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La corruzione compassionevole

di Blicero

La fragranza inodore delle banconote invase l’ampio ufficio del parlamentare di turno. La leggera fiammata desiosa nei suoi occhi, il tremolio appena accennato delle mani: doveva essere la sua prima volta. O forse no. Il brivido dei comportamenti contra legem faceva breccia anche nelle coscienze dei peggiori tangentari. Stava seduto, forse asserragliato dietro la scrivania in piuma di mogano, quasi uno schermo protettivo ideale tra la rispettabilità dell’onorevole e la squallida bassezza del reale.

Ne avevo viste molte, di reazioni simili; davanti allo sterco del demonio siamo tutti uguali, in fondo. Altro che davanti alla legge. “Sa – abbozzò tremulo il rappresentante del popolo italiano – veramente ci sarebbero tremila euro in più, vuole che?” Sorrisi. Caricai il sorriso di crudele compassione, sicuro che chi avevo di fronte non fosse stato in grado di cogliere la lieve finezza del mio gesto: “Non si preoccupi, lo consideri un regalo. Come si suol dire, a Natale si è tutti più buoni, no?” “Già, forse è davvero così.”

La Corruzione Compassionevole

Il garbato fruscio della cartamoneta, pronta ad essere ricontata per l’ennesima volta, mi fece pensare ad un’intervista al pm Greco, apparsa qualche giorno prima sul Corriere della Sera: “Come fai a comprare una legge da un Parlamento che non riesce neppure a legiferare?” Non si può: noi, infatti, compriamo i parlamentari. Il passaggio brevi manu è diventato un retaggio, oserei dire romantico, del passato, scomparso dopo la Gotterdammerum del 92-94. C’era stata un’alterazione dei rapporti di forza: la politica aveva perso, almeno nei nostri confronti.

Semplicemente, non aveva più la credibilità di un tempo. Operazioni come quella che stavo compiendo erano di fatto scomparse. “Girano meno soldi”, sempre secondo il pm. Ha ragione: la corruzione ormai opera attraverso altri canali, più discreti, meno epici, camuffata nelle centinaia di migliaia di intermediazioni finanziarie quotidiane, immersa nel fluire delle transazioni della Borsa, inserita nelle sfumature di acquisizioni, fusioni, leveraged buy-out, consulenze; nel mercato, insomma. Nel grande libero mercato: das kapital, urbi et orbi.

Abbiamo sofisticato la corruzione, noi operatori del denaro: abbiamo rimosso il fisico, la carta: troppo lenta, troppo ingombrante, troppo poco versatile. Il nostro verbo è la dematerializzazione dei titoli di credito, il nostro camuffamento è il conflitto d’interessi, la nostra santa protettrice è la globalizzazione. “Nell’economia mondiale comandano le banche, gli hedge fund, i grandi gruppi di potere dell’energia”; bravo, pubblico ministero Greco. La politica ormai si usa come sponda, come porto sicuro, grande recipiente di mezze idee, di spunti legislativi pendenti e di praticabili soluzioni per chi rimane intrappolato nelle labili maglie della giustizia territoriale.

Dopo il grande spavento di mani pulite, la raffinazione da noi voluta ed imposta ha dovuto necessariamente fare proseliti nella classe politica di medio lignaggio, più che in quella degli alti livelli; attecchire nei quadri intermedi, intimoriti dall’entusiasmo popolare ed inseguiti dalle comunicazioni giudiziarie; instillarsi come un virus in quelli ancora da svezzare, operanti a livello locale: i più modellabili, quindi i più affidabili. E’ qua che abbiamo costruito il nostro vero successo, la nostra virtuosa architettura dell’illecito.

Una tangibile riprova? I rapporti delle ONG internazionali anticorruzione: l’Italia staziona stabilmente in fondo alla classifica dei paesi europei e di quelli occidentali, cosiddetti civilizzati. Il barometro di Transparency International calcola anche la percezione tangentizia che ogni istituzione promana dalle sue attività: inutile dire che sono i partiti politici a spadroneggiare, sebbene una volta la corruzione ambientale fosse decisamente più pervasiva.

Il parlamentare finì la sua pietosamente meticolosa operazione di conteggio; si sistemò la cravatta, poi, con un gesto repentino eppur pudico, si scrollò la forfora dalla giacca e si avvicinò per stringermi la mano. Sicuramente anche quest’onorevole rientrava nel 98% dei condannati per corruzione che, dal 1983 al 2002 (compresa Tangentopoli, fonte “La corruzione in Italia” di Davigo e Mannozzi), l’hanno fatta franca. In un certo senso, anche il restante e risibile 2% non se l’è cavata tanto male: le pene stabilite dal codice sono piuttosto blande; per di più, la procedura penale è ipertrofica, ridondante nonchè cronicamente insufficiente, quindi lascia ogni tipo di spazio per chi è dotato dei mezzi opportuni.

Mezzi che la politica si è saputa costruire con perizia, naturalmente anche e soprattutto mediante il nostro apporto esterno. Dopo i primi maldestri e sconsiderati tentativi, in piena mani pulite, lo studio di misure di contrasto efficaci è stato affidato ai tecnici della scienza della corruzione, con risultati a mio modo di vedere davvero ragguardevoli.

Una delle norme che personalmente preferisco è l’art. 111 della Costituzione. La riforma entrò in vigore nel 1999, e costituì un formidabile salvacondotto per i reati finanziari e contro la pubblica amministrazione; inoltre, lo strumento in questione è dotato di una sostanziale immodificabilità, dato che si trova nella norma fondamentale della nostra Repubblica. Funziona così: un imprenditore che avesse pagato delle tangenti, secondo la legge in questione, dovrebbe ripetere in aula quanto detto a suo tempo agli investigatori, durante gli interrogatori; puntualmente, ciò non avviene mai. Il risultato, eccezionale: prove azzerate, assoluzioni a raffica. Tanto di cappello.

Incominciai ad enumerare le altre numerose riforme intervenute in materia: legge Simeone-Saraceni, legge Gozzini, patteggiamento allargato, Cirami, ex-Cirielli…Mi persi rapidamente e desistetti dall’impresa, non senza un certo compiacimento. Strinsi la mano all’onorevole, quella mano sporca e fresca di reato, salutandolo freddamente e con la mente altrove, rivolta a quel meraviglioso arabesco di impunità, a quel grandioso coacervo di scappatoie procedurali e di appigli legali che, in anni di paziente ed attento lavoro, siamo riusciti a creare.

Era l’unica cosa che potessimo fare: la corruzione regge per intero il nostro sistema economico, regola ogni aspetto della vita burocratico-amministrativa, è ovunque, è chiunque. E’ il nostro motore immobile, la nostra raison d’être. Uscii leggiadro ed orgoglioso dal palazzo. Mi posi un ironico interrogativo: se noi corruttori non ci intendiamo di corruzione, chi altri dovrebbe intendersene?

Mi sentivo realizzato. Sì, felice, corrotto ed impunito.


16.06.2008 1 Commento Feed Stampa