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Il Commissario Spada

di Sauro Sandroni

C’è stato un periodo, quando ero piccolo, che andavo alla messa. Durò poco, due o tre mesi, ma ricordo che ci avevo preso gusto ed ero anche diventato cintura nera di chierichetto. Mi piaceva l’odore d’incenso, mi piacevano il silenzio e la spiritualità della chiesa, mi piaceva più che altro il fatto che se andavi a servire messa durante un funerale (e solo per quello), poi il prete ti allungava mille lire. Un giorno, con un millino duramente guadagnato dopo aver sotterrato l’ennesima vecchia baciapile caduta nell’adempimento del dovere (un infarto durante una gara di rosario ad oltranza), presi a frequentare il circolo Arci per giocare ai videogames e comprarmi un meritato variegato all’amarena, e per la Chiesa fu la fine. Scoprii l’antica arte della bestemmia, e feci la mia scelta senza molti rimpianti.

Fu in quel breve periodo di pia devozione, comunque, che scoprii una pubblicazione a fumetti che vendevano solo in chiesa: “Il Giornalino“. E che fumetti! Cito a caso tra quelli che ricordo così, al volo: Larry Yuma, Cocco Bill, Braccio di Ferro (l’edizione originale americana), Piccolo Dente, Rosco & Sonny. E poi, soprattutto, il Commissario Spada.
Il Commissario Spada era un fumetto diecimila anni avanti, sia per le soluzioni grafiche, ancora oggi di un’attualità impressionante, sia per i temi trattati e il modo di trattarli. Erano gli anni ’70, e l’Italia era sconvolta da tensioni sociali, terrorismi rossi e neri, stragi, il dilagare delle droghe pesanti; ebbene, questi temi c’erano tutti. Ora, si potrebbe pensare che in questo non ci dovrebbe essere niente di strano e che i temi “del giorno” dovrebbero essere al centro di ogni storia poliziesca che si rispetti. E’ vero, ma vorrei anche ricordare che si trattava di storie pubblicate sul giornalino delle Edizioni Paoline, non su una rivista di sociologia, e quindi la cosa era tutt’altro che scontata. La contestazione, lo scontro generazionale, il fronteggiarsi delle istanze di rinnovamento e di quelle della conservazione erano lì, illustrate per quello che erano e con tutti gli attori in campo, sia da una parte che dall’altra. E senza che il fumetto parteggiasse (troppo) apertamente di qui o di là. Certo, il commissario Spada non era un fricchettone che fumava joint dalla mattina alla sera: aveva le sue convinzioni da sbirro sulla politica e su come la società avrebbe dovuto andare, ma non era tipo da possedere LA verità. La verità, nei fumetti che portano il suo nome, era traballante, insicura, e quando c’era era condivisa tra diversi punti di vista. Se vi sembra che la Chiesa di oggi sia in vena di condividere verità, ecco, avvertitemi quando vi svegliate, così vi faccio trovare la colazione pronta.

Ora, non che “Il Giornalino” fosse il catechismo della Chiesa Cattolica, chiaramente; era un volumetto a fumetti che non impegnava nessuno, tantomeno le gerarchie vaticane. Però è comunque un segno, un segno di come la cultura, anche quella di chiesa, negli anni ’70 avrebbe potuto prendere una certa direzione, direzione che poi non ha mai preso e che ha anzi abbandonato con una clamorosa inversione a U. Ma forse, eh? Perché questa è solo una mia teoria, strampalata come quella volta che mi intestardii che volevo mettere insieme i pezzi di cadaveri e resuscitare i morti e per questo mi cacciarono dall’Accademia  Mondiale delle Scienze Intergalatiche e allora io mi rifugiai in un castello insieme al mio fido servitore gobbo di nome Igor dove ridiedi vita a un collage di salme che poi andò a morire al Polo Nord. Ma torniamo al Commissario Spada, che forse è meglio.

Questo volume si intitola “Gli anni di piombo” e da un certo punto di vista è un po’ una fregatura, nel senso che di storie che trattino veramene di terrorismo ce n’è una su cinque. Gli altri episodi hanno vaghi agganci con la contestazione di quegli anni (specie il primo, con la rappresentazione di una comune di figli dei fiori, e quello con il personaggio di “Geronimo” come antagonista), ma sono piuttosto generici e trattano più che altro di criminalità spicciola. Si tratta comunque di belle storie, ancora vive e disegnate benissimo da De Luca, davvero un grande dell’illustrazione. Se siete appassionati di fumetto (ma anche se non lo siete, va’), questo volume non me lo farei scappare: per tutte le cose che ho detto sopra, certo, ma anche per il fatto che, nonostante abbia 400 pagine e un formato enorme (cosa apprezzabile per opere di grafica), costa solo 13 euro, più o meno quanto un tascabile. Poi vabbè, se non siete appassionati di fumetto e siete pure tra quelli che lo considerano un’arte minore, peggio per voi.


23.07.2008 Commenta Feed Stampa