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Grande Teatro Marinelli (2004)

di Benny Calasanzio

Cominciano alla mattina. Si svegliano con me. Dopo una notte arroccati tra le mie viscere come soldati in una trincea, il suono della sveglia li desta, e loro, cauti cauti, riprendono il giogo infernale, si riappropriano della loro vita e della mia.
Pensate che, stamattina, per un attimo ho come fatto finta di continuare a dormire pur essendomi svegliato prima che quell’orologio suonasse. Tenevo gli occhi socchiusi e strisciando mi avvicinavo al bordo del letto, scivolando sulle lenzuola, quando d’improvviso sono saltato sulle gambe. Per un attimo li ho fregati, credo che non se ne fossero accorti subito quei fottuti, e io credevo d’averla fatta franca almeno per oggi, di averli dispersi per qualche tempo. Invece quei maledetti dopo un infimo lasso di tempo, mi hanno assalito e, dovevate vederli come si vendicavano, su e giù per tutto il corpo, massacrandomi la schiena, i fianchi, fino all’osso del collo, a dieci, mille colpi alla volta, forse non mi avevano mai violentato tanto, perché lo so io, che quando cerco di fregarli, loro poi ci danno dentro quando mi riprendono.
Questa è già la seconda volta che tento una tattica di fuga del genere, ed è la seconda volta che pago conto doppio.
Basta, dovrò farmene una ragione. Guardiamo in faccia la realtà e affrontiamola.
Ormai sono quasi certo di essere più che vicino alla morte, sento di essere più di là che di qua, il mio tempo è arrivato e questi dolori sono dei becchini che mi stanno portando da lei.
Ormai sono consapevole e lucido, psicofisicamente preparato; è troppo esplicito e chiaro, bisogna essere proprio stolti per non capirlo: è arrivata la mia ora. Non temete non è un dramma, lo sto accettando, anzi, spero arrivi presto. Io non posso più lasciarmi fottere ancora per tanto tempo da questi doloretti, quando io morirò, quei bastardi verranno a marcire con me, mica andranno da qualcun altro, e io, avrò anche contribuito a pulire il mondo da quei dolori specifici, non distruggeranno più la vita di nessuno.
Alla soglia dei miei trentatrè anni, ogni giorno può essere quello buono per morire, lo sento, e quando sento qualcosa, accade.
Cos’altro possono significare quei dolori? Nulla, cosa dovrebbero significare, caro il mio quasi defunto?
Sono cominciati dopo il mio trentesimo anno, lì devo aver contratto quella sindrome, quella malattia, che adesso si diverte su e giù per il mio corpo, ma ancora per poco.
La difficoltà a salire e scendere dal mio Maggiolone è stato un chiaro segno del declino. Ormai è un calvario a due stazioni: quando salgo, quei diamine di dolori, mi attaccano ai fianchi e alle ultime vertebre della mia compianta colonna, e quando scendo, i miei personalissimi dolori salgono in fretta fino al collo, e lì, proprio lì quel punto ormai decadente, mi frustano come un martire e ballano, ballano fino a svenire.
Ieri, ho avuto una delle tante conferme della mia fine imminente. A scanso di equivoci.
Il tennis mi aveva sempre fatto sentire uno sano, vitale. Dovevate vedermi giocare da fondo, ero l’alter-ego di Bjorn Borg, sempre pronto a beffarti quando ti avvicinavi a rete. Ieri avreste dovuto vedermi. Un vecchio sessantenne, il nonno di Bjorn Borg.
Quando ero al servizio, lanciando in aria la pallina per colpirla, lì sentivo quei maledetti che mi legavano i muscoli del braccio con quelli del femore, me li intrecciavano e sembravo un imbranato tutto d’un pezzo, tale che colpivo la pallina, e lei non vedeva l’ora di essere ricacciata verso me dal mio amico Charli per beccarmi in piena fronte, per punirmi di quella goffaggine. Ero la vergogna di uno sport. E la mia.
Ero, anzi sono un insulto alla salute. Povero moribondo!
Chissà cosa diranno i miei amici, i miei parenti…
“Buongiorno Signora, mi duole comunicarle che… suo figlio… purtroppo lo hanno trovato riverso nella vasca, se n’è andato senza rendersene conto, non ha sofferto minimamente…”
“Senza soffrire”? “Senza rendersene conto”? Magari!, stupido poliziotto! Chiedilo a me quanto ho sentito di stare per morire, quanto quei doloracci mi hanno dilaniato le viscere, i muscoli, le ossa, tutto, tutto.
Poi ci saranno anche le gioie, oh, figuratevi, sapete quanti gioiranno della mia fine prematura e inaspettata (per loro)? Quegli attori da quattro soldi, si, quelli del teatro, oh se saranno felici di non avermi più tra i piedi! Vedere il loro regista steso in una bara, vitreo, per loro sarà un orgasmo, il più grande orgasmo di sempre. Incompetenti. Non sono mai riusciti ad interpretare un copione, sanno solo massacrare un copione, scempiano le mie creazioni divine, ma che gli venissero a loro i miei dolori, per Dio! Riescono a trasformare i miei sceneggiati, alquanto pregevoli con notevole modestia, in commedie da terza visione, da popolino. Ignobili.
Guarda, guarda che faccia ho allo specchio! Mi stanno corrodendo quei dolori vigliacchi! I vestiti mi vanno larghi, vedi, vedi qui!, cosa vuol dire questo?, chi perde peso pur mangiando, chi diventa pallido con le occhiaie da un giorno all’altro, cos’è se non un “-quasi- Caro Estinto”?
Domani sarà la giornata più dura di quelle (poche) che mi restano. Andrò dai miei, tornerò in quella verde campagna padovana, in quel lenzuolo d’erba che sembra disteso e fermato con dei pesi agli angoli, per non farlo volare via. Per l’ultima volta, mi farò accarezzare, baciare da papà e mamma; ma non dirò loro della mia fine imminente, non voglio vederli piangere e disperarsi, voglio che lo sappiano quando tutto sarà finito, da quel poliziotto stupido, lo stesso di poco fa. Mi rotolerò nell’erba proprio con questo vestito nuovo che adesso indosso, largo, come tutti gli altri ormai, tanto, chi lo indosserà dopo di me? E se magari mi seppelliranno con questo vestito, beh, pulito o sporco cambia poco, sarà il vestito di “un uomo strappato alla vita da dolori insopprimibili e insopportabili, un uomo che finché la vita lo assistette, li combatté da umano, e perì, alla fine della guerra, da eroe”. Ciò leggerete sulla mia lapide. Insieme a “Grande artista e genio del teatro”.
Ah, eccoli, si fanno vivi i miei galanti compagni! Avete sentito che parlavo di voi eh? Gioite pure teste di cazzo, la mia fine è la vostra, non preoccupatevi, fate, fate pure.
Però, se davvero cerchiamo di essere obiettivi, un lato innegabilmente ed inequivocabilmente positivo c’è. La morte consacra registi e scrittori, cantanti e attori, a maggior ragione quelli morti in circostanze strane o improvvise. Morirò presto, e lo accetto, ma la mia morte, servirà almeno a consegnarmi alla storia del teatro. Tutti saranno turbati dalla morte prematura di questo “giovane e indicibilmente brillante regista e scrittore”, compianto. Allora i miei sceneggiati saranno considerati reliquie e pezzi di “indescrivibile valore artistico e culturale, patrimonio per Padova, per il Veneto e per l’Italia tutta”, diranno in chiesa quel giorno.
E i miei unici due libri, quelli troveranno posto nello scaffale “Best Seller”.
Anche se, per onor del vero, una certa fama non mi è mai mancata, no di certo, non mi spiego perché un’artista in generale, diventa improvvisamente bravo e si rivela grande poeta e cantore solo quando crepa. Non esiste una letteratura, un cinema, un teatro contemporaneo, perché, nessuno se ne accorge. Solo quando il processo di decomposizione dell’autore ( che presto vi saprò descrivere accuratamente) giunge ad un livello semi-definitivo, allora, lì si rivela il suo talento. Ma a me, ormai ciò non mi frega, sarà un problema per quelli in vita, ormai io, quasi morto, vado verso la Fama. Diretto.
Certo che in questi giorni, dirigendomi verso la Fama, sapete quante me ne sono capitate? Quella più bella? Adesso vi dico.
Dovete sapere che io, dal primo giorno che loro si fecero vivi in me, io subito andai dal mio medico curante, tale “Dott. Alcibiade Ficuzzi. Medico Generico” come recitava la sua targa fuori della porta, e questo lo feci ogni giorno, giorno per giorno, festivi e feriali, ogni volta che riuscivo a liberarmi dal lavoro, correvo da quell’ippocrate da quattro soldi.
Lui, maledetto falso bugiardo, quanto lo odio!, lui mi ha sempre detto, fin dal primo giorno, e con lo stesso banalissimo tono da medico generico “Egregio Signore mio, lei è sano come un pesce, lei non ha nulla, sono solo stupidi, piccoli e comunissimi acciacchi”.
“Sono SOLO STUPIDI PICCOLI e per di più COMUNISSIMI acciacchi?
Capite la gravità della sua diagnosi? Forse non la capite voi, e vi perdono, ma quando un medico dice così, beh, allora vuol dire che ormai non c’è più nulla da fare, che siete un caso a cui la scienza non può dare una soluzione, siete una sconfitta del progresso, una scommessa che nessun medico generico vuole accettare.
Non ha mai fatto trasparire nulla quel Ficuzzi lì, parlava con uno che stava morendo, e mai una volta si è sbilanciato, mai ha esagerato nel tono o nel lessico, sempre le stesse identiche, scontate espressioni.
Potrei anche denunciarlo per negligenza, ne sono quasi certo che potrei, ma allora lui confesserebbe tutto della mia terribile malattia, e tutti allora verrebbero a saperlo mentre sono ancora in vita, e allora, che valore avrebbe una morte annunciata anche per loro?
Come vi stavo dicendo, adesso sono ancora in casa, già vestito pronto per uscire. Ma non uscirò. Domani dovrò andare dai miei, e dovrò essere in condizioni discrete. Nulla dovrà trasparire. Assolutamente.
Se oggi uscissi, la mia salute precaria potrebbe cedere d’improvviso e potrei morire senza averli mai rivisti. Che dramma. Per loro.
Domani sarà la mia ultima uscita da questo appartamento arredato con notevole buon gusto, domani mattina presto partirò da Padova in direzione Este.
Quando il Maggiolone imboccherà la stradina di campagna che porta alla mia casa natale, i miei vecchi tre cani mi correranno incontro, poi io aprirò lo sportello e loro mi salteranno addosso. Mi sporcheranno le braghe e mio padre dall’uscio di casa, comincerà a richiamarli e rimproverarli, poi mi avvicinerò a lui scrollando i pantaloni, e mi abbraccerà. Dopo tre secondi esatti prendendomi la faccia tra le mani mi dirà “Figliolo, come sei sciupato, lavori troppo”. E stavolta nessuno potrà contraddirlo. Ma non è il lavoro papà, poi capirai. Naturalmente non glielo dirò.
Poi entrerò, e mamma, che starà lavando i piatti mi bacerà e mi stringerà bagnandomi con quelle sue mani eternamente immesse nell’acqua saponata del lavandino.
Tutto uguale e tutto regolare. Con un’unica eccezione. Sarà l’ultima volta.
In questo momento, uno degli ultimi, sto pensando a chi lascerò tutta questa roba che rende questa casa la casa di un compianto regista di buon gusto.
I miei genitori non potrebbero tenere miei ricordi, li ferirebbe troppo, la mia ultima donna mi odia, e i miei amici, che sono pochi, che se ne farebbero?
Perché è la mia ultima donna? Per colpa loro, per colpa dei miei dolori, lei è fuggita. Però volevo precisare subito che di donne, ne ho avute proprio tante.
Ci apprestavamo a copulare a bordo del Maggiolone, in collina, conoscete le scaiare?, distesi sul sedile posteriore, come due piccoli amanti, con la luna che dava un tocco veramente fine a tutto l’amplesso. Il grottesco però era in agguato. Come i miei dolori.
Avevamo appena iniziato l’atto d’amore, io sovrastavo lei. Al terzo movimento sessuale, la schiena mi s’inarca inesorabilmente e rimango rigido come un bastone, con le braccia che mi sostengono sopra lo sguardo interdetto di lei, con i miei dolori che s’intrecciano e contorcono in orge sensazionali: “ Cara, ci sarebbe un… lo definirei… beh, un piccolo problema…” “Adesso? Ma stai già… comunque tranquillo, sai che prendo la pillola!” “No cara, il problema non è la mia eiaculazione che di per sè non sarebbe neanche precoce. È che…” “Che c’è. Non ti piace” “Assolutamente amore, cioè assolutamente si che mi piace, ma dovresti lentamente strisciare sotto di me, stando attenta a non sfiorarmi. Cerca di non toccarmi per nessun motivo. Adesso io mi solleverò e tu passerai sotto” “Ma fin dove devo scendere? Questa è nuova caro?” Io non mi spiegai bene per l’imbarazzo e lei non capì. Per nulla capì.
Era un’immagine veramente deterrente. Io sembravo il ponte, e lei il fiume. Era davvero un brutto momento per la storia dell’erotismo e del fascino maschile.
Dopo minuti undici, tempo medio di un orgasmo precoce, insoddisfatta e imbronciata, mi sedeva accanto, con le braccia conserte e lo sguardo che non degnava minimamente di poggiarsi su di me. Non ci pensava neanche.
La donna allora, cominciò a farmi domande, su cosa pensavo in quel momento, sul perché le avevo detto di togliersi e sul perché di quel modo strano. Avrei potuto dirle la verità. “Cara, ho dei piccoli, stupidi e comunissimi dolori muscolo-scheletrici, come dice Ficuzzi, cara” Non lo feci. Feci di più. Rimasi zitto.
La mia donna mi lasciò la sera stessa. Per lei, psicologa, visto il mio desiderio svanito e quell’erezione persa in maniera così improvvisa e miserevole poteva essere solo il desiderio di un’altra, o il non desiderio di lei. Beh, a quel punto non potevo stare zitto e non dire nulla. Ma lo feci.
Gli psicologi non sanno distinguere il desiderio di un’altra da “comunissimi” dolori.
Prima di congedarsi con fare reale, trovò il tempo di regalarmi uno schiaffo in zona cervicale, proprio sulla parte in cui in quel momento avevo una fitta. Pensate, quello schiaffo lo aveva dimenticato. Poi se ne ricordò, torno indietro, e riaccese i miei dolori.
Adesso non ho più una donna. E per quello, fu anche l’ultima. Ormai.
Almeno ho la certezza che non lascerò né vedove né orfani.
Dovrebbero rimanermi due, tre giorni, quindi questo pomeriggio farò portare via tutto dalla ditta traslochi. Farò lasciare solo la poltrona.
So anche dove trasferirò tutto questo.
Certo. Al teatro. Dirò ai fattorini che si tratta di uno spettacolo. I mobili arriveranno domani mattina. Dopo uno, due giorni di sgomento, qualcuno li riconoscerà, verrà a cercarmi e mi ritroverà defunto. Tornerà al teatro e informerà gli altri. Attribuiranno al mio gesto lucidamente pianificato le più disparate interpretazioni, ma quei mobili, sicuramente, rimarranno lì per un po’. Continuerò a far parte del teatro. “Grande Teatro Marinelli”.
Farò così.

***
Ecco fatto. Tutto come da programma. Come sempre d’altronde. Sono io, sulla mia poltrona, davanti la mia finestra, senza tende, la casa è nuda, ma non più vergine, solo uno scarafaggio rimasto orfano dei mobili, corre senza meta e senza tregua. Qualche fiocco di polvere svolazza come i pollini dei pioppi padovani. Ecco. Adesso non c’è nient’altro che me. Me e loro naturalmente. Perché anche se vi parlo, loro ci sono sempre, come chi parla delle proprie paure per esorcizzarle. Loro sono sempre con me. Sempre.
Il viaggio ad Este dai miei concepitori è stato esattamente come vi avevo preannunciato. E adesso, dopo aver espletato le ultime formalità, posso abbandonarmi alla mia sposa promessa e annunciata, parte di un matrimonio combinato.
Sorrido. Non sono pazzo. Sorrido perché stanno bussando. Sento che bussano, quasi a buttar giù la porta. Continuano. Pensate che mi passi per la testa di aprire? Neanche per sogno. Non ci penso nemmeno. Sono ancora vivo, non posso. E anche i miei dolori, sono ancora vivi.
Adesso per fortuna si sono rassegnati, hanno smesso di battere su quella porta. Ora si preoccuperanno, cominceranno a girare per Padova mille telefonate che trasporteranno il mio nome chiedendo notizie? Lo hai visto? Dove credi possa essere? e così via.
Io, da parte mia, rimarrò qui. Seduto. Immobile. Senza parlare, senza pensare e con lo sguardo perso su questa via che ha tutto di veneto, tranne un poveraccio con una chitarra logora, con un bellissimo accento inglese e una voce magnifica, che continua imperterrito a far risuonare nell’aria le note e le parole dello stesso ritornello: “Light my fire”. Una, due, tre volte. Sempre uguale.
Come on baby, light my fire
Come on baby, light my fire
Try to set the night on fire
Try to set the night on fire
Try to set the night on fire
Try to set the night on fire.
Sento solo lui.
Che bella colonna sonora. Hanno anche mandato sotto casa mia qualcuno a suonare per me, per la mia fine. Anch’io mi sto spegnendo, caro inglese. Sento i miei dolori fare a botte con i miei arti, con i miei muscoli, con tutto, per le ultime volte. Illusi, così idioti, non l’avranno mica capito che ormai…
Rimarrò qui dove sono. Con le braccia morte sui braccioli di questa poltrona che ormai ha la mia età. Ho solo un ultimo impegno, ultimissimo impegno. Rimanere assolutamente lucido. Devo cercare di resistere, essere cosciente fino alla fine, perché voglio godermi fino in fondo il momento in cui io trionferò, il momento in cui li vedrò morire con me, quando cadranno sotto il peso del mio corpo esanime, esanime ma con un ghigno di soddisfazione, che di cadaveri così, né a Padova né in qualunque altro posto se ne sono mai visti. Un ghigno oltraggioso di vittoria. Sarà un’autentica “giornata radiosa”.
Rimango fermo, senza nulla che mi turba, loro si placano, piano piano, e io li seguo da dietro, li guardo spegnersi miseramente, come vermi, mi fanno pena, sembravano così possenti e invincibili, e ora guardateli, come fuggono!
Dovreste vedermi quanto sono sereno e tranquillo, sempre con lo stesso sorriso, sempre fermo e convinto e soddisfatto del trionfo.
Ho fame, accuso bisogni fisiologici, sete. Ma non posso, e soprattutto non vorrei mai rovinarmi l’appetito. Sarà il più bel pranzo della mia vita, orge di piaceri mistici, indescrivibili sensazioni e inebrianti profumi nell’aria, mille portate, scene dionisiache a contornare e celebrare le gesta di un eroe del teatro, della vita e padrone del suo corpo.
Sono ansioso come un bambino, o se preferite, come un uomo per la prima volta davanti al triangolo dell’amore. Io, io ho sconfitto i miei dolori. Per sempre, i fottutissimi dolori, acciacchi, malanni, scompariranno, per sempre, e se scomparirò anch’io, pazienza, ma loro, loro devono morire.
È ora di abbandonarvi, vado ad attenderla, prima o poi arriverà.


6.05.2008 3 Commenti Feed Stampa