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Destinazione Lampedusa

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A sud di LampedusaAbdou è ad Agadez, stazione degli exodants in Niger. Da qui partono i camion per la Libia. Abdou ha il viso scavato come una maschera di legno, vive in una tenda di paglia, dorme su una stuoia. Abdou faceva il macellaio a Sabha, in Libia. Aveva una paga decente. Ma era clandestino. Un giorno la polizia libica lo ha fermato per strada. Lo ha sbattuto in carcere. Le prigioni della Libia non sono grandi hotel. In una cella, sono in cinquanta. Fa un caldo terribile, non c’è spazio per stendersi a terra e si dorme a turno. Un solo pasto al giorno. Nei bagni luridi non ci si può lavare. Un mese dopo, lo caricano su un camion stracarico. Gli danno un barile di acqua, qualche galletta, e lo rimandano indietro. Dopo sei giorni di viaggio nel deserto, Abdou arriva ad Agadez. Dall’arresto, non gli è mai stato consentito di passare da casa, casa sua in Libia. Perché c’è sempre qualcuno più a sud, e per i libici il sud è il Niger. Da sempre, i nigerini salgono su mezzi di fortuna e migrano in Libia. La Libia è il paese ricco che si sente arabo e mal sopporta l’Africa. Molti qui si fermano, pochi tentano il Mediterraneo. La Libia però, da quando ha firmato accordi di collaborazione con l’Italia, è ancora meno tollerante. Così molti nigerini, in Libia da vent’anni e mai sfiorati dall’idea di attraversare il Mediterraneo, sono arrestati e mandati indietro, nel paese più povero del mondo. Vittime di un sistema che non capiscono.

Mbour è un villaggio del Senegal. Dal porto partono le piroghe con destinazione Canarie. Mbour era un villaggio ricco: cuore della produzione ittica senegalese. Le sardine di Mbour sfamavano i locali, orate e dentici andavano a Dakar, e da lì in Europa e Cina. Da qualche anno però, il mare si sta prosciugando: i pescatori di Mbour tornano a casa a mani vuote e non riescono a rifarsi del costo del carburante. I bei tempi sono finiti: oggi i pescatori raccolgono migranti sulle piroghe e con loro tentano l’avventura Spagna.
“E’ la pesca di frodo condotta dai grandi pescherecci europei”, spiega un sindacalista senegalese. Soprattutto spagnoli e francesi saccheggiano i mari del Senegal. Il loro pesce sbarca alle Canarie e da lì al mercato mondiale. E il Senegal immiserito riversa i suoi abitanti nella terra di chi lo ha depredato.

Sono storie dal libro A sud di Lampedusa del giornalista Stefano Liberti, edito da minimum fax. Una splendida inchiesta lontana dai luoghi comuni. Liberti ha trascorso cinque anni sulle rotte dei migranti – in Niger, nel deserto del Ténéré, in Mauritania, nel Sahara Occidentale, in Senegal, in Marocco, in Algeria – e racconta le storie di tanti Abdou senza sottomettersi alle vulgate imperanti. Non racconta di carrette del mare: le imbarcazioni spesso sono barche in perfette condizioni. Non racconta di disperati: la maggioranza degli africani che provano l’avventura non lo sono. Sono persone della classe media, istruite, con un alto livello di consapevolezza dei rischi cui vanno incontro, che sanno di non poter trovare sbocchi professionali adeguati al loro livello di formazione nel paese in cui sono nati. Più una fuga di cervelli che una fuga di ultimi. Non racconta di mafie che gestiscono le traversate: la maggior parte dei migranti si organizzano da sé. La retorica degli scafisti è, appunto, retorica funzionale alla diffusione in Occidente. Per gli africani, non c’è traccia di organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. Sono viaggi che si fanno passo dopo passo, per tentativi, per stazioni. Stazioni dove comandano i connection men. Stazioni dove da qualche tempo lavorano anche i dissuasori, nuova figura professionale pagata dall’Unione europea che cerca di persuadere i migranti prospettando gravi pericoli. Come in un Truman Show, grandi cartelli pubblicitari con immagini catastrofiche di migranti sfortunati sono disseminati negli uffici dei dissuasori e lungo le vie.
Liberti racconta rotte che non sono mai lineari. Viaggi che procedono a strappi, fatti di lunghe soste per racimolare i soldi per continuare. Viaggi che come in un crudele gioco dell’oca spesso ti riportano indietro di una casella o addirittura al punto di partenza. “Non posso tornare a mani vuote” è il grido disperato di chi è spedito a casa. Liberti racconta di padroni libici che assumono il clandestino in cerca degli ultimi soldi per attraversare il Mediterraneo e che, prima della paga, lo denunciano condannandolo al rimpatrio. Liberti racconta gli intrappolati di Dirkou, ultima tappa prima della Libia: quelli che non possono andare né avanti né indietro e che nel frattempo accettano qualsiasi lavoro. Dirkou, oasi nel deserto nigerino dove non ci sono hotel e i pochi turisti e giornalisti dormono nel cortile della sfarzosa villa del sindaco.
Il viaggio di Liberti termina a Lampedusa, unico posto d’Italia dove non ci sono immigrati. Perché i migranti sbarcano, vanno nel CPT, ripartono. Lampedusa, in Africa, è posto leggendario, luogo di arrivi e naufragi. “Sei italiano? Com’è Lampedusa?” è la frase che Liberti si sente rivolgere sempre dai migranti che incontra. Ma il luogo leggenda non esiste: agli occhi di Liberti, Lampedusa è un luogo di villeggiatura fuori stagione, banale e desolante. Non l’isola meticcia che aveva immaginato, non Instabul, non Tangeri. Uno scoglio senza identità.
Giusto un simbolo: il punto d’arrivo. Lì si concentrano gli sbarchi, e non solo per una evidenza geografica. Lampedusa è frutto di una precisa strategia di Roma. “Nessuno sbarca a Lampedusa in modo spontaneo” scrive Liberti. Tutte le barche, anche quelle che navigano distanti, sono intercettate dai radar, recuperate da capitaneria e guardia di finanza e portate lì. Un piano: l’isola è destinata dal governo a centro di concentramento e smistamento di tutti i flussi migratori che nel Mediterraneo interessano l’Italia. Così, si vuole evitare lo sbarco in Sicilia. Si vuole evitare soprattutto lo sbarco nella Pantelleria degli Armani e dei Depardieu.
Intanto, nel deserto del Sahara, un ragazzo ghanese non vuole raccontarsi: “voi giornalisti fate il vostro servizio e poi tornate nelle vostre comode case. A noi cosa cambia? Voi vi fate belli, noi rimaniamo merce per l’esposizione delle vostre parole”. Parole, anche queste.

Stefano Liberti, A sud di Lampedusa, Minimum Fax
Recensione pubblicata su La Repubblica ed. Palermo dell’8 ottobre 2008 (pdf)


16.10.2008 3 Commenti Feed Stampa