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L’androide del neoliberismo

di Marco Di Porto

Proseguo la pubblicazione dei miei vecchi racconti qua su CB, vista la calorosa accoglienza che avete riservato nel passato a queste mie opere di gioventù. Questo qua risale al 2002. Interessante notare come la situazione in Italia sia praticamente la stessa. MDP

L’androide del neoliberismo

Quella notte, infausto presagio, avevo fatto un sogno trash: in un supermarket completamente vuoto, cercavo disperato un commesso che mi scortasse verso l’uscita, ma ad ogni angolo sbattevo contro un omino dal sorriso beffardo, del tutto simile a Silvio Berlusconi. Il plurindagato padrone d’Italia cercava di convincermi che tutto quel vuoto era in realtà appetibile, desiderabile, e mi esortava ad utilizzare il bancomat sul terminale che egli, androide del neoliberismo, aveva incastrato dietro l’orecchio. Diceva: “Mi consenta di suggerirle l’uso della carta!”
Io cercavo di sfuggirgli, ma non c’era niente da fare, era ovunque. L’unico modo di evitarlo, era uscire dall’enorme, labirintico ipermercato. Non ricordo molti altri particolari, tranne questa lunga lotta col petulante dal sorriso ipocrita, e il finale gustoso in cui io tentavo di strozzarlo, e quasi ci riuscivo. Dico quasi, perchè in quel momento mi svegliai: essendo io una persona perbene, il mio inconscio si rifiuta di ammazzare chicchessia, e non me lo permette, neanche in sogno. Comunque, già solo la sensazione di averlo strangolato un pochino, contribuiva a iniziare al meglio la giornata.
Era sabato, era estate, stavo per andare in ferie: era un bel momento. Giunto da poco agli anni della maturità non solo intellettuale, ma anche emotiva e pratica, notavo che il cosmo e gli dei mi assecondavano sereni, portandomi fortuna: avevo un lavoro, ero in salute, ero felicemente fidanzato e, dulcis in fundo, progettavo di iniziare la mia vita indipendente: in autunno, sarei andato a vivere da solo. Se poi a tutto questo aggiungete che stavo per partire per la Grecia in compagnia dei miei amici, potrete concludere, con una punta di insofferenza nei miei confronti, che stavo un pascià. Ma vi assicuro che quella libertà, quel momento di effimera spensieratezza, era frutto del sudore, di anni di studio e lavoro, e dunque decisamente meritato.
Ma bando alle ciance, e passiamo alle circostanze che quel giorno agirono, inizialmente a incrinare e poi a distruggere, il nirvana in cui mi beavo. Furono tre gli accadimenti che m’infastidirono al punto da farmi sprofondare nella depressione nera, dalla quale mi ripresi solo salpando per le Cicladi circa due settimane dopo. Per tutto quel tempo vissi completamente disilluso da ogni aspettativa, astioso nei confronti di una società barbara e ingiusta, avida come una comitiva di usurai ad un’inquietante convention.

Mentre gustavo, ancora in pace col creato, i miei muesli vitaminizzati, suonò il citofono. Ingenuamente pensai che mi chiamassero per notificarmi la vincita del Nobel per la letteratura. Invece no, era il postino, che con voce gracchiante e quasi afona mi intimò – primo atto violento subito nella giornata – di scendere per “firmare”. Vagamente risentito, sbattei con forza il citofono e m’infilai ciabatte e maglietta, interrompendo la goduria dell’abbuffata di cereali, che di certo si sarebbero trasformai in quei pochi minuti d’assenza in una pappa triste e poco appetitosa. Scesi di corsa le due rampe di scale che mi separavano dall’inopportuno impiegato statale, il quale mi apparì più vecchio e fastidioso di come lo avevo immediatamente immaginato. Egli, quasi ce l’avesse con me, esclamò nervosamente: “raccomandate”.

Quella “e” finale faceva presagire nulla di buono. E infatti, erano tre multe. L’anziano messaggero, senza pietà e senza concedermi un minimo di supporto psicologico nel difficile momento che stavo vivendo, mi consegnò la penna, ottenne le sue belle firmette e bofonchiando un arrivederci se ne andò pingue e privo del benchè minimo stile. Quell’uomo, pensai, attira e porta sfiga.

Non capivo perchè lo Stato si riservasse la perversa facoltà di dispiacere il contribuente con ben tre multe all’unisono. Non capivo, inoltre, dove avessi messo le chiavi di casa: mi frugai nell’unica tasca dei pantaloncini, e non c’erano. Riflettei sul da farsi: mi trovavo senza soldi, senza casa, e con tre multe in mano. Non mi sovvenne alcuna soluzione, così citofonai all’unico vicino col quale intrattenevo un rapporto decentemente umano per chiedergli ospitalità, in attesa che mia madre rincasasse per donarmi di nuovo un tetto sopra la testa. Ma il vicino era evidentemente fuggito per altri lidi, totalmente ignaro dell’esistenza di colazioni da buttare e multe da pagare. Credetti di trovar conforto effettuando un’inutile passeggiata nel mio stupido quartiere, ma mi sentii un disadattato e dopo un giro d’isolato desistetti. Tornai al portone del mio palazzo, e mi sdraiai sulle scale come un barbone, meditando l’omicidio in massa degli ausiliari del traffico – i quali, vigliaccamente, tendono a mimetizzarsi nei luoghi più impensati dell’urbe pur di far pagare il povero cittadino. Si vocifera, in ambienti pesantemente vessati dalle contravvenzioni, che questi krumiri dell’ammenda guadagnino una certa percentuale per ogni ferita inferta al prossimo. Un po’ come il becchino che fiorisce sul perire altrui, questi aguzzini fanno soldi a palate con sadica e cieca ritualità.

Mia madre arrivò circa due ore dopo, quando il mio corpo si era ormai ambientato alla durezza dei poco ergonomici scalini di marmo. Trasalendo come avesse visto un fantasma, del tutto ignara dei miei crucci e delle mie peripezie, disse vagamente ironica:
” Sei rimasto fuori casa? Beh, ti sta bene, io ti avevo avvertito, sei troppo sbadato!”
Rimasto senza parole per la sua evidente mancanza di sensibilità, mi alzai, ma mi ci vollero cinque sei secondi a trovare un equilibrio stentoreo sulle gambe ormai prive di vita. Poi le dissi:
” Mi sono arrivate tre multe. Questi cazzo di ausiliari del traffico, dovrebbero ammazzarli tutti!”
” Ancora multe?” disse sbigottita, affondando il coltello nella piaga. “Lo Stato ci finanzia intere opere pubbliche, con le contravvenzioni che paghi tu!”
” …e poi sono due ore che ti aspetto. Ma non dovevi andare solo dal parrucchiere?”
Lei fece un gesto di sufficienza con la mano, a significare: “mi sono intrattenuta a conversare con amiche.” Mia madre era capace di passare giornate intere a conversare con quelle dementi. Da quel momento, e per i dieci minuti successivi, mi chiusi in un mutismo ermetico, poi misi in atto la tattica del pensiero terzomondista, che è cioè quel meccanismo di difesa che l’occidentale usa quando si sente male in questo mondo: pensando alle disgrazie degli afgani, dei kurdi e di quasi tutti gli africani, quasi non ci si sente in diritto di prendersela per facezie. Così facendo, ridimensionai le mie disgrazie, per così dire “razionalizzai”, e dopo un po’ il malumore quasi passò. Sentivo ancora una punta di nervoso, ma era una percezione vaga, ci si poteva passar sopra. Fu così che m’infilai nella doccia, stoico mi feci anche uno shampo, e profumato come una battona m’imbellettai per sentirmi al massimo delle forze.
Mia madre, prima che uscissi, mi chiese comprensiva:
” Passato il rodimento?”
” Sarà la dodicesima multa che prendo quest’anno…”
” Sei troppo sbadato”.
Non aveva tutti i torti, devo ammetterlo. La sbadataggine era una delle mie caratteristiche fondamentali, assieme alla vanità e alla generosità, alla tendenza al vittimismo e alla forza di volontà. Questi lati del mio carattere, uniti inscindibilmente nella mia persona, facevano di me un essere umano unico (come tutti, del resto); gli altri si aspettavano da me un certo comportamento, e io, senza fatica, e nel bene o nel male, giocavo la mia parte. E’ questo forse il problema dell’età adulta: nel bisogno di impersonare un ruolo, tendiamo ad escludere tutti gli altri possibili “sè” che non abbiamo voluto o potuto sviluppare. Il bambino è così elastico, e da così pochi giudizi, proprio perchè ancora nessuno gli chiede di essere precisamente un certo tipo di persona, e si può permettere di giocare, di cambiare, di non prendersi responsabilità.
In ogni caso, fui precisamente io, coi miei dubbi e le mie incertezze, ad uscire per andare in banca. Dovevo fare un versamento, e controllare lo stato della mia pecunia in vista delle vacanze estive.

Entrai nell’edificio, e uno tsunami di aria condizionata m’investì facendo abbassare la mia temperatura corporea di qualche decina di gradi. Mi guardai intorno, e osservai i cinque sei clienti che, in disciplinata attesa, si erano premuniti di sciarpe e colbacchi ad evitare una polmonite fulminante. Unico avventore in maglietta, mi misi comunque in fila, giusto dappresso a una signora con pelliccia di visone e cappellino da neve completo di paraorecchi. Nell’attesa, tentavo di scaldarmi mani e piedi effettuando una sorta di ginnastica impercettibile e inventata al momento, che consisteva nel muovere aritmicamente gli arti periferici, poco irrorati da una circolazione cardiaca resa difficoltosa dalla temperatura polare. E poi arrivò il mio turno. Intirizzito, il volto ormai livido, consegnai la metà del mio stipendio al lentissimo e quasi subnormale cassiere, al quale chiesi di effettuare il versamento e di farmi anche un saldo.
Dirò solo che mio cugino, spendaccione figlio di papà che conduce una vita sregolata e all’insegna del divertimento, mi disse in seguito: “io, quando vado a guardà quanto c’ho in banca, me pia sempre ‘n colpo. Perché nun me ricordo mai che me so comprato ‘na cosa, o che ero ‘mbriaco o m’ero fatto na canna e nun ce so stato attento. A fine mese va a finì che sto sempre impicciato coi sordi!”
Tale comprensione da parte del facoltoso parente non mi fece sentire meglio: dal conto in banca mancavano un sacco di soldi, duramente messi da parte nei mesi precedenti. Non mi spiegavo come potesse essere, ma così era: evidentemente, non mi ero regolato con le spese.
Uscii dalla banca decisamente nero, tanto che neanche feci caso all’impatto con la temperatura equatoriale di luglio inoltrato. Il mondo mi appariva una menzognera costruzione di cartapesta, un baraccone costruito sul nulla, nel quale le ingiustizie si distribuivano random senza preavviso e senza ragione. Quel giorno decisi tra l’altro che non avrei più usato il bancomat, pezzo di plastica foriero di sviste contabili e, senza dubbio, di disastri nell’economia delle famiglie. Tornando a casa, mentre sentivo i muscoli cervicali che iniziavano a duolermi a causa della tensione ormai accumulatasi, mi lanciai tra me e me in una impietosa e un po’ delirante requisitoria anticapitalista, grazie alla quale giunsi alla brillante conclusione che l’anoressia è generata non solo da disturbi nervosi, ma dal miraggio e oblio narcisista che ci viene propinato con la pubblicità, con i film, con la televisione, con i miti dell’occidente postfordista. In quel momento avrei messo una bomba, mi sarei iscritto ai terroristi, avrei fatto la rivoluzione, rubato soldi ai ricchi, distribuito il grano ai poveri, tolto la tassa sul pane, preso la bastiglia, fondato una comune socialista, rilanciato il concetto di kibbutz. I miei neuroni impazziti bramavano vendetta, ma essendo l’oggetto del mio odio intangibile e intoccabile (la società), le mie pulsioni erano tragicamente destinate a rimanere tali, a essere dunque represse.
Tornai a casa mortificato, mi buttai sul letto, tentai di addormentarmi.

Lo shopping è uno sporco godimento, su questo non vorrei si sindacasse. Io, del tutto conscio dello scialo e dell’opulenza in cui i miei coetanei si sciaquettavano, avevo preso coerentemente le distanze dalla società dei consumi. Come ho avuto modo di far presagire al lettore, il temperamento combattivo di cui ero dotato mi permetteva con una certa soddisfazione di condurre uno stile di vita quasi ascetico. In altre parole, negli ultimi tempi ero diventato un po’ taccagno. Parsimoniavo sulle mie risorse perchè tutto sommato erano i primi tempi che mi sudavo il denaro, e il giovane lettore comprenderà questo arguto concetto solo quando si troverà a pagarsi da solo l’affitto di casa.
Detto questo, vi comunico che in quella giornata devastante crollò ogni mia certezza sul genere di rapporto che intrattenevo coi soldi. Accadde che mi svegliai con un gran senso di malessere, un rancoroso senso di rivalsa, evidente bisogno di compensare le frustrazioni della mattina. Spinto da un impulso sadomasochista, decisi invasato di darmi allo shopping selvaggio.
Così andai al più vicino ipermercato e comprai: tre paia di pantaloni, dodici magliette, un set di palle da tennis (non gioco a tennis), una rete da pallavolo, una tenda da sei posti con doppia zip antisequestro, tre videocassette con i goal più belli del campionato, uno zaino da campeggio, un sacco a pelo militare e un paio di scarpe da ginnastica costosissime, oltre a un’amaca senza pretese e a un coltellino svizzero multiuso.
Mentre riempivo il carrello, una parte di me godeva come un riccio, e l’altra soffriva: una scissione mentale preoccupante, forse avvisaglia di una pericolosa nevrosi. Giravo per gli scaffali soddisfatto e inquieto, eccitato come un bambino, ma in fondo triste.
Tornando a casa, mi veniva in mente solo una cosa: il nano malefico che mi era apparso in sogno, il quale era riuscito nel suo intento di farmi omologare alla massa, di farmi cadere nel suo tranello così piacevole. Scesi dalla macchina carico di buste e bustine, salii a fatica le scale e approdato in soggiorno mi guardai allo specchio, e vidi un giovane uomo provato. Poi frugai tra i pacchi, contrassegnati ognuno dall’indelebile etichetta del supermercato nel quale mi ero servito, e scovai i tre involucri delle palle da tennis. Le scagliai con forza una ad una contro il televisore, al quale davo la colpa di avermi ammaliato sin da piccolo con queste stronzate.


10.07.2008 Commenta Feed Stampa