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L’ottava vibrazione

di Sauro Sandroni

L’ottava vibrazione” un libro che molti stavano aspettando da un bel po’ di anni. Tra questi molti, anch’io. La nuova opera narrativa di Carlo Lucarelli si era caricata di grandi aspettative: l’ultimo suo romanzo era uscito nel lontano 2000, e in pi L’Ottava vibrazione era vista come la prima volta in cui Lucarelli si sarebbe cimentato con un romanzo non di genere. Non che lo scrivente abbia qualcosa contro i romanzi di genere, anzi, ma la curiosit di vedere come Carlone, che con la penna una certa confidenza ce l’ha, avrebbe affrontato l’uscita dal noir, un po’ ce l’avevo. Vogliamo dire che sono rimasto deluso? Lo vogliamo dire? Diciamocelo.

Questo, come ampiamente annunciato, non un romanzo noir. E questo, di suo, non n un bene n un male: un semplice dato di fatto. Si tratta di un romanzo storico, ambientato ad Adua nel 1896, quando, in qualit di italiani portatori di superiore civilt presso i popoli beduini & selvaggi che ci aspettavano come semidei, eravamo impegnati a fare alcune virili figure di merda in Etiopia. Il pressapochismo, il menefreghismo e il dilettantismo che da sempre contraddistinguono gran parte della nostra classe dirigente (e che nel lirbo sono giustamente presenti) si fecero notare anche nelle nostre imprese coloniali, avventure che avevamo cominciato fuori tempo massimo (quel treno l era gi passato). Senza contare, poi, che il colonialismo pura e semplice merda, ma questo un altro discorso. Lucarelli ha dovuto studiare parecchio per un’ambientazione cos lontana nel tempo e nello spazio, e questo si vede. Si vede perch sembra preso da una sorta di ansia da descrizione, un’ansia che lo spinge a fornire al lettore molti, moltissimi particolari sui modi, le mode, la gente e l’aspetto dell’Etiopia colonizzata dagli italiani. Intendiamoci, in un romanzo storico questa la prassi, ed pure legittimo che uno che si fatto il mazzo a studiare poi ti voglia ritrasmettere le nozioni che ha appreso. Anzi la cosa quasi un dovere nei confronti del lettore. Ho avuto l’impressione, per, che Lucarelli abbia un po’ esagerato, concentrandosi molto sul “dove” e il “come”, ma tralasciando invece il “chi” e il “perch”. In pratica, l’ambientazione domina incontrastata sulla trama, che poca. S, perch la grande pecca di questo romanzo, secondo me, la pochezza dell’intreccio. Si tratta di tante microstorie, tanti personaggi che si muovono senza che nessuno di essi prenda davvero le redini della vicenda: le loro storie si sfiorano, ma ognuna va per conto suo e, soprattutto, ognuna poca cosa. Storie troppo semplici, diafane, poco incisive. Il ritmo con cui le loro vicende si susseguono tra le pagine sembra che risenta del clima africano: lento, accaldato e sudaticcio, non c’ mai l’accelerazione che ti spinge a girare pagina per vedere cosa ci sia dopo. Per uno come Lucarelli, che il ritmo della narrazione ce l’ha sempre avuto, mi sembrata una cosa strana.

Un esempio dell’ansia da descrizione riscontrabile nell’ossessione per i dialetti. Quanti dialetti ci sarano in Italia? Un fottio. Ebbene, qui ci sono quasi tutti, perch i soldati vengono da tutto lo Stivale, e per ognuno di essi Lucarelli indugia nella descrizione delle voci, nei tanti modi di mettere le labbra e/o la lingua, nella variet e nella differenza dei suoni. L’intento chiaro ed pure lodevole: rendere l’eterogeneit linguistica (e quindi anche culturale) delle truppe italiane in Etiopia, e anche quella delle popolazioni autoctone africane. Ma se la cosa pu funzionare bene in un film (prendiamo “La grande guerra”, o simili), risulta invece pesante in un romanzo, dove non c’ l’immediatezza del suono. Si tratta di un gioco intellettuale al quale Lucarelli chiama il lettore, una sorta di “riconosci il dialetto” che a me risultato un poco artificioso. Senza contare che anche Lucarelli, come qualunque altro scrittore al mondo che non sia pisano o fiorentino, convinto che un pisano parli come un fiorentino (si veda, ad esempio, pag. 155, nella quale un sergente pisano pensa “su ‘i ccapo“, proprio come se fosse un fiorentino. Ebbene, voglio approfittare di questo spazio che gentilmente mi auto-offro per rendere noto a tutti che uno di Pisa non parla come uno di Firenze. Uno di Pisa non direbbe mai “su ‘i ccapo“, ma “sur capo“. Anzi, forse direbbe addirittura “sulla chiorba” o “sul ceppione“. Ma “su ‘i ccapo“, comunque, mai. Ecco, ci tenevo.

Quanto al resto, lo stile quello pienamente lucarelliano. Sembra di sentirlo condurre una puntata di Blu Notte, con le frasi ripetute, la tendenza a descrivere i tic comportamentali dei personaggi, una certa inclinazione alla paratassi (usata con maestria). In questo non c’ niente di male, anzi: si chiama stile, appunto, e insieme ad altre cose differenzia un autore da un altro. Qui questo stile c’. Io apprezzo cose un pochino pi secche e asettiche, ma questi sono cazzi miei. Voi fatevi i vostri, e camperete cent’anni.

Una cosa particolare, credo una sorta di esperimento, l’uso del tempo narrativo: presente e passato si alternano di continuo, anche all’interno di uno stesso capitolo. Non so che effetto cercasse, Lucarelli, ma a me non ne ha fatto nessuno in particolare. Diciamo che forse si poteva evitare, ma anche no. Nulla di sconvolgente.

“L’ottava vibrazione”, alla fine, un romanzo onesto, al quale non manca nulla, scritto dopo anni di studi che all’autore devono essere costati non poco. I personaggi ci sono, la trama pure, l’ambientazione non ne parliamo. Per… per da uno come Lucarelli mi sarei aspettato di pi. Una cosa fatta secondo il suo stile, certo, secondo il suo modo di scrivere romanzi, chiaro, ma “di pi”. Ha dimostrato di avere grandissime capacit da artigiano della penna (e cos dicendo voglio fargli un bel complimento, si badi bene), e quindi rimango fiducioso. Sar per la prossima volta.


6.08.2008 3 Commenti Feed Stampa