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The great gig in the sky

di Sauro Sandroni

(RIP, 1943-2008)

La scala mobile si ferma. Il posto è abbastanza simile a quelli che vedevo da giovane, quando mi facevo di acido: un leone con la faccia di Bufalo Bill alla mia destra, un’astronave con le ali di pipistrello che fluttua sopra la mia testa. Psichedelia. Davanti a me c’è una porta. Busso.
– Chi è?
– Sono Richard Wright, dei Pink Floyd. Sono morto lunedì.
– Ah, sì, la stavamo aspettando. Si accomodi.
La porta si apre e mi appare la faccia di un vecchio dalla lunga barba bianca.
– San Pietro, presumo.
– No, sono Babbo Natale. San Pietro ha preso un giorno di ferie. Sa, la prostata.
– Capisco. Ma allora esiste, eh?
– Chi? La prostata? E certo. Per avere conferma, basta che si ficchi un dit…
– No, non la prostata, lei. Babbo Natale, dico. Ero convinto che non esistesse.
– Senta, se esistono San Pietro e il paradiso, non vedo perché non dovrebbe esistere Babbo Natale.
– Beh, sì, ha una sua logica.
– Ecco. Mi segua.
Ci incamminiamo per un corridoio chiaro, con la moquettes azzurrina sul pavimento. Appesi alle pareti, piccoli quadri raffiguranti le grandi personalità del paradiso: l’Arcangelo Gabriele, San Giorgio che uccide il drago, Beatrice, Moana Pozzi.
– Tutta gente che ha fatto del bene, eh? – faccio io, per rompere un po’ il silenzio.
– Già. Senta un po’, com’è che arriva solo ora? L’aspettavamo per ieri sera.
– Credo ci sia stato un po’ di casino al momento di decidere la destinazione. Mi hanno fatto passare qualche ora nel calypso.
– Nel limbo.
– Sì, scusi. Quello lì. Credo sia per la vecchia storia del rock. Sa, la musica del diavolo, quella roba lì.
– Sì, guardi, capita spesso. Pensi, quando sono morti i Pooh li hanno tenuti in aspettativa per due settimane.
– I Pooh sono morti?
– Certo.
– E quelli che fanno i concerti in Italia chi sono, allora?
– Replicanti. Cyborg, li chiami un po’ come vuole. Ma non mi dica che non se n’è accorto, eh? Non la vede la pelle sintetica, i capelli di nylon… la facevo più sveglio. Ecco, siamo arrivati.
Entriamo in una stanza scura, piena di gente e di fumo. Sembra ghiaccio secco, ma non ne sono sicuro. Sul soffitto, in un continuo movimento, ci sono lampade di tutti i colori: rosse, gialle, verdi, blu. Sopra le nostre teste, un’enorme sfera ricoperta di piccoli vetri gira su sè stessa. Sulle pareti, tutte tappezzate di poster e di cartoni per le uova, alcuni maxischermi mandano le immagini di angeli che suonano. Nell’aria, ovunque, suoni: di organo, di tamburo, di chitarra. Suoni. Sono senza parole.
– Ma… questo… questo posto è… è quello che penso?
– Sì. E’ il paradiso dei musicisti. Se l’è meritato, ragazzo mio. Vada, si butti. Si faccia una bella rimpatriata. Ci vediamo domani, in mensa.
Babbo Natale mi da una pacca sulla spalla, e se ne va. Merda, non l’avrei mai detto: esiste davvero. Il paradiso dei musicisti. Allora, non è solo lo slogan dell’Emporio Nicolazzi, Grandi Magazzini Musicali, vicino a Brighton: no, esiste! Esiste davvero! Cazzo, da non crederci…
Mi sento battere su una spalla, ancora. Mi giro, è una ragazza. Una delle più belle ragazze che abbia mai visto. Sembra Demi Moore, però ancora più bella, e converrete con me che non è facile.
– Ciao, – mi fa.
– Salve, – le faccio io.
– Tu sei nuovo, vero?
– Già.
– Sei quello dei Pink Floyd?
– Sì… il tastierista.
– C’è tanta gente che ti stava aspettando.
– Sì? Oh, beh… per fortuna che sono arrivato, allora…
– Richard, giusto?
– Sì, Richard Wright.
– Io sono Valentina.
– Eri una musicista?
– Io? Oh, no! Io qui ci lavoro.
– Ci lavori? E cosa fai?
– La groupie. Ogni musicista che abbia onorato la musica, quando muore, ha diritto a 72 groupie.
– Cazzo, come i terroristi?
– No, a quelli gli diamo 72 calci nelle palle. Al giorno. C’è una divisione di angeli apposta, per fare questa cosa qui: nella vita terrena erano omini del Subbuteo, quelli che battevano i rinvii. Non farti infinocchiare, Richard, non tutto quello che senti dire sui paradisi e sugli inferni è vero.
– Eh, scusa. Sai, sono un po’ tardo. Nick Mason lo è più di me, ma nel gruppo, quanto ad essere tardi, io venivo subito dopo di lui.
Qualcuno, da dietro, mi copre gli occhi con le mani. Sento Valentina che ridacchia.
– Chi è, Richard? – Mi fa lei.
– Uhm… non lo so. Un aiutino? E’ maschio o femmina?
– Maschio.
– Peccato… per un attimo ho pensato che fossero le Bangles, ma poi mi sono ricordato che sono ancora vive.
Dietro di me, la persona che mi ha coperto gli occhi comincia a ridere. E io la conosco, quella risata. Afferro le sue mani con le mie e me le stacco dal viso, poi mi giro.
– Cazzo…
– Eh, già, – mi fa un giovanotto magro, con i capelli scuri e il viso da fotomodello. – Diamante Pazzo, per servirla.
– Ma porca puttana… Syd! Da quanto tempo?
– Eh… qualche anno, Rick, qualche anno.
– Merda, ma guarda te, oh… Syd! Vaffanculo, adesso va a finire che mi metto a piangere…
– Ahah, sei sempre stato un tenerone, Rick! Che scemo. Ma vieni, che piangere e piangere: facciamoci un giro per la sala, c’è un mucchio di gente che ti vuole salutare.
Mi prende sottobraccio e cominciamo a camminare. Il posto è pieno di persone. C’è una grande confusione, ma è una cosa piacevole. Musica, tanta musica.
– Che casino che c’è qui, eh? – Gli faccio.
– Già, – risponde lui. – Il massimo.
Ci dirigiamo verso un gruppetto di persone che hanno formato un cerchio. Nel mezzo al cerchio, due batterie. Sulle batterie, due uomini bene in carne picchiano sui tamburi come delle scimmie con il fuoco al culo. Picchiano e urlano, e ridono. Sulle spalle hanno una macchina tipo quella per dare il rame alle piante; dalla macchina parte un tubo di gomma che gli finisce direttamente in bocca. I due succhiano un liquido ambrato. Birra, credo. Vicino ai due, al ritmo della loro musica, la gente balla come se l’avesse morsa la tarantola.
– Ma… – faccio. – Sono quelli che penso io?
– Già, – risponde Syd. John Bonham e Keith Moon. Non ti dico il casino che fanno. Tutto il giorno a picchiare sui quei cazzo di bussoli, oh! Suonano, bevono, mangiano, si scopano tutte e 72 le groupie e poi ripartono. E sai una cosa? Gli vogliono tutti bene, qui dentro.
– Eh, ci credo…
Faccio un cenno di saluto a Moon, che mi riconosce. Si ferma, stacca uno dei microfoni che gli amplificavano la batteria e comincia a parlare.
-Ladies and gentlemen, un attimo di attenzione: abbiamo qui un nuovo arrivato. Gente, diamo il benvenuto a coso, lì, a Gigi d’Alessio!
Dalla folla parte una selva di fischi. Sempre stato un mattacchione, Keith.
– No, scusate, mi sono confuso! Gente, accogliamo come si deve il signor RIchard Wright!
NOVANTADUE MINUTI DI APPLAUSI!
Mi si fanno tutti incontro. Ecco Freddie Mercury, vestito da Freddie Mercury, ed ecco Jim Morrison, vestito da poeta maledetto, ed ecco Kurt Kobain, fatto come un cammello, però felice perché in paradiso ti puoi fare di qualsiasi cosa, anche di Mastro Lindo, ma basta buttare giù un’ostia che vendono nelle farmacie di qui che subito la scimmia ti sparisce; ed ecco Elvis, tornato giovane, con le basette fino alle scapole, e Jeff Buckley, a braccetto con suo padre Tim; e Jimi Hendrix, che arriva suonando coi denti una chitarra in fiamme, e John Lennon, che mi chiede come sta Paul McCartney, e quando io gli rispondo “bene, che io sappia”, se ne va mandandomi affanculo “tu e quel mancino rotto in culo”, e dicendomi che tanto lui, in paradiso, “si tromba Linda tutti i giorni”. Ed ecco uno coi capelli scarruffati, che io lì per lì non l’ho riconosciuto ma poi mi hanno detto che era Beethoven, ed ecco Janis Joplin, e Stevie Ray Vaughan, e Frank Zappa, e James Brown, tutto sudato, e Billie Holiday, e <inserire qui nome di persona che ha onorato la musica>. E tutti che mi abbracciano, mi baciano, mi danno i pizzicotti, mi fanno i complimenti (anche John Lennon). Ed ecco che ricomincia la musica, con tutti che suonano e cantano ognuno per cazzi suoi, ma è uguale, mi piace lo stesso. Una bella festa, davvero.
E insomma, canto e ballo e suono tutta la notte, in quell’immensa sala prove che è il paradiso dei musicisti. Sono felice. Ad un certo punto, dopo tutto il casino, la musica comincia ad abbassarsi. Gli amici smettono di suonare, uno dopo l’altro, e si buttano sui divanetti a dormire. Qualcuno prova a scopare, ma è stanco, non ce la fa. All’improvviso, il silenzio. Anche io sono stanco, però sono troppo contento di essere qui, e a dormire non ce la faccio. Allora vado verso il bancone del bar e mi siedo su uno sgabello. C’è un uomo, seduto accanto a me. Mi guarda e mi sorride, di sbieco. Ha i capelli lisci che gli cadono sull’occhio sinistro e una faccia strana. Sembra quasi un indiano. Fuma. Mi porge la mano.
– Ciao, – gli faccio, -mi chiamo Richard.
– Sì, ti conosco.
– Bella festa, eh?
– Eh, qui è sempre così.
– Un po’ di confusione, magari.
– Ma no, si sta bene. E poi, per chi ama la musica un po’ meno sparata, ci sono le salette apposta.
– Ah, ok. Casomai domani ci vado. Tu sei italiano, vero?
– Di Genova. Ma sardo d’adozione.
– Ah, ok. Non dormi?
– Per me è ancora un po’ prestino. Dopo.
– Comunque, oh, sono contento di essere qui, alla fine.
– Già.
– Senti, ti posso fare una domanda?
– Spara.
– Ok, il paradiso eccolo qui, esiste. Ma l’inferno? Esiste anche quello?
– Esiste, ma solo per una determinata categoria di persone.
– Quale?
– Senti, se non mi prendi per uno sborone provo a dirti un paio di versi miei. Forse ti fanno capire la cosa.
– Vai.
– Allora, fa così (mi rivolgo direttamente al Principale): “Dio di misericordia, il tuo bel paradiso, l’hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso, per quelli che han vissuto, con la coscienza pura, l’inferno esiste solo per chi ne ha paura“. Finito. Il grassetto è mio. Vabbè, anche il resto è mio. Ho detto una belinata.
– Sai, credo di aver capito, – gli dico.
– Bene.
– Bella. Mi è piaciuta. Credo di aver capito.
– Mi fa piacere.
– Senti, domani ti ritrovo qui?
– Qui, là. Boh. Da queste parti, comunque. A volte vado nel giardino dell’Eden. Mi piacciono le piante.
– Ok, casomai ci andiamo insieme, qualche volta. Così parliamo.
– Volentieri.
– Senti, allora ci si becca domani.
– D’accordo.
– A domani. Ah, scusa, com’è che ti chiami?
– Fabrizio.
– Vabbè, Fabrizio, è un piacere conoscerti. Penso che starò bene, qui.
– Lo penso anch’io.
Me ne vado a cercare un divanetto libero. Trovo un buco tra Jaco Pastorius e Marvin Gaye. Mi accoccolo. Sì, credo che starò bene, qui.


17.09.2008 17 Commenti Feed Stampa