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Disonorevoli

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I disonorevoli‘I disonorevoli nostrani’ di Benny Calasanzio (giornalista e parente di vittime di mafia) racconta le imprese di circa metà dei membri del Parlamento siciliano. Sono imprese criminali, a volte coperte da prescrizioni e frettolose assoluzioni, ma non solo. Sono anche e soprattutto vicende grottesche, al limite del reato ma non reato. Sono storie di amicizie poco raccomandabili, parentele imbarazzanti, piccole e grandi furbizie. L’insieme è un quadro desolante che fa capire come la Sicilia sia lontanissima dall’essere democrazia matura. Quadro che diventa ancora più desolante se si pensa che, inesorabile, la linea della palma continua a salire.

Ci sono storie che fanno gelare il sangue, come quella di Rudy Maira, scomparsa in fretta e furia dai mezzi di informazione. Maira processato per concorso esterno in associazione mafiosa per inquietanti telefonate partite dal suo cellulare nei minuti precedenti la strage di Capaci. La successione delle telefonate è riportata in dettaglio nel libro. Leggetela e pensate. Coincidenze, si capisce, e infatti Maira fu assolto.

Ci sono storie alla Lando Buzzanca, come quella di Pippo Gianni, l’uomo che nella discussione sulle quote rosa si produsse in un indimenticabile “Le donne non ci devono scassare la minchia”.

Ci sono pezzi degni di Totò e Peppino come l’indimenticabile ode a Totò Cuffaro pronunciata dall’onorevole Limoli nel suo unico intervento della legislatura. “Tu devi camminare sempre a testa alta perché tu credo che sia uno dei pochi o delle pochissime persone che ha il diritto di guardare negli occhi tutti gli altri, nei confronti di tutti i colori i quali vogliono fare i moralizzatori della vita politica (…), a me farebbe piacere mettere alla prova tanti di coloro i quali si pavoneggiano blabla blabla due per due fa ventidue quattro per quattro fa quarantaquattro”. Ci sono infinite storie di parenti di, figli di, nipoti di. Dove dopo il di generalmente c’è il nome di un vecchio boss. Certo, essere figlio di mafioso non è reato. Così come per il presidente dal viso pulito, Francesco Cascio, non è reato essere amico del nipote del boss Bonura. E non è reato per Scoma regalare posti e consulenze all’intera famiglia (e chi se non lui, assessore alla Famiglia?).

Paolo Borsellino aveva detto: “Vi è stata una delega totale e inammissibile nei confronti della magistratura e delle forze dell’ordine a occuparsi esse solo del problema della mafia (…). E c’è un equivoco di fondo: si dice che quel politico era vicino alla mafia, che quel politico era stato accusato di avere interessi convergenti con la mafia, però la magistratura, non potendone accertare le prove, non l’ha condannato, ergo quell’uomo è onesto… e no! (…) Questo discorso non va, perché la magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire, be’ ci sono sospetti, sospetti anche gravi, ma io non ho le prove e la certezza giuridica per dire che quest’uomo è un mafioso. Però i consigli comunali, regionali e provinciali avrebbero dovuto trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Ci si è nascosti dietro lo schema della sentenza, cioè quest’uomo non è mai stato condannato, quindi non è un mafioso, quindi è un uomo onesto!”
Infatti, Paolo Borsellino è morto.

Benny Calasanzio, I disonorevoli nostrani, ilmiolibro.it
Recensione pubblicata su Queer di Liberazione del 2 novembre 2008 (pdf


2.11.2008 Commenta Feed Stampa