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Che vitaccia senza vizi! Qualcuno salvi Fanny

di Nicolò La Rocca

t1_guardatemi_02.jpgQuale può essere il pungolo più intimo che spinge alla scrittura letteraria? Anita Brookner col suo romanzo, “Guardatemi”, edito in Italia da Neri Pozza, ci fa capire che talvolta le ragioni dello scrivere si possono consumare in una vita narrata e non vissuta. Frances Hinton, la protagonista del libro, lavora nella biblioteca di un istituto di ricerche mediche. Il suo compito è catalogare le immagini delle malattie per come negli anni sono state fissate sulla pellicola fotografica. Uno strano catalogo di cui Fan si occupa con estrema diligenza, la stessa che applica alla sua vita appartata. Tra le tante immagini la protagonista si sofferma sulle raffigurazioni di una malattia particolare: la melanconia. Non è causale questa predilezione: Fanny stessa è l’immagine della melanconia, e lei soffre realmente, non come certe soggetti ritratti “vestiti per l’occasione (…) ansiosi di dare un volto nobile alla loro sofferenza”. Fanny non si limita a catalogare le immagini dell’archivio, sta scrivendo un romanzo che nasce proprio dall’osservazione continua e distaccata dei tipi che frequentano la biblioteca, un catalogo in carne e ossa. Il suo sguardo è sì melanconico, come le foto che presenta al lettore all’inizio del romanzo, ma privo di pathos, diciamo che affronta gli altri esseri umani come fenomeni naturali, o meglio come ideali personaggi per la sua scrittura. È attratta, in particolare, da Nick e Anix, perché sono i prototipi perfetti delle persone brillanti e piacevoli che riescono ad attirare l’attenzione su di sé senza avere meriti particolari; da chi cioè è capace di suscitare l’ammirazione degli altri con una parola, una battuta, uno sguardo. Non riuscendo a imitarli, quando esce dall’istituto deve sottoporsi a lunghe passeggiate, nel tentativo di spegnere la tendenza a rimuginare. Poi, quando arriva a casa, scrive per liberarsi della sua giornata. Scrive quando sente la solitudine sommergerla, nasconderla. Scrive per riemergere anche se solo nella pagina di carta, per ricordarsi di esistere. La sua formazione è stata improntata sulla compostezza, sulle tristi virtù del decoro e dell’impeccabilità. Sente che le manca l’astuzia di Ulisse. La sua grande casa, ereditata da genitori solenni e immacolati, le sembra un citoplasma vischioso perché, dice, “l’impeccabilità che fiorì all’interno di queste mura ci ha lasciato tutti privi di vizi con cui resistere al mondo”. La sua nuova vita , Fanny, intende costruirsela scrivendo, e Nick e Anix costituiscono per lei un modello da osservare. Deve impossessarsi della loro energia, ha bisogno di “decisioni all’ultimo minuto”, non del suo vissuto “cauto, prudente, sicuro”. È tutta in questa palingenesi la chiave del romanzo, anzi sta nell’impossibilità di attuarla fino in fondo, perché la stessa presenza fisica dei nuovi amici, a lei che è invischiata nel groviglio emotivo di chi rimugina troppo, si rivela devastante; Fanny vorrebbe vivere come loro, non curarsi dei sentimenti di nessuno, non pensare alle ferite degli altri, vorrebbe insomma imparare quell’ambizione smodata e quella seducente immoralità che costituiscono un sicuro “passaporto per il successo sociale”. Ma lei non è proprio l’alunna ideale per questa sorta di educazione alla vita di chi conta. Non lo è non tanto per quel sentimento di esclusione imposto dalla sua formazione morigerata, ma per la preoccupazione del suo romanzo. La sua non è una resa patetica, ma una consapevolezza del meccanismo che muove le relazioni umane. Questo meccanismo prevede per Fanny il ruolo dell’osservatrice. La scrittrice che è in lei la invade. Al contrario dei suoi amici che godono nel dimenticare, Fanny è nemica dell’oblio, del non pensare. È, appunto, una scrittrice. La scrittura diventa la sua arma, perché se si rende conto di non appartenere alla schiera di chi domina, nel contempo capisce che grazie alla scrittura lei non si farà sopraffare. Così, dopo una prima disillusione, ha bisogno di nuovo dei suoi amici, questa volta non per imitarli, ma per studiarli, per utilizzarli nelle sue storie.

La scrittura di Anita Brookner aiuta la sua protagonista, si avvita nell’elencazione di immagini, si fa vorticosa e dilaga in ogni angolo della pagina, registrando il procedere maniacale e tormentoso del pensiero di Fanny. Una vite senza fine, che mentre distende al lettore una serie interminabile di concetti e immagini sullo stesso tema – la solitudine e la scrittura – in una ossessiva coazione a ripetere fornisce a Fanny tutto il materiale di cui ha bisogno per iniziare il suo romanzo.

Così si scopre che nel rapporto vita-scrittura causa ed effetto sono invertiti: è l’esigenza della scrittura, il passo della penna che dà forma alla vita. Condannata a pensare “per pagine di carta”, Fanny accoglie finalmente gli altri nell’unico modo che le è concesso: trasfigurandoli in materiale narrativo.

Recensione pubblicata su Queer di Liberazione del 2 marzo 2008


31.03.2008 Commenta Feed Stampa