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Devoti a Babele

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devoti a babele“Devoti a Babele” di Valter Binaghi una storia di dipendenze che a tratti assume i toni religiosi di una parabola. Nel “prologo nella preistoria”, ad esempio, che va riletto alla fine per meglio comprenderlo. Prologo che narra dell’ “uomo che nascose la sua anima in una pietra”, e, persa la pietra, la cerc fino a rassegnarsi. Ed nel rassegnarsi che l’uomo intravede davanti a s una libert sconfinata e il potere di osare, fino a diventare venditore di pietre nel “mercato di Babele”.

Lasciato quest’uomo preistorico, il protagonista del resto del libro, diviso in tre parti, Arvo, milanese della piccola borghesia, che seguiamo dagli anni ’80 fino a oggi. Nei tre periodi in cui si svolge la storia, il tentativo di elusione della realt porta Arvo a cercare una fuga che si traduce in una dipendenza sempre diversa. La prima l’eroina dei primi anni Ottanta. Sono i tempi dei tossici. E’ la prima parte del libro, “religione del buco”, forse la migliore delle tre, quella in cui la scrittura di Binaghi sembra essere nata per la storia che racconta. Arvo vive per bucarsi.

La seconda fuga, pochi anni pi tardi, una setta simil-Scientology che accoglie Arvo nel suo programma: disintossicarlo dall’eroina per poi renderlo di nuovo dipendente: la “religione del programma”. Arvo diventa istruttore della setta, impara a eliminare dal corpo i “traumi pre-natali”, impara il segreto del disordine che corrompe l’uomo: i “Grumi”. Schiavo di farabutti, applica ci che impara sui nuovi adepti, fino alla tragedia.

Infine, e siamo agli anni duemila, mentre Arvo sembra tornato un normale piccolo borghese, un nuovo crollo: la “religione in video”. E’ la terza parte del libro, raccontata da un cronista fuori campo. Nuove fughe che diventano dipendenze: prima la tv. Piccole comparsate, un reality, l’agente Cico Sbora, piccolo grasso gli occhi dolcementi porcini. “La tv la vita al quadrato: difficile farne a meno”. Se ti rifiuta, dramma. Poi il web. La navigazione compulsiva, il distacco dal mondo reale, fino al blog di una giovane donna e il delirio erotomane. E qui, nelle pagine e pagine di e-mail che Arvo scambia con Viola d’Amore il romanzo si perde un po’. Sono tante e molto credibili, e dunque noiose come un blog di Splinder che si chiami appunto Viola d’Amore e pubblichi poesie di Prevert e foto del gatto, le lettere che si scambiano i due. Troppe lettere che precedono un finale, la fine del viaggio di Arvo, che potrebbe essere consolatorio ma che lascia ugualmente una grande sensazione di amarezza. Binaghi cita Heidegger: “solo un Dio ci pu salvare”, ma ci mette in guardia: forse non cos per una civilt al tramonto.

Valter Binaghi, Devoti a Babele, Perdisa Pop
Recensione pubblicata su Queer di Liberazione del 22 giugno 2008 (pdf)


7.07.2008 1 Commento Feed Stampa