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Per Irene, mia compagna di vita

di Benny Calasanzio

La cicatrice era lunga una ventina di centimetri ed era stata suturata con ventidue punti. Era nella parte bassa delle schiena. Doveva risalire al massimo all’anno prima. Ogni volta che le chiedevo cosa fosse sorrideva e mi diceva “E’ un segreto”. Era da poco che ci vedevamo ma ero già molto preso. Forse più che molto.

Bella era bella. Aveva un fisico statuario, due spalle che non riuscivano a nascondere il passato da ginnasta e due piedi che tradivano l’altra sua passione, la danza. Era una ragazza misteriosa, e il resto era in secondo piano. La persona che mai avrei immaginato a mio fianco adesso era accanto a me sul letto e dormiva con eleganza onirica. Io all’inizio non ci riuscivo. Era proprio nella notte che i suoi misteri si addensavano e la mia voglia di chiarezza diveniva utopia. Era da un mese circa che dormivamo assieme tutte le notti. Dormire era bello come fare l’amore con lei.

Dopo le prime volte però cominciai a svegliarmi nel pieno della notte. Verso le quattro. Era il freddo a svegliarmi. Trovavo la finestra di fronte al letto aperta, con la serranda abbassata. Ma soprattutto non trovavo lei. Era già successo tre o quattro volte. Lei non c’era. I suoi vestiti sulla sedia, i suoi bracciali, i suoi orecchini e le scarpe. Tutto era come lo avevo lasciato prima di addormentarmi. Lei però non c’era. E non poteva essere uscita perché tutti i suoi vestiti erano al loro posto, e comunque anche le chiavi della macchina e del motorino erano in camera. Non era possibile che fosse uscita anche solo dalla camera. Perché non era un appartamento. Era una stanza di una residenza universitaria. Lei aveva la camera esattamente sopra la mia. Quella notte, la prima che svegliandomi non la trovai, andai in camera mia. Sapevo che era inutile, perché le mie chiavi erano ancora sul comodino. Poi non la cercai più. Quella sera non indugiai.

Non so perché, ma non la cercai mai più le notti seguenti, quando mi svegliavo e non la trovavo. Quella notte tornai in camera sua e lei non era ancora tornata. Andai a dormire. Presi subito sonno. E non perché fossi tranquillo o perché non me ne fregasse nulla. No. Non so la ragione. Sapevo che non dovevo preoccuparmi. So che assurdo, ma qualcosa mi spingeva a non pensare troppo.

La mattina, verso le sei, quando ancora era buio aprii gli occhi e la vidi accanto a me. Dormiva sempre come se stesse sognando. Sempre con eleganza. La svegliai spostandole i capelli dal viso e le chiesi dove fosse andata. Non usai un tono inquisitorio, parlai come se le stessi chiedendo l’ora. Invece si trattava di sapere dove fosse sparita nel pieno della notte. Lei mi guardò, e con un sorriso di una dolcezza primordiale, mi disse: “Sono sempre stata qui… avrai sognato”. Si avvicinò, e dopo avermi baciato sulle labbra dormì, abbracciata a me, fino a tarda mattina. Non riuscivo a insistere. Forse avrei avuto diritto ad avere qualche spiegazione, forse avrei potuto pretenderle delle spiegazioni, ma non lo feci mai. L’indomani non mi disse nulla, non accennò minimamente alla notte appena trascorsa. Nemmeno io lo feci. E’ chiaro che durante il giorno non smisi un attimo di pensarci. In bici, in mensa, a lezione. Non avevo spiegazioni e non le cercavo. Era assurdo tutto ciò. Quello che avrebbe dovuto creare dubbi e preoccupazioni inquietanti non faceva che accrescere la mia dipendenza da quella donna. Era evidente che dipendevo da lei, dai suoi sguardi, dai suoi sorrisi, dal suo corpo. Sapevo di essere schiavo di un’opera neoclassica, della perfezione delle sue gambe, del suo fondo schiena, dei suoi seni, delle sue gambe e delle sue labbra. Ero schiavo e non mi ponevo alcuna domanda. Quello che avevo era solo una lacerante, a tratti umiliante voglia di lei.

Dopo due notti in cui non mi svegliai successe ancora. Stavolta già dal freddo capii che non l’avrei trovata accanto a me aprendo gli occhi. Fu così infatti. Questa volta però c’era qualcosa di nuovo. Le lenzuola, sulla sua parte di letto, erano sporche di sangue, una macchia abbastanza larga, abbastanza per preoccuparsi. Lei, naturalmente non c’era. Mi vestii al volo e andai di corsa dal portinaio a chiedere se l’avesse vista passare. Erano le cinque del mattino. Lui non l’aveva vista, e nessuno era entrato né uscito. Feci tutti i piani, svegliai tutti quelli che potevo svegliare ma lei non c’era. In quel momento non esisteva. Doveva per forza essere in quella residenza, ma non c’era. Tornai in camera sua per prendere il cellulare e chiamare in ospedale, per chiedere se fosse arrivata una ragazza, per chiedere non sapevo bene cosa. Non chiamai nessuno però. Quando arrivai la trovai sul letto. Sveglia. Che mi aspettava. Le chiesi che diavolo stesse succedendo. Stavolta ero preoccupato, e non lo nascosi minimamente. Il mio tono tradiva tutto. Le lenzuola sporche erano per terra. Il sangue era più di quello che appena sveglio avevo notato. “E’ solo il ciclo” mi disse. Ma quando mi svegliai lei non era nel letto, c’era solo il sangue. Tanto sangue e basta. “Ero in bagno”. Non avevo guardato in bagno. Avevo svegliato venti persone, avevo chiesto al portinaio ma non avevo guardato in bagno. Era scontato che non ci fosse. Come la prima volta. Ma quella notte in realtà non guardai nemmeno. Ritrovai a fatica la calma e presi per vere le sue spiegazioni. Le chiesi anche scusa per il tono delle mie domande e tornai a letto. Non credevo ad una parola, non credevo ai suoi occhi, né ai suoi sorrisi. Ma finsi.

C’era sangue su quel letto, ed era troppo per essere quello che diceva lei. La finestra era di nuovo aperta. E io semplicemente non le credevo. Ma non chiedevo lumi. Le rimanevo abbracciato e ignorante. Apota. Dormimmo.

L’indomani non fu un indomani tranquillo come i precedenti. Quello che era accaduto mi aveva intimamente sconvolto. Quella donna spariva nel pieno della notte. Non avevo idea di dove andasse. Non mi andava di assillarla con le mie domande. Ma ero sconvolto. Durante il giorno cercai di ricostruire momenti e circostanze, gli attimi del risveglio, quelli della corsa per la residenza, il momento in cui la ritrovai nel suo letto. Speravo di trovare spiegazioni. Mi disse una bugia, di questo ero certo. Nel pomeriggio controllai anche il cestino dei rifiuti del bagno. Non c’erano assorbenti, non c’era sangue, non c’era nulla. I miei pensieri erano orientati solo ed esclusivamente alle notti passate e a quelle future. Poco a poco la mia esistenza si restringeva e si ritirava in una stanza. E il giorno diventava una semplice, sospirata attesa del buio. Del suo corpo. La notte seguente facemmo l’amore, e io la guardai tutta, i miei occhi scrutarono ogni centimetro del suo corpo. Non c’era nessuna ferita, nessun graffio. La sua pelle era intatta. C’era solo una bellezza imbarazzante che volevo tenere per me a costo di una totale rassegnazione alla causa. Facemmo l’amore e poi dormimmo. Quella notte non mi svegliai. Quando aprii gli occhi lei non c’era. Erano le undici. Trovai un bigliettino sul suo cuscino: “Tranquillo, non chiamare la polizia, sono a lezione!”. Risi di gusto e rimasi a guardare il soffitto con le braccia dietro la testa. Ridevo sinceramente. Mi ritrovavo così preso da una donna, così in gioco che non avevo la forza di pretendere spiegazioni. Ero felicemente schiavo di un mistero che mi travolgeva e mi lasciava interdetto. Si, avevo bisogno di risposte, ma non erano urgenti. La risposta arrivò quando non ne necessitavo, quando ormai mi ero abituato all’ignoranza felice. Venne dallo stesso posto dal quale venivano i miei dubbi. Dal letto. Dal buio. Dal sonno. Dalla ormai parte più bella delle ventiquattro ore. Mi presi in giro per qualche altro minuto, leggendo e rileggendo quel bigliettino. Poi cominciai la giornata come mille altre, e la finii con altrettanto conformismo. La vedevo solo la sera. Mi addormentavo alle tre della notte e mi svegliavo alle undici del mattino. Non era una vita perfettamente universitaria. Era una vita in balia di una donna che ai miei desideri di chiarezza rispondeva con dosi massicce di mistero. Sentivo di stare perdendo la vita e me ne infischiavo. Ma lo facevo consapevolmente. Non volevo essere padrone del mio tempo. Lasciavo ad una donna il compito di scandire le mie ore. Tralasciavo impegni, amici, studi. Alla fine tralasciavo anche me stesso. E vivevo di notte. Un bohemienne, senza bottiglia, ubriaco dei profumi e dei sapori di una donna che di nulla mi degnava se non di silenzi, sorrisi e quotidiani misteri.
Comunque la notte arrivò. Fu tranquilla all’inizio. Mi addormentai felice. Lei aveva la testa sul mio petto e io mi sentivo immenso. Cominciai a sognare. Posso credere si trattasse di un sogno, ma questo non è importante. Ebbi delle risposte ai miei interrogativi; risposte, punto. Non importa se razionali o no. Di certo, dopo quella notte non ne cercai mai più. Sognai di svegliarmi e di sentire freddo. Era un freddo lacerante, irreale. Avevo i piedi gelidi. Aprii gli occhi, ma senza muovere la testa. Accanto a me vidi di nuovo quella macchia di sangue. Lei stavolta c’era, ma non sul letto. Era davanti la finestra. Di fronte a me. Di spalle. Completamente nuda. Io non saprei come parlare della bellezza che avevo di fronte. Era una nudità insultata dai vestiti che portava di giorno. Avevo di fronte un corpo che avrei sempre voluto vedere nudo. E avrei volentieri continuato quella vita inconcludente pur di vederla sempre di fronte a me in quel modo. La finestra era aperta, e anche la serranda. Fuori c’era solo oscurità. Potevo scorgere chiaramente i contorni del suo corpo. Era una bellezza non di questo mondo. A sanguinare era la ferita sulla schiena. Rivoli di sangue che non le sporcavano la pelle. La ferita si apriva, lentamente, e da quella lacerazione nascevano due arti che si biforcavano, uno a destra e uno a sinistra. Lei non soffriva, era immobile, sollevata sulle punte dei piedi, con le braccia aderenti al corpo. Sembrava leggerissima. Quella ferita stava partorendo due ali di un bianco candido, ali che nascevano dal sangue e rimanevamo incontaminate, pure. Dall’impuro nasceva il divino. Mi sembravano immense, grandi quanto il suo stesso corpo. L’immagine era quella di un angelo. Un angelo che non aveva nulla di religioso. Era un angelo castamente erotico e peccaminoso. Ero rimasto con la testa sul cuscino e guardavo immobile, avendo cura di rimanere invisibile. Il sangue era sparito, e quelle ali sembravano esserle sempre appartenute. Le aveva sempre avute. Fu la sensazione di purezza che mi rimase impressa. Nuda si ergeva dinanzi a me con le sembianze di un angelo. Si avvicinò ancora alla finestra. Non camminava. Volava a pochi centimetri da terra. I suoi piedi non toccavano il pavimento, lo sfioravano. Non si voltava, continuava a guardare dritto di fronte a lei, nel buio. Poi si appoggiò al davanzale, e come una cosa del tutto naturale e innata, spiccò il volo sbattendo le ali appena fuori dalla finestra. Erano più grandi di quanto avevo creduto. Due ali bianche immense, bibliche. Si allontanò piano, volando con la stessa eleganza con la quale camminava e con la stessa eleganza che contraddistingueva ogni suo singolo gesto. La mia donna stava volando, sospesa nel vuoto e io ero immobile ad ammirarla, senza un minimo di timore, senza paura. Non era la mia donna, era una donna che apparteneva solo a se stessa. Senza padroni né catene, senza gabbie né legami. La seguii con lo sguardo finché non sparì nell’oscurità. Lasciò solo il freddo, e il suo profumo. Della sua pelle, dei suoi umori. Era il profumo della bellezza idealizzata. Stava volando. Lo aveva fatto nelle notti precedenti. Era evasa dalla vita volando. Nelle notti passate aveva sorvolato il Mar Rosso, le montagne francesi, i campi di fiori olandesi, i fiumi delle Amazzoni, le cascate Iguazu, le distese di grano, le scogliere irlandesi colpite dai mari in tempesta, l’aurora boreale. Ogni notte le sue ali la portavano nei posti più belli del mondo reale. Ma a sua volta deliziava quei posti della sua bellezza. Era una somma e una condivisione. Nel sogno, chiusi gli occhi e continuai a dormire. Dormii sereno. Dopo qualche ora mi svegliai e lei era lì, accanto a me. Guardai verso il comodino. C’era della sabbia, e accanto una conchiglia. Mi alzai senza fare rumore e andai a prenderla. La avvicinai al naso e senti il profumo fresco del mare. Quella conchiglia era appena stata raccolta dalla spiaggia. La sabbia era fredda, umida. Erano figli del mare di quella notte. Lei si svegliò e mi vide mentre stavo ancora annusando la conchiglia. Sorrise, si alzò, mi prese il braccio e me la tolse di mano. La mise di nuovo sulla sabbia, con cura, e poi mi baciò. Si avvicinò e mi sussurrò all’orecchio, sfiorandomi con le labbra: “E’ un segreto”. Mi trascinò sul letto e facemmo l’amore. Lo facemmo tutta la notte che rimaneva. Io la vedevo viva, davvero. Mai vista prima quella vita nei suoi occhi. Le toccavo la ferita, ed era perfettamente rimarginata. Ci addormentammo l’uno sull’altra, l’uno dentro l’altra, e rimanemmo così fino al mattino. Io non feci più domande.
***
Dopo quella notte, lentamente ripresi uno stile di vita “normale”. Cercai di riappropriarmi del mio tempo. Rimanevo sì schiavo di quella donna, ma consapevole e paradossalmente indipendente. Comunque tutto accadde di nuovo, e accade ancora adesso. Che il freddo mi sveglia. E quando sento freddo non vado a chiudere la finestra. Non mi preoccupo. Apro gli occhi e vedo che lei non c’è. Sorrido e mi riaddormento. So che tornerà. Semplicemente lei vola via, evade. Vive la notte dopo il riposo diurno della vita di tutti i giorni. Di notte si sveglia e vive la sua vita. Indipendente da tutto, dal tempo, dagli uomini, dai limiti razionali. Tutte le notti vola via da me. Non mi preoccupo. Tornerà sempre. E ogni mattina, quando mi sveglio, trovo qualcosa per me. Prima una conchiglia, poi delle pietre, poi della sabbia. Tracce di acqua salata sul pavimento e fili d’erba tra i suoi capelli. Io, come tutte le mattine, comincio la mia giornata mentre lei si riposa.


20.05.2008 7 Commenti Feed Stampa