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Estate senza fine

di Luca Pettinelli

Altoparlanti invisibili sopra le uscite, voci di donna sulle offerte della settimana, sportelli di auto che si chiudono, disturbi e frequenze, elettricità statica: la fragile linea di difesa contro il trascorrere obliquo del tempo, l’argine contro questa corrente fredda d’autunno che trascina al largo i nostri giorni, rintocco di campane sottomarine che richiama indietro dal nulla che si stende un po’ più in là, sotto le nuvole e verso l’autostrada. Attraversarlo e tornare, tutto in nome di un fascino senza amore, tutto per un’idea di sé stessi. Passato melmavischiosa, futuro polveredargento. Mi muovo in una scia di vite assopite, senza gioia né dolore, intento a sbarcare il lunario della mia immaginazione e niente può ferirmi in mezzo a tutte queste solitudini penosamente assortite.
Ho incastrato il carrello nella fila e ripreso la moneta. Guardo su e giù per la corsia, inciampo, guardo di nuovo. I sacchetti strapieni mi stanno segnando le mani. Io non so chi sono dovrebbero scriverci sopra. Immagino una serie di oggetti con su stampate frasi del genere, grida mute di aiuto, cose che la gente a volte vorrebbe dire ma alla fine non dice mai. A volte mi sento solo in un modo insopportabile, Perché non parliamo un po’?, E’ me che stai guardando? e così via. Dio che tristezza. Alla fine raggiungo la macchina e mi butto sul sedile. Accendo la radio, accendo una sigaretta, accendo tutto quello che posso accendere e resto lì a guardare il parcheggio che si svuota sotto i cupi fiori gialli dei lampioni.
Una macchina mostruosa depone un capannone in più sull’altra sponda della statale: le urla dei capisquadra, il candore della parete appesa al cavo della gru e il suo battito impercettibile sotto l’urto delle fotoelettriche, fondale di una gigantesca crocifissione incompiuta. I soliti anziani impauriti che strisciano a ridosso della recinzione con un po’ di vino nello stomaco e i pugni serrati attorno a scatole di pasticche nelle tasche delle giacche. Ogni tanto si indicano qualcosa a vicenda nell’aria che sa di polvere e gasolio. Ad ogni impatto della pala d’acciaio contro i cumuli di ghiaia socchiudono le palpebre e muovono appena la testa rassicurati dalla compattezza delle cose.
Prima che il sole sparisse c’era stata una luce intensa: i raggi bucavano la coltre scura delle nubi balenando sui vetri dei palazzi e giù fino a farsi brillìo nelle pozzanghere e sull’asfalto corroso, una minuscola ardente fetta di mondo filtrata dalla sporcizia sui vetri fino alla mia espressione attonita. L’estate di un minuto subito prima del buio, me stesso in qualche altro luogo eppure proiettato in bianco e nero sulle secche di questo mare senz’acqua, naufrago appeso a due buste di plastica. Poi, come un odore familiare esalato dalla terra, la sera, annunciata dai sussulti epilettici dei primi neon. Canto sopra la radio con le labbra socchiuse per ricacciare indietro l’onda di marea. Finito il ritornello comincio a chiedere (a chi?) se ricordo davvero. Non riconosco le parole (non faceva così, no che) ma non ho modo di esserne sicuro.
Tempo.
La ragazza che per il video del suo matrimonio aveva voluto una canzone così triste e la ascoltava ancora oggi, contemplando il poco che restava. E tutte quelle cose che avrei voluto dirle allora, tutte quante, chissà che fine hanno fatto: perse lungo la strada tra cervello e palato, incagliate in qualche spigolo della memoria e abbandonate lì a fare infezione in compagnia di altre ed altre idee morbide e sfiancate.
Tempo.
Erano dolci le sere svogliate lungo i canali, quando la gente sciamava sui marciapiedi o caracollava sulle passerelle dei battelli ancorati (oddio mi farai cadee-eere) e la vita lasciava una scia leggera sull’acqua, così dolce da rimpiangere attraverso i finestrini abbassati. Guardami adesso, ti prego, non lasciare che te lo chieda. Ed ora che il giro di ruota è compiuto…
Tempo.
Non so neanche perché te lo sto dicendo. Lo sto dicendo?
Al pattinaggio suonavano canzoni ed io te le cantavo scivolando all’indietro mentre cominciavi già a sparire, mentre la rincorsa disperata era alle porte e cantando ne scandivo il battito contro lo sfondo grigio alle tue spalle, contro le mie tempie, contro il palato, contro cristo lasciami stare. Quelle poche parole (mai parlato molto, io), i pensieri sui marciapiede nei lunghi pomeriggi d’estate. Il nero dei capelli sopra una risata che si alza come una foglia nel vento, il mare che ci faceva addormentare e il chiosco dei panini sulla spiaggia, bianco e blu, che aspettava giugno. Ma prima il penultimo incubo: una sequenza di cortili gelidi, vuoti, zitti come tombe, popolati di bidoni della spazzatura e cartacce che s’impennano nel vento.
Avevi torto: non sempre c’è un altro posto dove andare.
Tempo.
Di notte mi sdraio sul divano a leggere o a far niente col televisore acceso e il volume inesistente. Spesso mi addormento così, oppresso dalle giornate vuote come stanze disabitate, luce d’acquario dalle pareti e una cosa scura che s’aggruma nei pensieri.
Tempo.
In questo periodo comincia a piovere e puoi passare ore ad ascoltare le gocce e il rimbombo lontano del temporale come un fuoco d’artiglieria tra le colline, immaginare la massa d’acqua cadere sul verde cupo dei campi e lavare via tutto, un fuoco di stoppie che va spegnendosi e crea un’illusione di nebbia lungo un filare d’alberi, assaporare il suono e cercare di stivarlo in un angolo vuoto della memoria per farsi cullare prima di dormire in giorni lontani da questo.
Vento, e nel vento un suono di bottiglie rotte, risate e quell’odore di pioggia, presentimento di fruscii sommessi nel ventre del pomeriggio. Aria impazzita che frusta i rami spogli degli alberi e non sai se a farti rabbrividire sia quello o qualcosa di conosciuto che senti scrosciarti addosso come una cascata mentre tutto intorno le cose sono cambiate così velocemente (e puoi scommetterci che andrà ancora così).

La notte precedente torna a galla dalla memoria mentre esco dal parcheggio del centro commerciale. La vedo attraversarmi la strada pochi metri più avanti, la donna del sogno. La sigaretta sottile stretta tra le dita e portata ritmicamente alle labbra, l’aria assente, la stanca abitudine di sistemarsi gli occhiali con quel gesto. Tutto ha qualcosa di familiare e insieme alieno, come la scheggia di una vita possibile di cui potrei aver mancato il bivio ieri o molto tempo fa allo stesso modo. E’ stata bella più volte, ogni volta per occhi diversi, poi qualcosa le si è rotto dentro. Nel sogno l’ho avvertito distintamente subito prima di avere paura, prima di riuscire a desiderarla. La immagino fugacemente sotto di me, occhi chiusi, impegnata ad instillare armonia nelle mie movenze sgraziate, lenta, avvolgente e leggermente sudata, le labbra che a tratti cercano qualcosa, intanto qualcuno suona il clacson da dietro per farmi muovere. Lei si volta un attimo mentre cerca il portafogli per riporre la moneta estratta dal carrello, si infila nel labirinto di automobili e scompare nel viavai. Riparto pervaso da un desiderio muto, convinto di essermi visto una volta di più nello specchio tremolante del mondo.

C’è questa grande casa in cima alla scogliera, una vecchia costruzione di legno con una veranda davanti. Una donna alla porta, appoggiata allo stipite con le braccia incrociate. Ha circa la tua età, fuma e guarda lontano con gli occhi chiari, tristi, più lontano di quanto possa vedere. In lei c’è qualcosa che una volta conoscevi ma privo di una vera somiglianza. Poi cominci a retrocedere. Hai i piedi sollevati da terra e ti muovi a ritroso; non sei tu a comandare le gambe mentre vai verso l’orlo della scogliera. Non puoi girare la testa e non sai quanto manchi al precipizio. Cerchi di piegarti in avanti per aggrapparti al terreno e piantarci le dita per fermarti, come artigli. Provi anche a lasciarti andare per vedere se cadi, ma non c’è niente da fare. La casa non smette di allontanarsi davanti a te. Non ti importa di morire, è solo la paura di cadere.
Appena il tempo di vedere l’orlo e l’azzurro cupo che rulla incessantemente su sé stesso, poi le braccia si aprono come in tuffo. Sotto non c’è più niente e piombi giù nel vuoto mentre il cuore si accartoccia come una lattina, prima di fermarsi del tutto.

Adesso svegliati.
Non so se voglio. Non ne sono sicuro.

Tempo.

Percepisco la pioggia, ancora, ma ora sono sveglio nel mio letto. Sabato mattina. Mi ributto sul cuscino stropicciato. Qualcuno dei vicini tiene la musica alta ma per quanto mi sforzi non riconosco la canzone. Tra poco gli scrosci e le raffiche lasceranno il posto a un applauso distante di carta velina. Sento la città, là fuori, schiacciata tra una sola immensa nuvola venata dai lampi e la terra fradicia: la indovino rabbrividire mano a mano che i palazzi si lasciano scivolare sfiniti lungo la conca delle colline fino al mare. Mi volto su un fianco, lentamente.
Nella stanza fa freddo. Alzo la tapparella con una mano mentre con l’altra cerco di non farmi cadere di dosso la coperta. Una luce appannata inumidisce la stanza rendendola ancora più vacua. Il resto della casa galleggia nella penombra, molto lontano dal presente: ha i soffitti alti e bianchi che d’estate lasciano un’illusione di fresco e l’odore forte di quella specie di cera che la nonna usava sempre sui mobili.
Continuo a fare questi sogni, io che non ho sognato mai, e stento a capire in che modo siano collegati al resto, ammesso che in qualche modo lo siano. Tempo fa erano macchine su lunghe strade rettilinee dirette verso il nulla, poi un deposito di mobili in disuso, passi strascicati nel silenzio delle corsie, polvere che copre tutto e si insinua sotto i teli. Solo verso la fine arrivavano delle persone.

“Come va il lavoro?”
Daniele ha la schiena appoggiata al muro, l’aria di uno che vuole lasciarsi andare e al momento può permetterselo. Mi chiede del lavoro con una faccia stonata, come se si stesse informando controvoglia di qualche malattia. Siamo immersi in una foresta di mani, bicchieri, sigarette, chiacchiericcio fitto e rilassato, volti e movimenti che tentano di risultare graditi a qualcun altro.
Il mio “Lasciamo perdere” si accascia sul tavolino. Roberto si lascia annoiare pacatamente da qualcuno del tavolo a fianco che conosco di vista e che parla di calcio.
“Una volta ho letto da qualche parte che quando due persone parlano tra loro tendono inconsciamente a prendere uno la postura dell’altro” recito automaticamente. “Cioè se io adesso mi appoggio all’indietro e incrocio le braccia così, ci sono ottime probabilità che tu faccia altrettanto nel giro di pochi secondi. O viceversa.”
“E chi decide chi è il capo?”
“Quale capo?”
“Il capo, quello che comanda. Se a un certo punto uno dei due non cambia posizione ci passiamo la vita così.”
“Non so, credo che si stabiliscano automaticamente dei ruoli. Attivo e passivo, dominante e subalterno eccetera.”
“E chi è il dominante?”
“Non ha un significato necessariamente negativo, nel senso che non si tratta sempre di rapporti di potere nudi e crudi. Se io parlo e tu ascolti, io divento dominante, poi magari le parti si invertono. Sono meccanismi naturali.”
“Mh.”
“Poi naturalmente ci sono le eccezioni, quelli che sono quasi sempre l’uno o l’altro.”
“Il maschio alfa,” dice Andrea emergendo dall’arrotolamento di una sigaretta che tiene davanti a sé come un’ostia “quello dei documentari.”
“Cos’è quello schifo?” rido indicando il risultato.
“Imparerò. Prima o poi.”
“Rompila e rifalla da capo, non puoi fumare quella roba.” dice Daniele.
“Fammela tu, io ne ho le palle piene. Tra cinque minuti m’incazzo e vado a comprarmi un pacchetto di Marlboro.”
“Già finito il tabagismo equo e solidale?” chiede Roberto.
“Responsabile e autogestito.” aggiungo.
“Dalla a me, la fumo io.” Roberto allunga la mano, tasta leggermente l’aborto di Andrea e se lo infila tra le labbra. “Cinque minuti sulla campagna acquisti del Milan ti rendono capace di qualsiasi cosa.” dice piano, voltandosi appena indietro a controllare che dal tavolo vicino non possano sentirlo.
La musica del locale si mescola alle voci senza sollecitare né disturbare nessuno fino a fondersi in un brusio di sottofondo soffice e letargico in cui ogni segno del mondo affonda indistinto. Nulla di tutto questo lascia tracce: domani o dopodomani sera saremo ancora qui per il semplice gusto della compagnia e per lasciare qualcosa di intatto e pulito nel nostro trascorrere monotono, una danza lenta e misurata i cui passi non devono variare mai in cambio di una labile certezza di riuscita. Ogni cosa si mescola lenta allo scorrere della vita. Come antiche bagnanti, le forme generose nascoste dai drappeggi pudicamente sollevati fino al ginocchio, i giorni incedono attenti sulla riva per lasciarsi andare nella corrente e scomparire alla vista senza un cenno o un grido. Hanno con la grazia acerba di chi sa di doversene andare senza che sia contemplato alcun ritorno se non nelle stanze incerte della memoria, tende erette nel deserto e popolate da fantasmi delicatamente sorridenti, insufficienti e malinconici come vecchie foto.
Dico frasi vuote tanto per dire qualcosa, mettendo tutta la grazia possibile nel dissimulare lo sforzo. Chiedo al mondo di riempirmi, lo guardo sprizzare sangue, denaro e sperma dallo schermo della tv e per stare più tranquillo mi assegno da solo la patente di personaggio troppo complesso per subirne il fascino.
Mi perdono velocemente e sono di nuovo pronto a prestarmi al gioco, ma non dura mai a lungo.
“Io ne prendo un altro. Voi?” chiede Roberto già a metà strada verso il bancone.
Alzo una mano in un gesto che dice “sempre lo stesso” e ributto i gomiti sul tavolo, avvolto nel tepore delle nostre chiacchiere affettuose e inconcludenti, la piacevole sensazione di trovarsi circondato da cose e persone familiari ammucchiate come resti di un naufragio sulla riva di quell’oceano che si agita là fuori, fatto di avide bocche spalancate dai denti aguzzi, con una patina di alcool a proteggermi. Ripenso confusamente al passato e giungo alla conclusione che tutta la vita fino a quel momento è servita ad arrivare fin lì, in quella stanza, a sentire una voce che ti chiede cosa prendi da bere. Necessità, verità, una strada diritta tracciata attraverso gli anni e le città fino al qui e ora. Mi chiedo che sarebbe successo se, ma mi stanco quasi subito.
Mi volto appena e noto qualcuno che da poco più in là guarda nella mia direzione. L’idea che qualcuno possa intercettare i miei pensieri mi terrorizza, poi alza la mano in un cenno di saluto diretto alle mie spalle, a qualcuno che non vedo, e sento arrivare il sollievo.
In segreto è con queste cose che si fanno i conti. Nei recessi appartati, i pozzi bui che si spostano di continuo come covi di cospiratori, tutto si collega con tutto nella percezione esaltata di infinite terminazioni che escono da oggetti e persone come liane di un rampicante che annaspano nel sole fino a trovare un appiglio e da lì ricominciano alla cieca spinte da una forza sovrannaturale. Su queste linee viaggiano merci nude, tenere, disumane, scarnificate e piagate da un’immaginazione nutrita a rifiuti. Fratture esposte eppure invisibili, il mondo come una sola, immensa discarica per le coscienze.

Tornando a casa passo a comprare le sigarette in un bar aperto tutta la notte. I pochi avventori, per lo più immigrati nordafricani, bevono birra e seguono distrattamente le immagini nel televisore appeso al soffitto. Pago e risalgo in macchina col finestrino appena abbassato. Di là dalla strada un treno avanza stancamente sui binari in attesa di entrare in stazione. Dietro un finestrino una sagoma scura che guarda fuori, qualcuno che magari è arrivato e che a momenti tirerà giù la valigia e si metterà in fila nel corridoio per scendere. Qualcuno che potrebbe essere me molto tempo fa.
Riemergono da chissà dove otto anni di ritorni. Il profilo della città che si annunciava dal finestrino, i rilievi che ospitano docilmente il duomo, il faro, le fortezze e i nugoli di case, e l’odore, l’odore del mare sdraiato sotto le navi, le gru e i fari gialli del porto, le onde estive appena accennate che sciabordavano incessantemente lungo i moli anche se non potevo sentirle e quelle furiose d’inverno che si abbattevano sui frangiflutti proprio sotto la ferrovia e schizzavano fino ai vetri delle carrozze resi opachi dalla sporcizia. Le strade della mia infanzia, i campanili popolati di uccelli e le vie del centro brulicanti d’un accento proveniente dallo stomaco e dal midollo delle ossa. Nelle narici alghe, calore e pesci guizzanti in primavera ed estate, sale e umidità per l’autunno e l’inverno. Eppure non bastava. Non è mai bastato.
Dodici anni dopo apro il pacchetto e accendo una sigaretta. E’ qui, è adesso, e il sogno inizia a mostrare le sue crepe. Ho ancora bisogno di bicchieri, cibo, sigarette, cose da tenere in mano e in bocca per disinnescare i silenzi e la delusione. Deve esserci stato un momento, un intervallo infinitesimale in cui sono stato il meglio che potessi sperare di essere, la foto perfetta che intravedi con la coda dell’occhio mentre viaggi e che avresti potuto scattare se solo fossi stato pronto ma che ormai è già alle tue spalle mentre ti dici che più in là ce ne saranno altre, sicuramente. “Sono a casa”, le labbra piegate in una smorfia non voluta.
Tempo.
“Ce l’hai un sogno?” si era sentito chiedere un giorno.
“Sì” aveva risposto “Vivere sempre così, in giornate come questa. Un’estate senza fine, che l’autunno non arrivi mai. Così, per sempre.”
Tempo.
Marco, Alberto, Valeria, Lucia. Io. Ricordi freddi, distanti, schermo baluginante di un cinema deserto. Vago scontento e irresoluto nel mio passato come un turista tra i negozi chiusi d’agosto e continuo a cercarne disperatamente il senso.
Ma il senso non fa parte della vita, non l’hai ancora capito?
Vattene.
Lo capirai mai?
Ho detto vattene, lasciami solo.
Guardo a destra, guardo a sinistra, giro il volante.
Annebbiamento, destino (sono un siluro sott’acqua: liscio, veloce, senz’anima in questa immensità liquida e scura), non pensarci, finestrino (tiralo giù… ancora un po’). Il ricordo di quella volta che una ragazza mi lesse la mano e sentenziò che ero completamente privo della cosiddetta linea della sensibilità.
Io non sono così, non sono così.
Una volta, molto tempo fa e lontano da qui, stavi passando di fianco a un campetto da calcio riarso e spelacchiato. Non avevi fretta e ti fermasti a guardare i ragazzini giocare. C’erano dei palazzoni insulsi da una parte, dall’altra una scia incerta di campi coltivati e appezzamenti ridotti a discariche abusive. La partita non decollava per via dello scarso numero di giocatori, allora i ragazzi si misero a tirare punizioni: uno, a turno, calciava e gli altri andavano a comporre la barriera. All’improvviso si alzò una raffica di vento che sollevò la polvere dal terreno e le loro sagome ridenti, confuse in quella caligine sabbiosa, divennero qualcos’altro.

“Abbrutirsi, lasciarsi andare agli istinti più oscuri, godere dei propri terrori infantili e lasciare che si trasformino in crudeltà.” Avrei voluto dire a un certo punto di quella serata, seduto al tavolo del pub con gli altri che mi ascoltavano. “Ecco cosa fanno le persone quando sono sicure che nessuno li veda, quando hanno la certezza che non verranno scoperti. Danno il peggio di sé.”
Ma non l’avevo detto. Non so perché.


20.07.2008 Commenta Feed Stampa