Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Società > Il codice degli ultras

Il codice degli ultras

di Angelo Petrella

scontri-napoli-2.jpgÈ una serata ventosa a Ponticelli, i cumuli di spazzatura ammucchiati ai bordi della strada cascano e invadono la carreggiata. Rosario arriva con il suo motorino davanti al “bar dei diffidati”, come lo ha ribattezzato con gli amici dopo aver ricevuto l’ennesima diffida, questa volta con obbligo di firma. È un ragazzo di vent’anni, alto, larghe fessure tra i denti, lo sguardo sornione ma sicuro di sé. Tra i tanti ultras incontrati, Rosario mi ha colpito per la sua iniziale timidezza. È vestito come quando lo conobbi al San Paolo: jeans stretti, Nike ai piedi, una polo Fred Perry e una felpa col cappuccio. Primo di tre fratelli, lavora al mercato ortofrutticolo con il padre e ogni mattina deve alzarsi alle quattro: “Sempre meglio che andare in fabbrica” dice, “ma tanto un lavoro vale l’altro, perché le cose importanti della vita sono altre”. Quali? La famiglia e il Napoli, ovviamente: anzi, “il Napoli prima di tutto”. Per Rosario dire “il Napoli” significa in realtà dire “i Mastiffs”, la tifoseria di cui fa parte. Essere un ultrà è infatti una scelta di vita che richiede grande passione: non esiste tempo libero, la disponibilità deve essere totale, specialmente nei giorni dedicati ai preparativi per la trasferta e alla pianificazione degli scontri. Mi colpisce la sfrontatezza con cui Rosario ne parla: “Prima della diffida ero sempre nel gruppo d’azione. Per difendere il proprio onore a volte bisogna combattere, la violenza fa parte della vita. Però noi abbiamo un’etica, non ci mescoliamo con gli infami che usano le lame. Quelli sono cani sciolti, non ultras. Purtroppo si infiltrano dovunque e nessuno può farci niente”. Già. Il fantomatico codice-ultras, un insieme di regole non scritte che determinano la condotta di ogni tifoseria: niente armi, niente saccheggi di negozi, obbligo di autofinanziarsi, di non scappare mai davanti al nemico e di non smarrire per alcun motivo il proprio striscione, pena lo scioglimento del gruppo.
D’improvviso mi accorgo di ascoltare una storia già nota, qualcosa come un racconto di guerra tra bande: ecco, Rosario sembra uno dei Ragazzi della via Pal, un adulto con la stessa ingenuità e lo stesso entusiasmo di un ragazzino. Solo che qui non siamo nel romanzo di Molnár, gli scontri e le botte lasciano segni che non vanno più via, a volte ci rimette la pelle anche chi non c’entra niente. Come Sergio Ercolano, il ragazzo precipitato da una tettoia dello stadio avellinese nel 2003: “La colpa fu della polizia che provocava. Sono loro i veri teppisti col manganello, però sui giornali non se ne parla mai. Potrei raccontarti decine di queste storie, come il giorno della trasferta a Pisa: i poliziotti entrarono nel vagone del treno al buio e iniziarono a picchiare senza motivo. Io per fortuna mi ero nascosto nel bagno. Sentivo urlare ‘mamma, mamma!’. Quando accesero le luci c’erano pozze di sangue dappertutto”.
L’impegno totale verso il proprio gruppo ha qualcosa di tribale e di cavalleresco insieme, mescola l’ostinazione alla passione viscerale, cieca, impulsiva. Ecco: l’ultrà assomiglia a un militante politico d’altri tempi, per il quale il confine tra vita privata e pubblica non esiste più. Ma, alla mia domanda su cosa ne pensi della politica nelle curve, la risposta di Rosario è lapidaria: “A noi della politica non ce ne frega niente. La nostra politica è il Napoli”. Mi sembra chiara una cosa: all’impegno sociale l’ultrà oppone qualcosa di molto più tangibile e istintivo. L’ultrà vuole agire, vuole “sentire” immediatamente le conseguenze delle proprie azioni. Domina una sorta di ideologia del vitalismo, quasi che il gesto aggressivo possa liberare l’individuo da una realtà fiacca e imbalsamata. Non importa a quale prezzo. Eppure, mi sembra un paradosso troppo odioso il fatto che un ragazzo – che passa la notte a scaricare casse al mercato – si lasci irretire dal miraggio di uno sport attorno a cui gravitano milioni di euro, che puntualmente riempiono le tasche di calciatori e dirigenti. La risposta di Rosario è di nuovo spiazzante: “È vero, il business e le pay-tv stanno uccidendo il calcio, ma questo che c’entra col tifo? Tu ragioni troppo! Il calcio è qualcosa di istintivo: è stare assieme agli amici a fare casino e condividere una fede”.
È quasi mezzanotte. Rosario si congeda ricordandomi che deve svegliarsi meno di quattro ore dopo. Altro giorno, altro mercato. Spengo il registratore e mi avvio anch’io alla macchina. Mi chiedo cosa stia pensando in questi giorni in cui finalmente vengono a galla anni di truffe nel business del pallone. Vorrei chiedergli se si sente deluso o tradito. Se ha pensato per un attimo di abbandonare “il calcio”. Ma so già che la sua risposta sarebbe la stessa: “fedele alla maglia, sempre e comunque”.


3.09.2008 2 Commenti Feed Stampa