Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > Il superstizioso

Il superstizioso

di Nicolò La Rocca

superstizioso.jpgLa crosta insignificante del quotidiano forata da un linguaggio vorticoso e dall’ossessione di un uomo: così potrebbe essere sintetizzato l’ultimo romanzo di Francesco Recami, “Il superstizioso”, edito, come i due precedenti, da Sellerio. Camillo, il protagonista, è un uomo agiato, che trascorre i suoi anni occupandosi, senza passione, del suo negozio, del suo costoso SUV BMW e, con la stesso approccio anodino, della moglie e degli amici. La scrittura di Recami narra i fatti a volo d’uccello, da lontano, poiché essi appartengono a una realtà fissa, un organismo chiuso che non ammette variazioni o aperture. Sembra che ci sia spazio solo per il coro di una tragedia di plastica: “gente che guarda quelli che vanno in macchina come se fossero pezzenti”, che risponde con una casa di proprietà in Sardegna a chi esibisce un “tutto agosto” a Forte dei Marmi in affitto, che ripete a memoria parole e movimenti, che placa matrimoni precocemente naufragati con impegni fittissimi, “con la parrocchia, il Centro anziani, la galleria d’arte, il ramino, il cinema”. Ma sbaglierebbe il lettore se a questo punto si aspettasse il solito personaggio in conflitto con la realtà: Camillo non cerca di riappropriarsi di se stesso, la vita ormai sfuma in remoti echi, essa non presenta più pieghe nelle quali infilarsi, è un piano orizzontale che non offre appigli. Così Camillo, invece di mettersi alla ricerca del quid per il quale vale la pena vivere, si affida alla sua debolezza: la superstizione. Essa, con i suoi riti e i suoi significati, gli permette di dare un senso alla sua esistenza, di incidere dei solchi sull’indistinta quotidianità. Un giorno, tre treni che passano insieme sotto il cavalcavia diventano, nel sistema di Camillo, un segno propiziatorio che bisogna seguire: così provvede a conformare la successione degli eventi a ciò che il segno suggerisce. Decide di tornare indietro, la giornata non può essere più la stessa: rientra a casa e, prima di perdere i sensi per una scivolata, sente un gemito. Al risveglio, si convince del tradimento della moglie. Da quel momento nella vita di Camillo cambierà tutto: grazie a un piano studiato per smascherare la moglie sentirà di poter finalmente intervenire sugli eventi, per inserirli in un complesso schema di segni e rimandi, che vede in ogni cosa gli indizi del tradimento della moglie. Questo piano gli permetterà di darsi un obiettivo, non dentro i fatti, ma sopra di essi. Il piano non sarà altro che l’unica direzione che Camillo riesce a imporre alla sua vita. Ma alla fine una sentenza ultima, inattesa e spietata, rimpasterà il blob grigio della realtà, travolgendolo. Francesco Recami si conferma un grande scrittore, ormai una certezza del panorama italiano, con i suoi personaggi “malati di normalità”, con la sua estrosa estraneità agli schemi narrativi à la page, col suo stile ricco di contorsioni ossessive. È uno scrittore che non si accontenta di raccontare, tanto meno di rimediare con artifici estetizzanti, come troppo spesso accade con certa narrativa artificiosamente ambiziosa. Reccami ama partire da situazioni piatte per innervarvi scatti improvvisi, adora imprimere alla sua scrittura avvitamenti ossessivi che trascinano il lettore in un vortice senza fine. Gli fa fare i conti con una normalità cloroformizzata , la quale non accetta variazioni, sovrapposizioni – seppur nei miseri termini di un codice di superstizioni o di un piano di ossessioni personali – se non al prezzo di una punizione finale.

Recensione pubblicata su Queer di Liberazione del 28 settembre 2008


10.10.2008 Commenta Feed Stampa