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Oltre la cenere: “Albero di fumo” di Denis Johnson.

di Enzo Baranelli

albero-di-fumo-copertinaCredo che vagheremo nelle tenebre per un bel pezzo, e che certe cose che stiamo facendo qui non torneranno mai a posto, ma saremo perdonati. E tu? Tu cosa pensi Skip?
-Zio, siamo in un casino. Un gran casino

Ho finito di leggere “Albero di fumo”. Appena scritta, questa frase rivela il suo errore, con un’opera così grandiosa non si finisce mai. Chiuso il libro di Denis Johnson, si ha subito la sensazione di aver partecipato ad un viaggio, quello che compiono sempre insieme lettore e scrittore nella letteratura, che rimarrà per lungo tempo a produrre immagini, pensieri, emozioni. Di fronte a tanta complessa bellezza è difficile scrivere un commento.

Il Vietnam popola l’immaginario. Bombe al napalm, incendiarie, al fosforo, fotografie in bianco e nero, cappelli di paglia, la bambina che corre. Johnson rade al suolo tutto. Prima fa intravedere. Poi tabula rasa. Ci sono i personaggi e le loro storie. Vite che attraversano gli anni e con loro l’autore racconta più di una guerra o di una situazione archetipa. E’ un’opera colossale. Qualcosa che ricorda “L’arcobaleno della gravità” di Pynchon in una versione comprensibile. Depurata dal fumo letterario, spogliata per far parlare i morti. Personaggi indimenticabili e mai vicini al lettore. Johnson tiene tutto alla giusta distanza. Non sono Skip. Non sono Kathy o il Colonnello. Eppure vedo quello che vedono e sento quello che sentono. A volte è troppo.

Ci sono Skip Sands, agente della CIA, e suo zio, il Colonnello, una figura ambigua e leggendaria, e poi i fratelli Houston, ma più che altro James. Il suo ultimo dialogo prima di essere rispedito a casa è da antologia.

E Skip Sands, per anni lontano da casa, per due volte ricorda il suo paese ed è l’America d’estate:

…i volti sporchi, schietti e onesti dei soldati nelle foto della Seconda guerra mondiale, gli scrosci di pioggia che cadevano ondeggiando sull’erba del campo da gioco verso la fine dell’anno scolastico; la nostalgia con cui accarezzava i ricordi delle estati della sua infanzia, le molte estati del Kansas, le corse in base, le innocue cadute sull’erba, la testa che pulsava per il caldo, le strade torpide nei pomeriggi senza un alito di vento, l’ombra densa e palpabile degli olmi colossali, il mormorio delle radio oltre i davanzali, la tristezza degli adulti per i loro obiettivi incomprensibili, le voci provenienti dai giardini nel crepuscolo che arrivava sempre più tardi, i treni che attraversavano la città per entrare nel cielo. L’amore di Skip per il suo paese, per la sua patria, era l’amore per gli Stati Uniti d’America in estate”.

Quando Johnson inserisce un finto articolo sulla manipolazione delle informazioni di intelligence sembra trasformare, per un attimo, il romanzo in un saggio, alla Vollmann però. L’informazione raccolta viene modificata in vista di chi dovrà leggerla: un riferimento esplicito all’intelligence “che deve tornare ad essere la raccolta di informazioni, anziché la ricerca di giustificazioni per la politica”.

Ad un certo punto Skip rimane isolato, in una casa, a riordinare vecchi appunti e a leggere le note sulla natura di un medico morto. In questa sensazione di silenzio e solitudine pare di avvicinarsi a una verità. Pare.

L’offensiva del Tet è vissuta da un piccolo punto di osservazione. E diventa un ricordo ossessivo per James. Le sue telefonate a casa sono un modo di rivivere le azioni descritte:

Non è mai domani, in questo film del cazzo. E’ sempre oggi”.

Denis Johnson riesce a condensare in poche righe la nostalgia dell’adolescenza e insieme il senso di spaesamento di uno dei fratelli Houston: “coperto di polvere e intenerito dallo spettacolo dei bulletti delle superiori che andavano verso la scuola, il loro tormento quotidiano, scambiandosi le sigarette con le fidanzatine allegre e un po’ puttane. Houston ripensava a quando faceva le stesse cose, e poi, nel bagno dei maschi… il sapore insuperabile di quelle frettolose boccate di fumo surriscaldato… rubate al mondo intero…”.

Ci sono tante cose in “Albero di fumo” di Denis Johnson: Artaud, Cioran, i movimenti di Kathy, quando la descrizione del personaggio e dell’ambiente si fondono, Arendt, i pranzi alcolici di tre ore del Colonnello, William Carlos Williams: “una poesia non deve per forza essere in rima. Deve ricordarti le cose, strappartele fuori dall’anima”.

Il ritorno in patria per il sergente James (non si ricorda quante volte è stato promosso o degradato) è, come per il fratello, una precipitosa fuga ai margini della legalità, dove, forse, è ancora possibile sopravvivere. Dopo essere sceso in un tunnel in Vietnam, ogni residuo di adrenalina pare esaurito: “Niente di strano se perdeva tanto spesso nelle risse. Ma gli piaceva perdere, gli piaceva quella sorta di apatia virtuosa che provava raggomitolandosi a terra e lasciandosi prendere a calci sulla testa, sulla schiena e sulle gambe, gli piaceva starsene a terra con la faccia piena di sangue, mentre qualche voce gridava: «Basta! Finiscila! Così lo ammazzi! Così lo ammazzi!», perché si sbagliavano. Ci voleva ben altro per ammazzarlo”.

E Skip? William Skip Sands, in modo diverso, segue con altre sorti la stessa via; nella sua lettera a Kathy ci sono quelle dolorose verità che il loro rapporto non ha mai voluto portare alla luce. E altro ancora. Tanto altro.

Denis Johnson, “Albero di fumo”, (ed. or. 2007), pp. 427, 22 euro, Mondadori, 2009.
Giudizio: 5/5


22.03.2009 1 Commento Feed Stampa