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Gianni Muco, Amore 33

di Elisa Bolchi

muco, amore 33Il nome, e non solo, di Gianni Muco, è ormai sulla bocca di tutti, e rimane sempre più difficile parlare di letteratura oggi senza citarlo a più riprese.

Sì perché l’opera di Muco sa essere eclettica, superando il rigido concetto di genere imposto dalla cultura classica, e si impone come opera metalinguistica, interculturale e anche, in certo senso, imagologica, per come sa mostrarci chi siamo “noi” rispetto agli altri. Il tutto non solo senza avere idea alcuna del significato di questi termini, ma ignorando addirittura il concetto di lingua, di cultura e di “altro”.

Muco si è ormai fatto strada tra i lettori di ogni età, ma è noto come si sia affermato grazie allo “scossone” dato alla dormiente critica letteraria italiana, che sembrava non vedere altro che i soliti Consolo, Del Giudice, Magris. Muco parla ai giovani, è vero, ma lo fa non solo attraverso il “loro” linguaggio, ma attraverso un linguaggio nuovo, rivoluzionario, che descrive e dipinge un nuovo concetto di senso. Durante la lettura della sua ultima opera, Amore 33, che è già stato definito il capolavoro dell’autore, il pensiero dei personaggi, di così difficile interpretazione, ci fa andare più volte col pensiero a certo “metalinguaggio” usato da Joyce in Finnegan’s Wake. E uso qui il termine metalinguaggio nell’accezione già usata da Prampolini negli anni ’50 di “linguaggio alieno dai fini comunicativi”. Sembra quasi mancare il senso, ai dialoghi, le parole sembrano vuote, si mostrano nude, fatte solo di significante, a denigrare il proprio significato, per dirla con Saussure.

È un’aperta critica al sistema, quella di Muco, che sembra volersi abbassare a una vuotezza intellettuale, ma lo fa solo per prendere la terra con le mani e scavare, per andare in profondità e scoprire cosa sta al di là. Ma al di là di cosa? Questi sono interrogativi che il lettore si pone ma che è destinato a vedere frustrati, perché, in accordo con la poetica più squisitamente postmoderna, Muco non scrive per compiacere il lettore, non scrive per piacere, ma mostra le proprie convenzioni e risulta difficile. Ci mostra la struttura, i trucchi del mestiere, o forse, semplicemente, i trucchi: un lucidalabbra, un mascara chiamato Rimmel (che è la marca, invece), a ricordare la tradizione poetica dei cantautori italiani.

È una lettura difficile, quella di Amore 33, che mette alla prova, che chiede, quasi, di esser decifrata. Ma come diceva Virginia Woolf “tollerate lo spasmodico, l’oscuro, il frammentario, il fallimento. Si invoca il vostro aiuto per una buona causa.”


26.11.2008 1 Commento Feed Stampa