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Il giovane squattrinato professore Cesare Pavese

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Avranno più di un’ottantina d’anni alcuni vercellesi che, non so di preciso l’anno, al Ginnasio ebbero come professore Cesare Pavese. Uno di questi vercellesi, si chiama Ferdinando Lo-Jacono, fino a qualche anno fa scriveva sul giornale locale di Vercelli (La Sesia), oggi (sciaguratamente) diretto da me; scriveva per lo più recensioni teatrali, ma anche amarcord.

E un amarcord, anni fa, lo dedicò, appunto, al suo professore, supplente per qualche mese, Cesare Pavese.

Vado a memoria. Pavese, dopo una giornata di lavoro, va alla stazione, che dista dal Ginnasio cinque minuti a piedi; cinque minuti a piedi piacevoli, ché si passa davanti alla basilica romanica di Sant’Andrea, il più bel
monumento di Vercelli, e i giardini, della stazione appunto. Pavese, raccontò Lo-Jacono, appena poteva leggeva. Intensamente. Non si sa se leggesse anche camminando, sarebbe stato pericoloso; di sicuro, quel pomeriggio invernale e grigio, si rintanò nella sala d’aspetto con un libro in mano, assorto più che mai. Tanto assorto che non si accorse dell’arrivo di un treno che da Milano l’avrebbe portato a Torino, né di quello successivo, né dell’ultimo.

Si risvegliò dalla lettura quand’era ormai troppo tardi, raccontò il personale della ferrovia, stupito nel vedere che Pavese non si disperasse né cercasse un albergo. Dormì tutta la notte nella sala d’aspetto (che ora non c’è più) della stazione di Vercelli. Forse a leggere, o correggere temi, chissà. Di sicuro nessuno sa quale fosse il libro che catturò a tal punto il giovane, squattrinato professore, Cesare Pavese.


12.06.2008 Commenta Feed Stampa