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Sembravano gatti

di Nicolò La Rocca

condominiDi Chiara Berlinzani

“Ma queste fiamme emanano, non luce / bensì tenebra visibile…”(Fernando Pessoa)

1
Pianterreno

Gatti, sembravano. Un inferno di miagolii sincopati a lacerare il silenzio della notte. Quegli stramaledetti gatti randagi che d’estate turbano con i loro calori molesti la quiete dei bravi cristiani.
Animali del diavolo: con quegli occhi di fiamma nel buio, quegli artigli sempre pronti a scattare. Da dietro una siepe, sul ciglio di un muro: bestiacce infide, che tendono agguati e che vivon di notte.
Li detesto, io, i gatti. E detesto quelle sedicenti anime pie del cortile che con i loro cartoccini di avanzi imbrattano ogni sera il marciapiede condominiale. Che oltre tutto mi tocca fare gli straordinari per pulire dai brandelli di pollo il selciato che circonda l’aiuola. E nessuno me le paga, non creda, queste ore serali. Ma se lasciassi tutta quell’immondizia lì fuori, poi la gente mi sporcherebbe l’androne: ché proprio di fianco all’entrata li mettono, i loro putridi avanzi – vecchiacce malefiche scampate a due guerre perché nemmeno il demonio le ha volute con lui…
Così ieri sera mi sono deciso a provare il veleno: il ratticida avanzato l’altr’anno dalla disinfestazione delle cantine. Ne ho sparsa una bella manciata nell’angolo vicino alla grata, vari mucchietti nel sottoscala e ho ordinatamente distribuito il resto lungo tutto il muretto. E non ho pulito, no, l’altra sera: ho condito di granuli i residui di pollo e gli spaghetti avanzati e poi sono rientrato in guardiola per lasciar campo libero a quelle bestie del diavolo: che si accomodassero a cena, e buon appetito!
Però questa notte i richiami suonavano più acuti del solito, e un poco mettevan paura… Era tardi, era dopo l’ultimo Tg, e me ne stavo allungato sulla brandina in guardiola, per essere pronto a intervenire casomai fossero cominciati i lamenti. Sì, perché non volevo svegliare i condomini o lasciare in giro i cadaveri, ché quelle vecchiacce io le conosco: avrebbero certamente sollevato un vespaio. Una cosa pulita, volevo: un’operazione igienica e discreta. E invece alle tre ho cominciato a sentirli gridare: sembrava che li stessero scannando, tanto gemevano forte. Così sono uscito a vedere, ma i cartocci di avanzi erano ancora intatti e intorno tutto appariva tranquillo. E poi il rumore non sembrava provenire da fuori: forse uno di quei gattacci selvatici dopo aver ingurgitato il veleno era riuscito a infrattarsi nel vano immondizie, o in cantina, e adesso, agonizzante, non trovava l’uscita.
Insomma, per farla breve, malgrado l’ora da lupi, ho fatto coscienziosamente il giro delle cantine e ispezionato sacchi e bidoni del ripostiglio, ma non ho trovato nulla – e quel lamento non voleva saperne di smettere, anche se le pause, a tratti, si facevan più lunghe…
Verso l’alba, per non mostrarmi in pigiama e ciabatte dal ragioniere – che quello esce preciso ogni mattina alle sei, e non sia mai che mi accusi di non rispettare il decoro del palazzo (proprio io, che ne ho fatto una malattia!), sono rientrato, mi sono disteso un momento e senza rendermene conto mi sono appisolato.
Soltanto alle otto, durante la distribuzione della posta, visto che i lamenti continuavano, fiochi, e non potevo credere che un gatto ci mettesse tanto a morire, ho pensato di ispezionare all’interno il condotto della spazzatura – e poi vi ho chiamati.
Non potevo certo immaginare quello che era successo…

2
Primo piano

Tutta la notte, ho sentito gridare.
A niente servivano i tappi alle orecchie, i cuscini in cui affondare la testa, il calmante; ho persino ripreso le gocce… Ma niente.
Quell’urlo mi trapanava il cervello, straziante. Non mi ha dato un istante di tregua, non si è concesso una pausa. La cosa più strana è che sembrava sgorgare dal nulla: un singulto infinito del tempo – come in quel quadro (come s’intitolava? con le gocce, lo sai, la memoria si spegne…) che vedemmo insieme mille secoli fa, quel volto deformato da una spirale di angoscia purissima…
Proprio di fronte a quel quadro ci eravamo incontrati – ricordi? Al ristorante, più tardi, ti avevo ascoltato incantata spiegarmi come “certa arte moderna” fosse pervasa dalla stessa angoscia primordiale che caratterizza i più evoluti tra gli uomini.
Soffrire non è da tutti, dicevi. Un privilegio concesso ai migliori.

E per quanto tempo ho creduto di appartenere anch’io a quel tuo popolo sommerso di eletti… Mi riempiva di una specie di delirante orgoglio pensare che in fondo, se stavo male, era perché appartenevo alla categoria di coloro che guardano l’abisso negli occhi senza distogliere lo sguardo. La nostra “poetica del baratro”, ricordi? E più soffrivo più mi sembrava di scrivere bene, di aver dato il massimo. E quante volte mi sono illusa di riuscire a impressionarti, a sedurti, limando il mio verso come le altre si limavan le unghie…
Peccato che poi tutte queste speranze abbiano cominciato a vacillare sotto i colpi di un banale esaurimento nervoso.
Sei prosaica, dicevi tu, con quel leggero disgusto a incresparti le labbra…
E in effetti era davvero volgare contarsi le gocce per annientar la paura, sotterrando le occhiaie con manciate di fard prima di venirti a cercare lungo il filo ogni volta interrotto dei tuoi appuntamenti, nelle tue serate di poesie sgangherate. E non poterti parlare delle voci che mi sfinivano i timpani, del cuscino gelato dal sudore della mia insonnia feroce, bianchissima e vuota come la mia testa risucchiata dal niente violento della tua indifferenza, della tua distrazione…

Ora invece mi chiedo se non fosse un presagio, che il nostro incontro, e con lui il mio destino, si sia consumato proprio all’ombra del grido (ecco, era Il grido!) di Munch.
Perché stanotte ho toccato il fondo della solitudine e del dolore: e la pazzia, quella vera, mi è volata vicino, ne ho sentito l’odore – e stavolta io ne ho avuto paura.
Per questo ho deciso di scriverti: per dirti che l’angoscia di cui tu amavi dissertare a ogni cena io l’ho vissuta davvero – e allora ho capito che non ne vale la pena, e allora ho deciso che basta soffrire.
Perché adesso io voglio una vita normale – che so: dei bambini, dei cani…
E voglio anche un uomo che rientri la sera – e non un profeta perduto a inseguire visioni.
E pazienza se scriverò meno, pazienza se non scriverò più.
Ma basta, davvero, con le tue umiliazioni.

L’ho deciso stanotte, quando ti ho descritto al telefono i sintomi implorando il tuo aiuto.
E tu: saranno i gatti, mi hai detto.

3
Secondo piano

Le sei precise, gliel’ho già spiegato. Era l’ora in cui di solito usciva. La caffettiera era pronta in cucina – la caricava sempre alla sera, così gli bastava accendere il gas e intanto finiva di radersi. Ma non l’ha preso il caffè, stamattina.
Di solito ci incontriamo sulla porta: uscendo mi trasmette le consegne del giorno, poi io do aria alla stanza, gli faccio due compere e preparo la cena. Ma stamattina lui era in ritardo; così ho suonato due volte, poi ho aperto con la mia copia di chiavi.
L’ho trovato in pigiama – alle sei, le dicevo. Era riverso sulla tazza del bagno con tutto il vomito intorno. (Quando l’hanno portato via ho dato una pulita, casomai lo dimettessero presto…)
Per terra c’erano delle pillole sparse – non so che roba fosse, e comunque le hanno prese quelli dell’ambulanza: può chiedere a loro.
E poi quel biglietto infilato nel flacone delle pillole (ho dato appena una sbirciata mentre lo caricavano in barella). Perdonami, diceva, o qualcosa del genere. Poi parlava di uno scandalo, di un peccato imperdonabile, del coraggio che non aveva – vaneggiava già, pover’uomo, era chiaro.
Comunque doveva avere vegliato tutta la notte, il ragioniere. Lo so perché dopo le tre mi sono alzata a chiudere le persiane del balcone e ho visto la luce filtrare dalla finestra dello studio. Mi è pure parso che ricevesse una telefonata…
Ma mai avrei pensato, mai me lo sarei aspettato da lui un gesto simile: un uomo così metodico, ordinato, assennato… L’impermeabile è ancora appeso alla gruccia, con la sciarpa stirata e il cappello senza un solo pelucchio – li vede?
Deve essere stata colpa della sgualdrina dell’ultimo piano: glielo chieda a lei, che inferno gli ha fatto passare negli ultimi mesi! Sulle scale si mormorava che aspettasse un bambino – di certo un figlio del diavolo… Ma lei ossessionava senza tregua quel brav’uomo del ragioniere: sempre a cercare di spillargli dei soldi, con una scusa o con l’altra – era troppo buono, il ragioniere, io glielo dicevo…
Ma mi dica lei adesso: che cos’è questa storia del condotto della spazzatura che si sarebbe intasato? L’ho vista parlar col portiere, poco fa, e poi tutti quei poliziotti a frugare nello scarico… Sulle scale si mormora che ci fosse un gatto morto incastrato all’altezza del terzo piano…
In ogni caso, come le dico, io l’ho trovato alle sei.
Quando sono entrata, la lampada della scrivania era accesa e la sveglia stava ancora suonando – ma con tutto il baccano che han fatto i gatti stanotte, dal mio appartamento non potevo certo sentirla.

4
Terzo piano

Ci siamo, ho pensato.
Il dolore si irradiava alle gambe, alle spalle e nemmeno il calore del bagno riusciva a placarlo, oramai. Era un turbine di spasmi concentrici, dall’inguine al petto, da levarmi il respiro.
Tra una contrazione e l’altra, l’intervallo era di pochi secondi e poi cominciava una fitta che sembrava infinita, che rivoltava le viscere e mi scuoteva in conati. Avevo solo voglia di vomitare, ecco: forse, pensavo, se ci riuscissi poi mi sentirei meglio (ma forse era anche colpa dell’alcol bevuto la sera; lo sentivo gonfiarmi le budella, e ardermi dentro…).
Comunque poi sono iniziate le spinte, e allora ho capito che non avevo più tempo: l’acqua nella vasca era tiepida, mi ci sono immersa senza pensare più a niente, e spingevo, e gridavo, con tutte le bestemmie incastrate in gola in un miasma violaceo di vino, e il ventre mi si squarciava, e c’era sangue dappertutto, e chiedevo aiuto ma non veniva nessuno…
Poi me lo sono ritrovato fra le cosce, e sembrava un gattino sgozzato, così grondante di sangue e di muco… Ho fatto il nodo al cordone come avevo visto in tivù, mi sono infilata l’accappatoio e mentre accendevo una sigaretta ho sentito un liquame denso cominciare a colarmi da sotto, tra crampi da urlare. Era un misto di sangue, di carne, puzzava – e ho pensato: ora muoio.
E intanto lui urlava come un vitello, dimenava nell’aria quelle unghie lunghissime sulle dita grigiastre e mi sbavava addosso una specie di schiuma schifosa.
Credevo di impazzire, non sapevo più che fare.
Ho provato a chiamare suo padre, al telefono.
Gli ho chiesto di salire da me, che era arrivato il momento.
Mi ha risposto di smetterla con le mie bugie, di lasciarlo in pace – e che era tutto finito.
E intanto lui continuava a urlare, paonazzo, con le vene gonfie sul collo e una rabbia di vivere che assomigliava alla mia.
È stato solo allora che ho deciso di liberarmene: quell’ammasso di carne viscida e urlante, quella volontà tenace di riscatto, quell’inutile speranza di vivere non poteva restare nel mio bagno a guardarmi schiattare.
Allora l’ho infilato nella busta dell’ipermercato, quella dove tengo gli assorbenti.
Sono uscita sul pianerottolo.
Non c’era nessuno.
Saranno state le tre.
Lui si agitava nel sacchetto.
Per un attimo ho pensato di soffocarlo, per non sentirlo più gridare.
Ma scalciava e strillava ancora quando ho aperto il condotto della spazzatura e ce l’ho lasciato cadere.


19.03.2008 2 Commenti Feed Stampa