Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Suoni > La mania dell’hip hop

La mania dell’hip hop

di Angelo Petrella

yeahSystemania, ovvero «la mania sistematica di fare musica», come recita una voce nella traccia d’introduzione al loro disco di esordio. I say yeah! sarà infatti nei negozi a partire dall’11 aprile, per l’etichetta indipendente 1mLab. Un album che fin dalla copertina strizza l’occhio alla musica house degli anni Novanta: «il titolo del disco è l’esplicita citazione di una famosa hit di Stefano Secchi: con questo vogliamo richiamare l’attenzione sulla necessità di coinvolgere il pubblico, di intrattenerlo nello stesso momento in cui gli si comunicano concetti. Sebbene in maniera superficiale, la “spaghetti dance” ha avuto il merito di rendere partecipe un pubblico prima di allora inimmaginabile per l’Italia», dichiarano Ra’ e Sonny. I due componenti del gruppo – al secolo Raffaele Ammendola e Diego Nasuto – sono entrambi nati a Castellammare di Stabia all’inizio degli anni Ottanta: una terra nota per aver dato natali ad artisti come Annibale Ruccello, Raffaele Viviani o Luigi Denza, ma anche per aver visto proliferare grandi famiglie camorristiche. Eppure, i Systemania si sentono distanti dall’hip hop napoletano che narra di malavita e delinquenza, e non per una semplice ragione geografica. Piuttosto, in questo loro primo disco domina un modo del tutto peculiare di guardare al mondo e alla realtà che li circonda: «i Fuossera e i Co’Sang raccontano la marginalità dei quartieri periferici in cui vivono e i loro suoni risentono di quel realismo e di quella crudezza» dice Ra’, «anche noi raccontiamo quello che abbiamo sotto gli occhi: il conformismo e il silenzio della nostra provincia, in cui però può sempre trovarsi, scavando a fondo, un’umanità ricca di storie».
I say yeah! arriva dopo una lunga gavetta, che ha visto i Systemania partecipare ad Arezzo Wave e aprire i concerti per artisti quali Almamegretta, Cor Veleno, BiscaZulù e Colle der Fomento. I 19 brani dell’album parlano con freschezza di problemi quotidiani, di difficoltà di adattamento, della impossibile integrazione in una società diffidente e ostile. Il tutto senza urlare slogan o proclami, ma attraverso le voci di ragazzi, sondandone la psicologia e disegnando scenari che spaziano dalla superficialità delle feste borghesi alla solitudine delle camere da letto, dalla solarità dei paesaggi di costiera alla penombra delle periferie. Se vi è presente una critica ai costumi o alle caratteristiche proprie della società meridionale, questa viene condotta sempre attraverso la satira e l’autoironia, le armi più efficaci in quanto capaci di fissare il malessere sociale dall’interno, dalle implicazioni psicologiche di chi ne sortisce gli effetti. Il brano intitolato M.E.F. – acronimo per Mast’ ‘e fatica – ne è un esempio. Al ritmo di un ragamuffin vorticoso, con bassi che rimbombano nello stomaco prima che nei timpani, vengono narrate le disavventure di un garzone al servizio di un datore di lavoro preoccupato solo di aumentare il proprio fatturato. È una tipica storia del Sud: niente contratto, orario impossibile e nessuna tutela sul lavoro. Ma all’argomento sociale non corrisponde nessuna disperazione nel testo del brano, che alterna l’inglese sgangherato dei cori alle rime scanzonate dei versi: «tieni troppe spese, per questo mi tieni a nero: / c’è la Multipla di nonna, la pelliccia di tua mamma, / il figlio di tua figlia (ma quello è un fuori programma)».
yeah2-140×180.JPGSiamo lontani dunque dal gangsta rap così come dall’epoca delle posse, in cui la musica era messa a servizio della narrazione politica, dei movimenti, delle rivolte studentesche. I Systemania guardano molto più indietro, ritornando alle origini, quando la musica nasceva in funzione delle feste e il ritmo era valutato innanzitutto a partire dalla sua “ballabilità”. Come è noto, le basi del rap sono ottenute trasformando campionature prelevate da vari generi musicali. Se la vecchia scuola dei Public Enemy o dei Run DMC utilizzava porzioni di musica funky, i Systemania utilizzano una moltitudine di generi differenti: house, elettronica, reggae e ragamuffin, con una predilezione per quest’ultimo, la cui velocità ritmica rende la musica decisamente ballabile. Alla contaminazione sonora contribuisce tra l’altro la collaborazione di molti artisti: dai conterranei Frankie Flow e I Pennelli di Vermeer agli stranieri Mc Deux, Vidda e Vito Eme. Sul fondo, però, domina sempre un forte influsso della melodia, che è inscritta nel dna italiano e soprattutto meridionale: «la musica deve coinvolgere il pubblico. Gli argomenti duri e sconvenienti non devono per forza essere accompagnati da basi pesanti o lugubri: un esempio per tutti è quello di Bob Marley, che poteva parlare di schiavitù e di soprusi costringendo la gente a ballare», dichiara Sonny.
Ma accanto al ritmo accelerato, nel disco non mancano brani lirici e ballate, testimoni della maturità dei Systemania, che pur sono appena agli esordi discografici. È il caso innanzitutto di Stanotte nun riesco a durmì e Runaway, vero e proprio diario della impossibile fuga di un adolescente dalla propria realtà. Ma è anche il caso di Ale, forse la traccia più bella dell’album, dove su un beat che ricorda i brani migliori de La famiglia viene narrata la storia di una ragazza incinta, abbandonata dal proprio compagno. In tre fasi differenti, assistiamo al concepimento, al parto solitario e ai primi pensieri del neonato, venuto alla luce già con la consapevolezza di ciò che lo attende: «M’hanno parlato ‘e forme, culure, ma che sarranno? / M’hanno raccuntato ‘e tutte ‘e llacreme che ha perso mamma. / M’hanno vuluto e chesto è ‘o munno: ma senza sorde, / saje c’‘a terra de l’ammore poi addeventa ‘a terra d’‘a discordia».


23.04.2008 3 Commenti Feed Stampa