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Dopo Gomorra

L'oro della camorra«Gomorra» di Roberto Saviano era solo una chiave d’accesso, un’ampia panoramica per capire di cosa stavamo parlando, per avere la genealogia dei «casalesi», era una bussola tra aneddoti e processi.

Dopo Gomorra serviva un libro tecnico, scientifico, che però si leggesse agevolmente, come un romanzo. Serviva un volume che raccontasse come da Casapesenna il potere dei Casalesi sia arrivato nel pieno centro di Milano, zona Navigli, grazie all’ambasciatore Pasquale Zagaria.

Serviva, soprattutto, che si scrivessero nero su bianco le responsabilità politiche, alcune delle quali naturalmente solo presunte, che hanno permesso all’esercito della camorra di espandersi e fortificarsi impunito.

Serviva, in poche parole, un libro come «L’oro della camorra» edito da Bur-Rizzoli, scritto da chi, da trent’anni, effettua le radiografie dei processi, dei verbali, di tutto ciò che giudiziariamente riguarda i «casalesi».

Serviva una «diagnostica per immagini» come Rosaria Capacchione, giornalista del Mattino di Napoli, giornalista che possiede una grande memoria applicata ad una semplicità di scrittura che rende i suoi articoli, e ora il suo libro, accessibile a tutti.

Come si può pensare di raccontare «i casalesi», la loro espansione manageriale, senza citare Aldo Bazzini, convivente della madre di Francesca Linetti, moglie di Pasquale Zagaria, fratello del latitante Michele? Quello stesso Bazzini che grazie alla camorra ripiana i suoi debiti di gioco e che la prende per mano conducendo la consorteria negli affari di Parma, nei palazzi da ristrutturare di Milano, con almeno 500mila euro contanti in tasca procurati direttamente da Pasquale Zagaria in una domenica di luglio. Bazzini, l’uomo che gestiva, tramite Alfredo Stocchi, immobiliarista emiliano, i rapporti tra i casalesi e l’entourage dell’ex ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi (forse ora si capisce in che senso bisogna convivere con la mafia), nella persona di Giovanni Bernini, ex presidente del Consiglio Comunale di Parma, nominato dal ministro «consigliere per i rapporti con gli Enti Locali».

Rosaria riesce in appena 250 pagine a raccontare e a sgrovigliare società, soci e conti correnti. Aspettavamo una Rosaria Capacchione che finalmente scrivesse di Nicola Casentino, casalese di nascita, sottosegretario di Stato all’Economia e alle Finanze, l’uomo che chiedeva posti di lavoro agli imprenditori della monnezza collusi con i casalesi, gli Orsi: “Ma erano solo posti da netturbino!” precisò. Preziosa anche la testimonianza del collaboratore di giustizia Gaetano Vassallo che la Capacchione riporta nel libro, secondo cui Sergio Orsi avrebbe addirittura consegnato una tangente “in una busta gialla” a Cosentino.

Racconta le giacche e i calzini in filo di scozia Rosaria, ma anche la campagna, la terra, una terra, quella campana, quella di Casal di Principe, in cui la gente viene avvelenata da coloro che reputa eroi. Agghiacciante il racconto dei pomodori, degli agrumi destinati al macero, sovvenzionati lautamente dall’Unione Europea per essere distrutti e poi trasformati in confetture. E che dire del burro campano, che invece del latte di vacca era prodotto con sintesi chimiche e oli cosmetici, e finiva negli ignari stomaci dei campani tramite merendine e panettoni. Numeri, cifre, circostanze che Rosaria Capacchione racconta in maniera precisa e incontrovertibile.

Un sistema perfetto, quello dei «casalesi» che manovrava anche le certificazioni antimafia, il «disco verde» che consentiva alle aziende di partecipare alle gare d’appalto ed essere considerate «pulite». Rimane una medaglia di questa regione raccontata dalla eccellente Rosaria: su una faccia c’è una Campania distrutta, desolante, povera, avvelenata, ancora ignara di tutto quello che è stato seppellito nelle sue campagne; dall’altra ci sono le pagine del verbale di sequestro a casa di Pasquale Zagaria, formalmente dipendente di una piccola azienda, che la Capacchione pubblica integralmente: migliaia di capi firmati rigorosamente dai migliori stilisti, da Louis Vuitton, a Dolce & Gabbana, a Cartier.

Rosaria Capacchione oggi vive sotto scorta a causa delle minacce da parte di Antonio Iovine e Francesco Bidognetti durante il processo Spartacus. In realtà già nel 92 Rosaria era nel mirino dei «casalesi», e quando nel 1996 il pentito Dario De Simone svela il piano per «sopprimere» Rosaria, gli inquirenti gli chiedono: “Perché è stato abbandonato questo omicidio”. E De Simone, serafico: “E chi ha detto che è stato abbandonato? E’ stato solo rimandato…”. Diffondere “L’oro della camorra” alla pari di Gomorra. Questa è l’unica “solidarietà seria” che l’Italia può dare alla giornalista Capacchione. E così che si risponde alle minacce, alle intimidazioni.

P.s. C’è una immagine di Rosaria Capacchione molto significativa, che mi piace condividere con voi. E’ seduta in redazione e una giornalista di Rai News 24 la sta intervistando. Lei risponde, confessa di non sentirsi a sua agio sotto i riflettori, e non ci tiene affatto ad andare in tv. E’ imbarazzata e sinceramente modesta. Ricorda in maniera dolce quell’intervista di Marcelle Padovani a Giovanni Falcone. “Ma chi glielo fa fare?”
Falcone: – Soltanto ho spirito di servizio.
Padovani: – Ha mai avuto dei momenti di scoramento, magari di dubbi, delle tentazioni di abbandonare questa lotta?
Falcone: – No mai.