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Cacciatore di mafiosi

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cacciatore di mafiosiPietro Romeo, soldato di Leoluca Bagarella, non intende “farsi l’incastru pi ‘sti quattru cornuti”. E’ in stato di fermo davanti al procuratore Sabella. Pietro Romeo è un gigante, pesa più di cento chili. Si capisce subito che può uccidere a mani nude. Questo, infatti, era il suo compito: strangolare. Adesso è di fronte alla scelta: ergastolo o collaborazione. E decide di collaborare. Romeo è un uomo forte che racconta di aver avuto paura una sola volta. Prima di affiliarsi a Cosa nostra era un ladro. A Bagheria ruba un camioncino di sigarette e, nella fuga, dimentica il cassone semiaperto. Quando incrocia un corteo funebre, accelera per evitarlo. Non ci riesce: la maniglia dello sportello spalancato aggancia una corona di fiori – “Per il mio amato cognato” – e la trascina con sé. I parenti del morto iniziano un folle inseguimento. “Ammazzatilu ‘stu crastu”. Romeo è terrorizzato, abbandona il camion e riesce a dileguarsi. Convinto di avere attratto su di sé una grande sfortuna, sull’episodio non dormirà a lungo. Poi entra in Cosa nostra e inizia la carriera di omicida senza armi, fino alla cattura e al pentimento. Romeo collabora e fa prendere tre latitanti la stessa notte del suo arresto. A Roma, fa recuperare un quintale di esplosivo. T4 e semtex destinati, nell’ambito della “trattativa” del 1993, alla Torre di Pisa. “Se un giorno Pisa si trovasse senza la Torre” si raccontavano i capimafia.

Romeo è un pentito importante e porta gli inquirenti anche nel suo “ufficio” in via Messina Montagne. Dentro un grande capannone, in una nicchia gli attrezzi: manette, corde, lacci, fil di ferro, guanti. Alle pareti le immagini sacre: santa Rosalia, santa Rita, la Madonna. Qui Romeo strangolava. Qui, fra i tanti, è morto Gaetano Buscemi, l’uomo d’onore che, interrogato otto ore, sa di non poterne uscire vivo e si dice disponibile a raccontare quel poco che sa a patto di avere una tomba su cui la moglie possa piangere. Richiesta accolta: niente acido per lui, il cadavere viene ritrovato in una via di Villabate.
Qui viene strangolato un giovane noto per le notti in discoteca. Dopo averlo sbattuto a faccia in giù, uno dei sicari gli salta più volte sulla schiena dicendo: “Così muore ballando”. Qui, uno strangolamento andò così per le lunghe che, a cadavere non ancora dissolto nell’acido, iniziò la partita dell’Italia. I mondiali sono importanti anche se sei uomo d’onore. Allora, mentre Bruno Pizzul dava le formazioni, il gruppo di mafiosi si divise i resti – chi un pezzo di femore, chi un pezzo di tibia – per lanciarli nelle scarpate dalle auto in corsa verso casa.

Nel libro “Cacciatore di mafiosi” di Alfonso Sabella (curatori Silvia Resta e Francesco Vitale, editore Mondadori, €17,50), la mafia è soprattutto orrore. E’ morte, ferocia, torture. Non c’è spazio per il fascino di don Corleone. Quasi mai Sabella, procuratore a Palermo negli anni Novanta, cede al tentativo di rendere Cosa nostra affascinante, quasi mai scade nel folklore. Certo, ci sono episodi grotteschi, quasi divertenti. Come quello di Leoluca Bagarella e il titolare del negozietto. Bagarella trascorre anni della latitanza in un condominio. Esce sempre la mattina presto accompagnato da Tony Calvaruso. Il titolare di un negozietto di fronte è anche lui molto mattiniero. I tre si incontrano ogni giorno. E’ un rischio. Bagarella se ne lamenta con Calvaruso: “Mi scassa la minchia”, e dà ordine di ucciderlo. Calvaruso è saggio, va dal negoziante. Gli dice: “Nun m’addumannassi né picchì né pi ccomu. Ma mi facissi ’na cortesia: la matina rapissi un pocu cchiù tarduliddu”, e gli salva la vita.

Certo, la palazzina da cui Giovanni Brusca fuggì poche ore prima di una irruzione sembra uscire da un film di Hollywood. Tre piani di lusso: graniti, rubinetti dorati, vasche idromassaggio, tappeti persiani, frigoriferi con riserve per mesi. E poi: tre stanze armadio ancora piene: tailleur firmati per la signora; centinaia di camicie, tutte in fila, stirate e inamidate, ordinate per colore, per lui. Sul comodino, il libro “Cose di cosa nostra”, celebre intervista della Padovani a Giovanni Falcone.

Ma il racconto del magistrato è quasi sempre spaventoso. In un bunker sotterraneo di San Giuseppe Jato, la polizia trova quattrocento pistole, decine di fucili a pompa e semiautomatici, baionette. E più in fondo: centinaia di kalashnikov e dieci Rpg 18 sovietici. Gli Rpg 18 sono lanciamissili che possono abbattere elicotteri e aerei a bassa quota. Ci sono anche lanciagranate Rpg 7 e numerosi fusti di semtex, plastico, tritolo. E’ l’arsenale di chi prepara la guerra. Accanto, una porta di ferro chiude la cella dove morì il piccolo Di Matteo dopo 779 giorni di prigionia. Un rapimento che Sabella racconta in un lungo, terrificante, capitolo che si conclude con Brusca che comanda a un suo uomo “Allibbertati di lu cagnuleddu” e con Di Matteo, il “cagnuleddu”, che frigge nell’acido nitrico.

C’è stato un tempo, dopo le stragi del 1992/93, in cui forse lo Stato provò davvero a battere la mafia. Sotto la gestione Caselli, i latitanti finivano in trappola e, lentamente e con difficoltà, anche le connessioni con il potere politico venivano alla luce. Accanto a Caselli, il giovane Sabella, forte di una grande conoscenza del territorio e della mentalità, prendeva ricercati uno dietro l’altro. Bagarella, Brusca, Riina, Aglieri, Graviano. Anni dopo, le stragi ormai lontane, la coscienza civile si assopisce e la lotta alla mafia sparisce dall’agenda politica. Così, in un momento in cui sembrava possibile una legge sulla dissociazione per i mafiosi, è Sabella a ricordare l’intercettazione in cui i boss dicono ”se mettono la dissociazione è buono, ti puoi avvalere della facoltà di non rispondere: non fai nomi, ma prendi lo sconto di pena e ti tolgono il 41 bis: ci sarà l’ottanta per cento di pentiti in meno”. Grazie a lui, la possibilità per i boss di dissociarsi viene bloccata. Ma Sabella paga il conto: il suo ufficio al DAP, Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, viene soppresso nel silenzio dell’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli. Oggi l’ex pm è giudice a Roma, Piazzale Clodio: si occupa, certo non per sua scelta, di ricettazione e fallimenti. L’uomo che ha catturato Cuntrera, Brusca e Bagarella fronteggia ladri di motorini.

Alfonso Sabella (con Silvia Resta e Francesco Vitale), Cacciatore di mafiosi, Mondadori
Recensione pubblicata su La Repubblica ed. Palermo del 21 gennaio 2009 (pdf)


22.01.2009 Commenta Feed Stampa