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Silvano e l’ineluttabilità del provarci

di Micol

Il fatto è che quella sera avevo una strana sensazione cucita addosso, mentre uscivo dallo studio e immediatamente mi si incastrava il tacco sinistro tra un sanpietrino e l’altro e trattenevo un’imprecazione.
E infatti la mia serata è continuata così.
Per fare i 9 chilometri che mi separano dal Mazda palace o palavobis o sailcazzo ci ho messo la bellezza di due ore e un quarto, finendo a Settimo Milanese, imbottigliata nel traffico dei tifosi a San Siro e rischiando diversi tamponamenti. Dovete sapere, voi non milanesi, che è una balla quando un meneghino vi dice: è facile orientarsi a Milano, basta seguire le circonvallazioni. Cazzate, io una volta mi sono trovata, al posto che in piazzale Loreto, ai margini delle risaie pavesi.

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Comunque sono arrivata alla cena della Festa dell’Unità con un ritardo stimato intorno all’ora e venti circa, il che è ben al di sopra dei miei soliti 35 minuti accademici e mi si è appioppato addosso, per un’ora abbondante, uno con la canotta e decisamente più grande di mio padre e che diceva pcì non piccì, ma pcì sputando. Non ce n’è, con gli over 45 sono una macchina da guerra. Fatto un giretto per la Festa dell’Unità e viste le bancarelle uguali in tutte le feste del mondo, decido di tornare a casa e mi dirigo nel posto più lontano del globo terracqueo in cui ho parcheggiato. La mia splendida Punto è aperta. Ci sono i documenti per terra e in mezzo al casino e alla stanchezza dico: vabbè, domani controllo cosa manca. Amen.

Scendo dal marciapiede e mi accorgo che qualcosa non va, mica per altro: sbando. E infatti ho una gomma a terra. Ora: non vi pare che avrebbero potuto saltarmi i nervi? Invece no: accosto e telefono a un’amica che nel mio stupore mi consiglia di cambiare la gomma. Oppure di chiamare qualcuno. E io penso che non so nemmeno in quale via mi trovo.
Litigo col cric per un tot (avete mai visto una bionda in tailleur e tacchi di notte alle prese con un cric? guardate che è un’esperienza da vivere, prima di morire). Mi rompo un’unghia e mi ungo totalmente di sostanze sicuramente nocive alla pelle. A quel punto in piena nevrosi scaglio un calcio fortissimo allo pneumatico. Mi distruggo la caviglia e salto dal dolore.

Finché passa uno.

Lui- Hai bisogno di una mano?
Io- Eh, sì, grazie…
Lui- Però poi mi accompagni alla prima fermata della metropolitana?

(Io non so dove sono IO e che cosa ne posso sapere di dov’è la fermata della metro? Ma a quel punto o chiamo disperata tutti quelli che fin dall’asilo mi hanno promesso soccorso, oppure gli dico sì).

Io- Va bene. Ma non sei pericoloso, vero? Guarda che sono di pessimo umore.

(Mi guarda. Lo guardo e penso: con questa faccia non può lombrosianamente essere pericoloso).

Lui- Sono un tecnico informatico, lavoro a Padova, sono di Venezia ma ora sono qui in trasferta.

(Appunto, ha detto le parole magiche: tecnico informatico. E’ la tipologia esatta dell’ameba computerizzata).

Mi cambia la gomma, decido di non abbandonare il cerchio in lega lì dove sono che non so dove sia, lo carico in macchina, mi devasto i pantaloni e il sottogiacca e faccio salire quello che è sì il mio salvatore, ma che rimane anche tutto il resto. Tra cui un estraneo nella notte.
Mi sparo con il suddetto tuuuuuutta la tangenziale ovest perché non poteva stare chessò a San Siro, no: doveva stare a Famagosta…

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E intanto mi accorgo che porcadunatroiaporca mi manca la mia borsa di tela di Arezzo Wave che stava sul sedile. E dentro c’erano un paio di scarpe nere che avrei dovuto portare dal calzolaio e porcadunatroiaporchissima la mia trousse da viaggio. Con dentro il contornoocchiantirughe di Dior (inutile alla mia età) che è la cosa più costosa comprata nell’ultimo mese.
Intanto continuo a ripermi che non può umanamente succedermi nient’altro.
Arrivo a Famagosta e al semaforo il tecnico informatico mi dice:

Lui – Ah, siamo arrivati: quello è il mio albergo.
Io – Bene, grazie di tutto, allora. Ti conviene scendere ora che il semaforo è rosso.

Non è per cattiveria che non mi sono accostata: ci siamo orientati alla fine, quando l’albergo e la sua insegna verde ci sparavano davanti. Non sarei stata davvero così frettolosa, ecco. Lui è titubante. Troppo titubante.

Lui – Senti ma non ti conviene dormire qui stanotte così domattina sei già a Milano?
Io – …
Lui – Allora che ne dici, rimani a dormire qui?
Io – Uh, scusa… stanno suonando quelli dietro. Grazie eh, ciao…
Lui- Dai, ma almeno chiamami, lasciami il tuo numero.
Io – …
Lui – Allora ti lascio il mio numero….

Prendo questo fottuto numero mentre quelli in fila dietro stanno per scendere con le spranghe. Siamo pur sempre a Milano!

Lui – Comunque io mi chiamo Silvano.

Gli passo davanti con il braccio destro e gli apro la portiera e sgommo per quanto si possa sgommare con una ruota di scorta.
Quando finalmente arrivo fra le amabili mura di casa mia, mi sento come miracolata.

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E penso anche che, nonostante tutto, il fatto che Silvano ci abbia provato ci stia.
Tentar non nuoce.


23.03.2009 13 Commenti Feed Stampa