ti chiami?
Ora, io lo so. Davvero. So che apparentemente posso sembrare spocchiosa e antipatica e tutto il resto. Ma secondo voi cos’avrei dovuto dire al 2-? Mi chiamo Micol? Certo che no.
Il dialogo sarebbe proseguito nel delirio musicale e quindi col 2- sempre più appiccicato alla mia faccia per sentire quello che dico così:
– Come ti chiami?
– Micol
– Nicole?
– No, Micol con la M.
– Ah.
E qui una marea di variazioni:
1) Che nome è? non l’ho mai sentito. Da dove viene?
2) Ah, ma i tuoi si sono sbagliati?
3) Nicole con la M. Quindi Nicolm. (questa me l’ha detta uno seriamente disturbato nell’intelletto, credo).
4) Ma con quante L si scrive? (non doveva scriverlo, era solo una fottuta domanda in più).
5) Ah, è un nome ebraico. Ma sei ebrea? No? e allora perché hai un nome ebraico?
A queste domande avrei dovuto rispondere così: Micol si scrive proprio Micol, come si pronuncia, mia madre ha deciso di chiamare la sua prima figlia così dopo aver letto Il giardino dei Finzi Contini, come credo la totalità delle Micol in circolazione. Non sono ebrea, che poi è la domanda più cretina a cui rispondo: ma che è? a tutte quelle che si chiamano Rebecca o Sara o Giovanna chiedono se sono ebree?
A quel punto, se al 2- do il beneficio della curiosità, le domande sarebbero state:
– Non sei ebrea? ah, quindi sei cattolica.
– No, sono valdese.
Da qui altre variazioni:
1) ma credi in Dio?
2) allora non sei cristiana?
3) ma festeggiate il Natale e la Pasqua?
4) protestante? ma in che senso? (e qui parte una specie strana di sospetto che faccia parte di una setta satanista).
Infine, siamo a Milano e a Milano dopo ‘come ti chiami-quanti anni hai’ c’è l’altra domanda fondamentale: che lavoro fai. Che lavoro fai è la domanda standard di tutto Milano e l’hinterland.
Ora, siamo seri. Io a qualcuno lo spiego che sono una editor. Non mi soffermo sui cromalin e la Treccani e la differenza tra narrativa e saggistica. Non spiego nemmeno cos’è una ricerca iconografia, un impianto grafico o un fotolitista. Dico solo: mi occupo di libri, però lo spiego a qualcuno che almeno apparentemente in vita sua ne abbia letto uno. Altrimenti è completamente inutile. Alcune persone credono che i libri diventino tali dal baule dei manoscritti con un salto alla libreria.
Capite che a Domenico detto Mimmo, cioè al 2-, tutti questi discorsi proprio non mi andava di farli.
Sicché ho risposto, levando delicatamente la sua mano dal mio braccio Mi chiamo Cristina e faccio la commessa al Bennet. E lui, non ci crederete, mi ha detto Ah, che bello.


15.04.2009 16 Commenti Feed Stampa