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Meglio vivere di rimorsi che morire di rimpianti, ma il furbetto di Alajmo finisce affogato

di Nicolò La Rocca

mattoaffogato2.jpgIl nuovo romanzo di Roberto Alajmo, “La mossa del matto affogato”, Mondadori, pp. 241, euro 17, segna un cambio di rotta rispetto alle ultime produzioni dello scrittore palermitano. Dopo averci abituati a storie ambientante in microcosmi proletari, Alajmo ci porta dentro il ceto medio di una citt, Palermo, mai nominata ma riconoscibile.
Giovanni Alagna, il protagonista del romanzo, ha impostato la sua vita secondo il motto paterno Meglio rimorsi che rimpianti, declinando a immagine del suo ceto-bene l’ethos proprio di tante canaglie e avventurieri a cui ormai l’Italia sembra essersi abituata, per anestesia o per disperazione. La sua smania di imporsi tra i suoi concittadini lo spinge a diventare impresario teatrale, un’attivit che gli regala un’appagante notoriet locale: i giornali – a volte perfino quelli nazionali – parlano spesso di lui, specialmente quando riesce a coinvolgere nei suoi spettacoli affermati uomini di teatro.
E lui sempre impegnato a rincorrere il riflettore che si acceso sulla sua vita, una vita signorile al di sopra delle sue possibilit, una vita che, diventata niente di pi di una grande scacchiera sulla quale muoversi con astuzia, relega gli altri, a partire dai propri pi stretti familiari, al ruolo di pedoni, regine, alfieri, cavalli. Il re lui. Conta sempre il risultato, cio la vittoria del re. Certo non si pu barare, ma ingannare gli altri pezzi sulle proprie mosse s, anzi bluffare diventa per Alagna una qualit indispensabile per vincere la partita. Non rimborsa i debiti, non paga le tasse, non si cura degli affetti, piega la schiena dinnanzi a un grande regista che potrebbe aiutare la sua cooperativa teatrale, compie irregolarit fiscali ed edilizie pur di aggiudicarsi un capannone del comune e i contributi dell’Unione Europea, usa gli altri e quando gli conviene si fa usare. Ma pi schiva, pi si muove descrivendo laboriose gimcane tra gli altri pezzi, pi viene spinto verso il matto affogato, lo scacco matto pi mortificante, nel quale il re si ritrova bloccato dai suoi stessi pezzi amici.
Al lettore, dopo aver conosciuto le peripezie di Giovanni Alagna, questo scacco sembrer quanto di pi giusto, perch uno scacco scenografico, spettacoloso, quindi in sintonia con un personaggio che ha fatto della recita la sua etica. Cos, alla fine del romanzo, Giovanni Alagna, uomo senza qualit e dalle grandi ambizioni, riceve la giusta punizione, verso la quale Alajmo porta il lettore con estrema perizia narrativa. Infatti, da met libro in poi, come succede in una partita avvincente, nella quale la disposizione dei pezzi rende inevitabile un’improvvisa accelerazione, la storia precipita con un ritmo narrativo straordinario. Alajmo ci ha abituati a questi scatti, imposti pi dal naturale assestarsi delle storie che da facili espedienti artificiosi. Dopo che lo scrittore alla fine del romanzo avr portato il protagonista a una condizione di non ritorno – espulso dal suo nucleo familiare, rincorso dai creditori, accerchiato dalle banche, abbandonato dagli amici – tutti gli altri personaggi, assistendo al re mattato, avranno la propria parte di risarcimento.
Ma questa sorta di vendetta dei personaggi e del lettore, questa catarsi collettiva, verrebbe da dire, giustificata? O forse il re si semplicemente trasformato in un comodo capro espiatorio? A un certo punto Alagna dice: Il destino una vocazione da assecondare. (…) Se ti rendi conto che il cavallo non pu essere domato, lascialo andare dove vuole, lascialo tentare di disarcionarti senza metterti a competere con lui sul piano della forza. Altrimenti sei condannato a perdere in ogni caso. Lascialo sfogare: prima o poi si stancher, e allora potrai provare a giocarti le tue possibilit. La scacchiera sulla quale lotta Alagna non infatti quella delle qualit, ma quella dei privilegi. E gli sembra l’unica rimasta nel mondo di oggi.
Alagna un Ulisse moderno, alla ricerca di un’Itaca inesistente, un Ulisse che, dopo essere tornato da Penelope, riparte sempre, alla ricerca di un’ennesima possibilit, per il gusto di vincere ma senza sapere cosa. Forse Alagna solo un cialtrone un po’ meno fortunato degli altri; forse viene punito pi per i suoi risultati che per i suoi metodi, verrebbe da dire. Non per assolverlo, ma per ricordarci che il mare nel quale affoga il re quello dei suoi carnefici. Si spera che, dopo aver letto questo splendido romanzo che non teme di essere moralista, il lettore non addebiti al protagonista tutte le colpe di una fine.

Recensione pubblicata su Queer di Liberazione del 4 maggio 2008


14.05.2008 Commenta Feed Stampa