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Stato di cedimento

birdmask_by_vamediah.jpg [1]Mi avvicino alla sbarra, posso sentire il rotolio delle gomme sull’asfalto. Questa fetta di Milano è opaca, silenziosa, inquadrata da una teoria infinita di palazzoni. La sbarra è come un bubbone del casotto. L’alternarsi di rosso e bianco tenta inutilmente di contraddire i colori lividi della serata. Fermo l’auto a pochi centimetri dalla sbarra e faccio l’unica cosa che non dovrei fare: suono il clacson. Ho letto l’avviso NON SUONARE IL CLACSON, SUONARE IL CAMPANELLO troppo tardi, quando già la pressione sul volante ha innescato il paaaaaaaaaaa. La frase è stata stampata con cura. Caratteri grandi in rilievo, gialli su uno sfondo nero, di plastica catarifrangente, il massimo del contrasto. Non una semplice scritta a penna, ma un comando essenziale e solenne nello stesso tempo. Cerco di immaginare l’attimo in cui il committente ha consegnato allo stampatore quel comando. L’agghiacciante soddisfazione, alla consegna, di vederlo realizzato. Il casotto è nero, pareti nere, vetri neri, un uomo nero dentro. Posso sentire il suo respiro affannato, posso vedere gli occhi torvi, puntati sulla mia auto, posso percepire la sua rabbia. NON SUONARE IL CLACSON, SUONARE IL CAMPANELLO.“Che cosa vuole?”.“Dovrei entrare, mi aspettano”.“Non ha letto l’avviso?”. “Sì, mi scusi, l’ho letto quando già avevo suonato il clacson”.“Che cosa vuole, allora”. È una domanda o un’affermazione? “Mi aspettano, dovrei entrare”.“La prossima volta suoni il citofono”.“Va bene, lo farò, chiedo scusa”. “C’è scritto, non l’ha visto?”“Sì, mi dispiace, le chiedo scusa”. Per qualche secondo vado in apnea, in profondità. Poi la sbarra si alza. Quando oltrepasso il casotto non ho il coraggio di voltarmi.