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La fame

di Marco Di Porto

[Questo raccontino il primo di cui io sia stato un po’ soddisfatto e risale al 2000. mdp]

La fame d’amore molto pi difficile da rimuovere della fame di pane.
Madre Teresa di Calcutta

bassottoEro in mezzo al deserto. Come ci fossi finito, non dato sapere. Forse la mia jeep si era fermata, o forse, novello Mowgli della pianura, ero stato lanciato da un aereo in avaria con solo un paracadute sulla schiena. Forse i quaranta ladroni mi avevano rapito e, viste le mie scarse risorse economiche, mi avevano giocato questo tiro mancino. Fattost che a trecentosessanta gradi potevo vedere solo tre cose: sabbia, cielo e Smerrismi, il mio cane. Comunque ero sano: non avevo lividi, mi sentivo in perfetta forma, solo vagamente terrorizzato dallimbarazzante distanza che mi separava da ogni dove.

Con me portavo una risorsa dacqua infinita, acqua in polvere. Se avessi avuto sete, avrei potuto versare un pizzico della magica sostanza granulare nella borraccia, agitare, et voil, un litro dacqua si sarebbe materializzata dincanto, dissetante e fresca.

No, la sete non era un problema, e dunque mi misi serenamente in cammino, sperando di imbattermi al pi presto in una citt, in un villaggio o perlomeno in un gruppo di beduini: si sa che la solitudine, alla lunga, fa venire brutti pensieri. Prima di mettermi in cammino tolsi la maglietta e mi spalmai labbronzante sul petto, sul viso e sulle spalle, sperando in una tintarella da grand viveur.

Ma dopo poco che mi ero avviato avvertii un certo languorino. La mia non era proprio fame: era pi voglia di qualcosa di buono. Pensai che trovare un rivenditore di cioccolatini in pieno deserto fosse improbabile, dunque mi imposi di resistere. Daltronde, la resistenza la virt dei forti.

Cammina cammina, mi pareva di essere arrivato in capo al mondo. La fame si era trasformata da semplice, repentino impulso, in bisogno fisiologico. Mi guardai intorno, in cerca di un appiglio, ma nulla; mi fermai. Come ho gi accennato, assieme a me cera anche il mio fido cane, Smerrismi. Mi seguiva in capo al mondo, ci volevamo bene. Avrebbe fatto meglio a rimanere a casa, invece di venire a perdersi con me, come se non avesse nulla di meglio da fare.

Che sventura!

Smerri mi guard implorante, io gli restituii lo sguardo. Intendevo comunicargli un po di fiducia, tant che azzardai due passi di tip tap sulla sabbia, e lui si mise a ridere. Lo conoscevo da tanti anni e tra noi si era instaurato un rapporto di reciproca stima e comprensione. Un po come si vuol bene al fratello disadattato, egli seguiva le mie peripezie con un misto di curiosit e segrete ambasce.

Poi, venne la notte. Ormai avevo una fame tale che avrei mangiato un bue dun sol boccone. Il fatto era che non cera nulla, assolutamente nulla per chi sa quante miglia desertichecera solo Smerrismi.

Un pensiero folle mi attravers la mente dimprovviso. Discretamente angosciato, mi distesi sulla sabbia, il mio fido compagno di viaggio accucciato e stanco vicino allo zaino, e provai a dormire. Ma prendere sonno, con quella fame bestiale che mi ritrovavo, era cosa ardua. Innanzitutto, il cervello partoriva solo pensieri negativi, e stanco filosofeggiava sulla vita con estrema banalit. Dopo un po che mi deprimevo al buio del nulla attorno a me, la fame inizi a torturarmi, e immagini di cibo profumato e leccornie dogni tipo sinsinuarono senza invito nella mia mente. Costolette dabbacchio con patate arrosto e insalatina fresca, tagliatelle ai porcini, carciofi alla giuda, zucchine marinate, peperoni alla graticola, lasagne, pizza con salsa al pesto piccante, un piatto di melone e prosciutto e un bel cocomero fresco e succoso mi fecero quasi venire voglia di uccidermi.

Con una mano accarezzai il mio fido cagnolino, il quale colse lieto laffettuoso gesto e mi lecc la mano. Mai avrebbe potuto immaginare quel che mi passava per la testa, e io, falso come Giuda, ero giunto ad un bivio della mia vita, bivio che includeva un interrogativo morale ( giusto?) ed unesigenza pratica (come fare?). Ormai il freddo della notte africana avvolgeva i nostri corpi amorfi, e nel fondo del mio cosciente elucubravo risposte alla domanda cruciale: mangiare o non mangiare Smerrismi?

Mi addormentai inquieto.

Prestissimo, il sole inizi a splendere, e un latrato riport alla mia coscienza la situazione in cui ero finito. Intirizzito, mi stiracchiai, e gi distinguevo bene due nette sensazioni:

1) una fame mastodontica

2) un forte senso di smarrimento

E difficile descrivere la fame che avevo. Il mio stomaco sembrava un aspirapolvere perso nel vuoto spaziale, cercava di risucchiare in s le materie prime di cui aveva bisogno e otteneva solo il nulla. Ormai digiunavo da pi di ventiquattrore, e se uno ci aggiunge il caldo, la stanchezza, la paura di morire e la notte infame che avevo passato, si render conto dellappetito che potevo avere. Chi non lha mai provata, la fame vera, non pu capire. Il cavernicolo che in noi induce un mutamento nelle sinapsi, e la mente agisce sollecitata dalla brutalit dei bisogni primari. Ogni gesto sottoposto al supplizio delle forze che vengono meno, mentre il corpo tenta un risparmio energetico possibile solo in una situazione favorevole. Chi ha detto che lappetito vien mangiando era, a mio modesto avviso, un uomo con la pancia piena.

Il senso di smarrimento, sebbene meno importante nellordine, costituiva comunque momento di pena: in fondo, ero solo con il cane nel mezzo di uno sterminato deserto. Una passeggiata fa bene alla salute, ma a tutto c un limite.

Essendo io dotato di fibra forte e combattiva, iniziai automaticamente a cercar soluzioni, quando guardai – come se lo vedessi per la prima volta – Smerrismi. Aveva un aspetto tuttaltro che piacevole: nella notte, sembrava si fosse rinsecchito, e con gli occhietti piccoli supplicava da me un aiuto. I pensieri assassini della notte precedente mi turbinarono in testa tutti insieme; e cercai di scacciarli. Ma il cavernicolo che in ognuno di noi si faceva largo nella mia testa.

Camminammo per ore sotto il sole cocente, finch accadde una cosa incredibile: Smerrismi mi assal. Premetto che il mio cane un bassotto, di quelli lunghi come un verme e piatti come una padella; due orecchie da coniglio completano il suo aspetto da cretino. Io avevo resistito con tutta la mia forza di volont dallistinto di mangiarmelo, quando mi fermai per bere un po dacqua. Estrassi la borraccia, e m’acquattai nella posizione del defecamento per versarmene un po’ sulla testa e sulle braccia. Poi lo guardai e con serafica onest osservai:

Smerri, io ho fame. Dobbiamo trovare una soluzione, senn impazzisco.

Tutto intorno, sempre il deserto. Lo stavo per abbeverare, quando mi si rivolt contro con uno scatto talmente veloce che pensai di aver equivocato fin dall’inizio sulla sua natura canina: in realt forse era un gatto. Velocissimo, spinto anche lui dallistinto di sopravvivenza, aveva azzannato l’avambraccio che gli porgeva il prezioso liquido. Subito si ritrasse, e inarc le sopracciglia come per scusarsi. Fece una giravolta su di s e mi abbai un paio di volte.

Ero esterrefatto. Smerri, dissi, che ti prende?

Questo evento segn irrevocabilmente lincrinamento dei nostri rapporti, fino ad allora basati su rispetto e stima.

Continuammo comunque il nostro pellegrinaggio. Io e Smerrismi camminavamo ormai da ore, e tutto faceva immaginare una nostra disfatta. Non avevamo cibo, le forze venivano meno e lacqua non poteva alleviare le nostre sofferenze pi di tanto. Durante il pomeriggio, ho limmagine nitida nel cervello di lui che mi cammina distante una cinquantina di metri, su unaltra duna, a significare un distacco comunque simbolico. In realt ci tenevamo d’occhio: un po per timore luno dellaltro, un po perch comunque avremmo avuto ancora pi paura se fossimo stati completamente soli. Ogni tanto mi fermavo per bere e rilassarmi un secondo, ormai privo di desideri futili come una perfetta abbronzatura. Smerri savvicinava lesto, come offeso, trotterellava a cinque sei metri da me e aspettava che gli concedessi una scodella dacqua. Per puro senso civico, mi limitavo a versargliene nel bicchiere-tappo della borraccia, e ad allontanarmi con aria disgustata, come quando si attende un amico che deve fare una pisciata. Quando aveva leccato fino allultima goccia, tornava sulla sua duna solitaria, io mi riprendevo con sufficienza quel che era mio, e continuavamo a camminare.

In questo modo passarono due giorni. Tra pause e tempi di marcia avremo percorso, durante quella terribile avventura, almeno sessanta chilometri. Mi svegliavo con una fame inaudita, qualcosa di talmente pressante e potente da non poter essere spiegato. Avevo la pancia gonfia daria e un appetito pi prossimo al dolore fisico che a un semplice moto dellintestino. Avevo limpressione che le mie interiora si ritirassero, forse gi morte.

Una cosa che mi fece non so se pi ridere o piangere, fu che Smerrismi inizi a parlare da solo. Lo vidi trascinarsi esausto, come un automa, il pelo scarruffato e le zampette minuscole che faticavano nella sabbia fina, e intanto produceva un verso, una specie di lamento modulato su varie frequenze. Il suono ricordava vagamente quello che fa una radio quando si cambia stazione, che escono suoni diversi intervallati da un sottofondo di onde impazzite. Quando lo sentii la prima volta, lo fissai stupito, come si guarda un folle che in strada comincia a dare i numeri. Smerrismi, ancora cosciente della sua alienazione, mi abbai contro un paio di offese che non compresi molto bene. Distolsi lo sguardo. E lui continuava a parlare da solo, quasi sciando nella sabbia. Fosse stato un po pi piatto, avrebbe potuto fungere da snowboard, faticando molto meno. Mi venne in mente di suggerirglielo, ma poi mi dissuasi, per non dargli anche questo dolore.

La sera arriv nuovamente, refrigerando un po i nostri corpi provati, e ci accampammo per il quarto bivacco notturno. Smerrismi era distrutto, sembrava sul punto di spirare da un momento allaltro. Aveva dato tutto, e nonostante il destino infame che gli era toccato, conservava ancora una sua dignit: questo fatto, secondo me, lo teneva ancora in vita. Iniziai un monologo, quasi tra me e me.

Smerri, dicevo, adesso te lo voglio proprio dire. Tu sei il miglior cane del mondo. So che in situazioni del genere la mente fa brutti scherzi, dunque sei perdonato per quel fatto l. Anch’io avrei voluto mangiarti…ma in fondo, probabilmente, non ci sarei mai riuscito. Tu sei un essere dignitoso, daltronde tale padre tale figlio, anzi, tale padrone tale bassotto. Se credi in una qualche forma di vita nell’aldil, non dovrai temere alcun genere di contrappasso. Sei il migliore. The number one. Non plus ultra.

Egli neanche percepiva quello che, col cuore in mano, andavo dicendogli. Ormai il suo sistema nervoso era partito. E anchio mi sentivo sullorlo del crollo: non avevo neanche pi la forza di camminare. Mi fermai, creai una borraccia piena dacqua, bevvi con avidit, mi sciacquai il viso, le braccia. Poi riempii fino allorlo la scodella, e la porsi stanco ma ormai sereno a Smerri, che sorrise guardandomi con occhi distrutti. Era il ghigno del guerriero che, in punto di morte, sorride allineffabile. Si accovacci accanto a me, suggerendomi una carezza, che gli diedi volentieri. Eravamo esausti.

E fu cos che Smerrismi pianse.


22.04.2008 12 Commenti Feed Stampa