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Ne vale la pena?

di Stefano Sgambati

Io non voglio diventare importante. Non me ne frega niente di essere qualcuno. E’ abbastanza banale, questo? Non voglio ali per volare. Non voglio chiedere troppo alle occasioni. Non voglio diventare amministratore delegato. Non voglio entrare in politica. Non voglio essere importante. Ci sono volte in cui cos che mi sento. Quattro anni fa, per esempio, quando ho aperto questo blog, era diverso: quattro anni fa non faceva cos caldo e volevo diventare qualcuno. Adesso i gomiti si appiccicano alla scrivania e nemmeno mi passa per la testa di diventare importante.

Ci sono volte in cui diventare qualcuno pu sembrare la maniera migliore per prendere sonno la sera. Invece la direzione che ha preso il mondo nel frattempo mi ha fatto cambiare idea. Adesso, quando mi guardo negli occhi con gli amici, le cose di cui si parla stanno quasi tutte sopra al tavolo. Non una pi lontana: anche questo deve essere colpa del caldo. Prima le temperature non erano tanto alte e uno si sporgeva pi volentieri. Ci sono volte in cui pensare a domani ti sembra la maniera migliore per invecchiare. Non al domani: domani, proprio. DOMANI. Anche i miei amici, quattro anni fa, volevano diventare qualcuno. Chi pi, chi meno. Adesso no. Adesso abbiamo caldo. Adesso abbiamo capito che questo posto qui, quello in cui viviamo, l’Italia, non vale lo sforzo: e questa consapevolezza ci rende, ogni tanto, non sempre, per capita, succede, ce lo leggiamo negli occhi, abbastanza felici. Ci regala un altro vagoncino di plastica da aggiungere al trenino elettrico.

Non che funzioni sempre: molto spesso prevale la rabbia, la consapevolezza che quelli pi incapaci, meno bravi, pi stupidi, meno preparati di noi, sono tutti quanti dotati della furbizia che a noi invece manca. E allora potremmo metterci l, seduti, concentrati, a inventarci qualcosa: ci sono volte in cui avere ragione ti stufa. Ci sono volte in cui, al millesimo giro, il trenino elettrico smette di contenere viaggiatori e storie da mille e una notte, e torna ad essere soprattutto un gioco, un artefatto. Ci sono queste volte. Lo so io e lo sapete voi. Solo che oggi capita pi di rado, ecco. Oggi ci capita di scoprire che la rabbia di ieri diventata blanda serenit a fronte del caos inconcepibile che ci hanno costruito fuori. Oggi abbiamo imparato che non essere anche noi come gli altri gi qualcosa. Ci accontentiamo di questa distanza. Facciamo fare un altro giro al trenino elettrico. L’ovale della ferrovia ci ipnotizza e va bene cos. Ci sono volte in cui non capisco se questa sia rivoluzione o arrendevolezza. Ci sono volte in cui. Ma normale che ci siano: le Guinness esistono apposta. Con quella schiumetta. Esistono apposta. Perci ci sono. Mentre si depositano. Ti regalano un altro vagoncino. E’ quello che fanno. Le Guinness, le ragazze, gli amici, il pallone, il blog. Datemi la giusta dose di banalit e vi sollever il mondo: costa senz’altro meno dell’eroina, anche se non sono convinto che faccia meno male.

Domani. Non il domani. DOMANI. Il domani non banale: serio, gravoso. Domani, invece, no. Domani solo oggi + un altro giorno. Questo fatto di domani, ecco, per noialtri intelligenti ma poco furbi, dotatissimi ma troppo onesti, l’aver capito tale meccanismo molto importante. Perch l’unica maniera che abbiamo scoperto per combattere la precariet. Se qualcosa o qualcuno – datori di lavoro, donne, squadra del cuore – si adopera per schiacciarti i sogni e i progetti come si fa con quella carta per imballaggi coi bottoncini d’aria, tu semplicemente non farne. Di progetti. Di sogni. Smetti di pensare al domani e pensa a domani. C’ una bella differenza. Fa meno paura tutto. Noi cos che facciamo. Noi. Ce lo trovo negli occhi dei miei amici, domani. Nei discorsi che facciamo. Nelle scelte che prendiamo. DOMANI. E’ una difesa. Non siamo nati furbi. Per siamo nati dalla parte della ragione. E se la storia non ci assolver, questa volta, pazienza: ci penser un altro viaggio e una citt per cantare, come diceva Ron. Lasciateci in pace, ecco.

Ci sono volte in cui mi viene da dire cos. Lasciateci in pace, con la nostra ragione insipida che scorre in tondo sui binari. Lasciateci in pace: voi siete i furbi, voi avete gi avuto molto dalla vita. Voi sarete politici, amministratori delegati, responsabili di qualcosa, capi dei capi. Che vi costa lasciarci con la nostra inutile ragione? Potrete farci ciao con la manina quando ci doppierete per l’ennesima volta. Ci sono volte in cui domani semplicemente meglio di oggi. Domani sabato. Domani fa bel tempo. Domani ci sono i quarti di finale di Euro 2008. Domani vado in quel locale. Domani sto in palestra e vediamo se c’ quella. Domani finisco di leggere Gomorra, finalmente. Domani hai visto mai. Banalit. Viva.

Ho smesso, abbiamo smesso, di voler essere qualcuno da quando siamo entrati in bagno, ci siamo guardati allo specchio ed eravamo gi l. Tutta la fatica l’avevamo gi fatta per arrivare fino a quel punto. E’ la migliore cosa che potrei augurare a chicchessia in tempi come questi. Accorgersi di esserci gi. In questa eterna corsa a primeggiare. Pi vado avanti, pi mi convinco che sta qui la vera rivoluzione. Parlarne a quattrocchi. Dopo il lavoro, dopo una giornata cos. Ritrovarsi con le cravatte slacciate mentre gli altri fanno a gara a non fidarsi l’uno dell’altro. Mentre tutti accumulano e procedono verso la corruzione, l’autodistruzione, la solitudine, l’idea nuova fermarsi. Almeno per quanto riguarda QUESTO paese di merda. QUESTA gente di merda. Continuare a fare andare in tondo il trenino. Riconoscere le proprie piccole, minuscole qualit e pensare a domani. A DOMANI. Concentrarsi sulla banalit.

Ci sono volte in cui pu bastare cos. Non puoi mai dire cosa ti preparer il domani. Ma puoi quasi sempre ragionevolmente supporre cosa aspettarti da domani. E’ un bel trucco. Non ti salva dalle angosce, dalle momentanee solitudini, dai torpori dell’anima, dai mostri, per carit, niente e nessuno pu garantire tanto, per un trucco. Come ingoiare una spada. Come tagliare in due l’assistente del mago. Fa riflettere meno sul pi grande degli enigmi: se stessi. A questo serve pensare a domani. Invece che al domani. Serve a far appassire le domande. Uno comincia presto con le domande e non la smette pi. E non ne vale la pena. Davvero. Non qui e non ora.

Che ne sai tu di te stesso? Perch vuoi spiegarti il mondo? Perch vuoi spiegare la gente? La sai la storia di quel tizio? C’ quel tizio, quello nello specchio del cesso, quello che sta dietro il lavandino e che alza la testa quando la alzi anche tu, che si lava i denti quando te li lavi anche tu, che gode esattamente nello stesso momento in cui anche tu ti vieni nell’ombelico, quello che si mette la stessa quantit di gel, che ha i brufoli e i nei negli stessi posti tuoi. Quando domani, appena sveglio, lo guarderai, come tutte le mattine, col sapore di Colgate in gola, fatti la domanda delle domande, e poi prova a valutare da solo se sia ancora il caso di darsi tanti affanni: e se fossi tu il riflesso?


3.07.2008 1 Commento Feed Stampa