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La finestra sul coatto

di Filippo Bologna

la finestra sul coatto

Cos’è “il contagio” che dà il titolo all’ultimo romanzo di Walter Siti? Che vuol dire questo allarmante monito apposto sul sanguinario quadro di Sandro Chia in copertina? Il contagio è un virus culturale che dai confini dell’impero si propaga inesorabile fino alle porte della capitale. Un’epidemia che viene da lontano (forse nemmeno troppo) e non risparmia nessuno, una malattia che dalle periferie i barbari hanno portato fino dentro le stanze del Palazzo, infettando anche i mandarini di corte. Il virus muta forma, si trasmette attraverso bianche nubi di cocaina, soffia nei condotti d’areazione degli outlet, corre attraverso l’etere assieme ai programmi della De Filippi, nuota nel traffico tentacolare della metropoli, si rigenera nelle chat, si moltiplica negli sms, incuba nelle paludi malsane della cultura trash. I piccolo borghesi impoveriti dall’euro costretti a trasferirsi nelle borgate sono stati i portatori sani del contagio, ma ormai è troppo tardi, nessuno si salverà da questa pandemia socioculturale.
Dopo la trilogia einaudiana, Scuola di nudo, La magnifica merce, chiusa in maniera esemplare da Troppi paradisi, uno dei romanzi più significativi degli ultimi anni per l’equilibrio raggiunto tra perfezione formale e potenza dei contenuti, Walter Siti approda a Mondadori con un romanzo molto ambizioso.
Ancora una volta siamo in periferia, una borgata romana, anzi, il condominio di una borgata romana, presentato all’inizio con tanto di prospetto da geometra, la palazzina di via Vermeer per la precisione, una via che non esiste ma la cui esistenza è legittimata dalla toponomastica incongrua con cui assessori semiacculturati battezzano strade e viali di borgata. Ancora una volta il termine “romanzo” sta stretto a Walter Siti, abilissimo falsario (al pari del pittore olandese Van Meegeren, che con i suoi Vermeer falsi ingannò persino il maresciallo Goering). maestro della contraffazione romanzesca e dell’autofiction. L’autore gioca con le scatole cinesi della scrittura consegnando alle stampe uno strano oggetto, che forse è un romanzo e forse no, anzi lo è solo per una sorta di rassicurazione editoriale verso il lettore. Dopo due false partenze che interrompono bruscamente (con un certo fastidio) il patto di finzione con il lettore, il narratore, che supponiamo essere lo stesso Walter Siti che in Troppi Paradisi esordiva pirandellianamente “Mi chiamo Walter Siti, come tutti”, attacca dal palazzo-cosmo di via Vermeer, un piccolo sistema solare perso nella galassia delle borgate dentro il quale orbitano le traiettorie eistenziali dei coatti (nel senso etimologico) protagonisti del libro.
Le finestre del palazzo si aprono e si chiudono con raffinato voyerismo sulle vite dei condomini: c’è Sergetto il rapinatore, Bruno l’ultrà, Mauro lo spacciatore, Eugenio detto Er Trottola andato a vivere con una prostituta brasiliana, Francesca la femminista ridotta in carozzella, Obelix il violento, e l’immancabile Marcello, culturista dal cuore – e dalle carne – tenera che non risparmia ai suoi amanti, uomini o donne che siano. E infine c’è “il professore”, più che il narratore il narratario della vicenda, l’occhio famelico che tutto osserva e analizza, che si nutre delle vite anabolizzate di questi gladiatori di borgata, canta le gesta di quest’epos di borgata, e rimane immancabilmente soggiogato dai suoi eroi. Walter Siti diventa il portiere del palazzo, fa entrare e uscire i suoi personaggi, sa tutto di loro come una vicina di pianerottolo, conosce il passato e il presente (e forse anche il futuro) dei suoi personaggi con la precisione di un informativa della Digos.
Se la tesi di fondo diTroppi paradisi era la fictionalizzazione del mondo, per cui gli sconfinamenti della fiction nel reale e del reale della fiction attraverso i media e le nuove pratiche di consumo mettevano in discussione lo statuto oggettivo della realtà, ne Il contagio, la tesi è meno fenomenologica e più sociologica: Roma, l’Italia intera, il mondo forse, si sta trasformando in una immensa borgata? Chissà, forse l’apocalisse è più lontana di quel che sembra e sono solo gli occhi innamorati di un vecchio professore a vederla così ci si chiede alla fine del libro.
Siti ha il dono di essere sgradevole con gli altri, inclemente con se stesso, impietoso fino in fondo nel raccontare con crudo iperrealismo un’italia oscena, rimossa dall’immaginario collettivo dalla morte di Pasolini in avanti. Inutile e sterile insistere sulla mimesi pasoliniana dell’autore (Walter Siti non è solo il curatore de Il Meridiano di Pasolini, forse “è Pasolini” stesso pià che la sua reincarnazione), questo romanzo corale oltre che un indiscusso valore letterario nel presente, nel futuro avrà un forte valore documentaristico visto che testimonia ferocemente la deriva sociale e della mutazione antropologica e culturale dell’italiano inizio secondo millennnio. Beni e servizi sono lì, a portata di mano sugli scaffali dell’ipermercato, la felicità è tagliata in dosi, il sesso e i sentimenti si possono vendere e comprare come qualsiasi altra merce, l’attesa della svolta che ti cambia la vita, vita che si vorrebbe azzerrare e ricominciare da capo come in un partita alla playstation. Sono questi gli orizzonti che racchiudono i personaggi de Il contagio. Eppure sotto il pack cementificato di queste esistenze di borgata nuota ancora un vitalismo inesauribile, che si dimena come un pesce sull’asfalto.
Forse Il contagio non è un libro riuscito fino in fondo, del resto è troppo “pensato” ed ambizioso per esserlo. Siti è uno di quegli scrittori troppo intelligenti, quegli scrittori le cui intelligenze diventano nemiche della narrazione. Siti lo sa, e cerca di celare il suo talento sotto fiumi di dialoghi in romanesco, che raggiungono il voluto l’effetto di realismo ma pagano dazio zavorrando il racconto. Nonostante il realismo quasi documentaristico della scrittura, le azioni dei personaggi non si danno mai per quello che sono “e basta”. Sembrano filtrate dalle lenti del professore, anche quando questi è assente, il suo lo sguardo da antropologo impedise ai personaggi di essere completamente liberi, di liberare tutta l’energia vitale che covano, come i bambini interrompono un gioco se osservati dagli adulti. Quando poi Siti dismette i panni dell’infiltrato, e torna ad essere un’intellettuale che attiva la sua panottica visione del mondo, ecco che il libro si rialza, si libra, raggiunge vette sublimi e con le pagine sulla cocaina e sull’urbanistica delle borgate si trasforma in un esemplare unico di saggio romanzesco.
Se tutto il mondo è destinato a diventare un’immensa borgata, questo libro già lo è, una borgata di cui personaggi sono i cittadini, e Walter Siti è il loro sindaco.

Walter Siti, il contagio, Mondadori, p. 339, euro 18.


12.05.2008 1 Commento Feed Stampa