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Cronaca di una strage annunciata

di Blicero

** Il processo sulla strage di via D’Amelio non apporta tutte le verità che ci si aspettava1. **

Borsellino uomo di Stato, morto per lo Stato, legalità, lotta alla mafia, carcere duro, esempio, modello, ricordo, omaggio, coraggio, spirito di sacrificio, commozione, partecipazione, famiglia, brutale spirale mafiosa. Questi i lemmi, gli ipertesti dilanganti nell’infornografia odierna. 19 luglio 1992. 19 luglio 2008. La sbornia commemorativa raggiunge i suoi apici più disgustosi, infamanti e ripugnanti. Non si tratta di ricordare qualcosa che è stato e che non è più. Si tratta di ricordare qualcosa che non è mai stato e che non sarà mai.

Non si può ricordare, infatti, una cosa che non è ancora definita, che galleggia pietosamente di traverso, come una carcassa inguardabile & innominabile, sulle acque opache della transizione dalla prima alla seconda repubblica, scandita dai sismi istituzionali e dalle bombe del dialogo, dall’incontro eterno tra punti di convergenza paralleli. Queste manifestazioni sono solo un’occasione per il potere di celebrare se stesso. Guardate come tributiamo i vostri eroi. Borsellino e i suoi angeli della scorta non sono morti per lo Stato, ma sono morti a causa dello Stato. Polverizzati dall’Empireo infernale che ha sempre utilizzato il terminale mafioso per espletare gli interventi extra ordinem.

Via D’Amelio è cesellata nell’immaginario collettivo. Le lamiere, la fuliggine, il fuoco strozzato dai getti d’acqua dei pompieri, è finito tutto /è finito tutto, l’ovatta cinerea delle telecamere che si aggirano sconvolte nella devastazione, i brandelli ed i lenzuoli di morte. Ma non c’è solo Via D’Amelio. C’è anche il Monte Pellegrino, l’osservatorio ideale per la via dell’Orrore. E sopra il Monte si staglia il Castello Utveggio, in cui nel 1992 risiedeva il Cerisdi, società di comodo del Sisde, il servizio segreto civile. E dal Castello si torna dentro la Via, e dalle colonne di fumo & fiamme sprigionatesi dal Semtex esce la sagoma del colonnello Arcangioli che impugna la borsa di cuoio del dott. Borsellino, quella con dentro il costume ancora bagnato e l’Agenda Rossa del magistrato, la “scatola nera” della Seconda Repubblica Italiana.

** Questo processo concerne esclusivamente gli esecutori materiali, coloro che hanno attivamente lavorato per schiacciare il bottone del telecomando. Ma questo stesso processo è impregnato di riferimenti, allusioni, elementi concreti che rimandano altrove, ad altri centri di interessi a coloro che in linguaggio non giuridico si chiamano i “mandanti occulti”, categoria rilevante non solo sotto il profilo giuridico ma anche sotto quello politico e morale. **

57 giorni dopo Falcone. Perchè così in fretta? La rottura di equilibri molto sensibili avrebbe comportato la reazione rabbiosa dello Stato. Ma certi equilibri già si erano spezzati, dopo il 1989, e nel 1992 erano pronti ad essere recisi definitivamente. Così in fretta, ma certo. Perchè no? Riina e Provenzano, sia “in sede pubblica che privata”, assicuravano ampiamente sulle garanzie necessarie ad uscire indenni dall’eversione istituzionalizzata. Tutto messo nero su bianco in un rapporto della Dia redatto subito dopo le stragi 92-93: il gioco grande coinvolgeva massoneria, alta finanza, servizi segreti, alta imprenditoria. Le bombe-la trattativa-la strategia dell’inabissamento. Una prospettiva che il dott. Borsellino molto probabilmente conosceva. E che non poteva/doveva conoscere.

Un filo nero unisce la mafia allo Stato: l’attentato preparato dalla Cosa Nostra ma anche da altri ignoti fiancheggiatori, che forse si sono spinti fino all’esecuzione. Lo stesso filo parte dal Castello ed arriva alla Via. Un filo che si aggroviglia intorno alle macerie, steso da ambigui personaggi che curiosamente si trovavano a perlustrare la zona proprio quel maledetto pomeriggio. Lo stesso filo che permette a Contrada di sapere dell’attentato in un minuto scarso, prima della polizia: quando si dice la velocità delle informazioni (e Al Gore non aveva ancora inventato l’Internet). E’ il filo che fa scomparire le Agende. E’ il filo che mette in moto la rinomata “agenzia funebre parallela” (definizione di Ayala), che attiva gli specialisti delle carte a posto: il reticolato del depistaggio di Stato. La procedura è collaudata: vedere delitti Dalla Chiesa-Falcone-Etc. La tecnica: di successo. A prova di bomba.

Sto vedendo la mafia in diretta/è finito tutto/è finito tutto.

Intanto gli anni passano. Le celebrazioni proseguono fino alla doppia cifra. Si arriva al sedicesimo e non c’è molta convinzione, ci si trascina stancamente, un lucore fastidioso illumina a malapena il 19 luglio del 1992. Sono altre le cose importanti. La storia è vecchia, non interessa. Le zone d’ombra sono tollerabili, la transizione è avvenuta sedici anni fa, non oggi. Sono altre le priorità. A loro il potere, a noi il simbolo immateriale: accontentatevi delle parole di commiato, della partecipazione emotiva del Presidente della Repubblica Italiana e…e poi basta.

I mandanti occulti non interessano a nessuno. L’Agenda Rossa non è il nuovo libro di Faletti. Le deviazioni di apparati statali sono tollerabili. L’incubo del 41-bis, per i boss, sta per concludersi. Di Pisa non è stato nominato a Marsala, nel posto e nell’ufficio che furono di Borsellino. Il colonnello Arcangioli non è stato prosciolto dall’accusa di furto. La Cosa Nostra non è più forte di prima. Lo Stato ha vinto. Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Paolo Borsellino non sono morti. Non stiamo vivendo la mafia in diretta.

** E quindi qui finisce il processo agli esecutori della strage di via D’Amelio ma non certamente la storia di questa strage annunciata che deve essere ancora in parte scritta. **

  1. Le frasi riportate all’interno degli asterischi sono tratte dalla sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Caltanissetta nell’ambito del procedimento denominato “Borsellino-bis” [torna su]

19.07.2008 Commenta Feed Stampa