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Post LUNGO che pare un racconto (e che in effetti mischia fiction con realtà) utile a spiegare la mia ansia adolescenziale.

di Stefano Sgambati

Ero il Dylan Dog più confuso che si fosse mai visto, perché l’amico che doveva fare Groucho decise di ripensarci all’ultimo momento.

Essere Dylan Dog è una scorciatoia piuttosto comoda se devi andare a una festa in maschera e detesti travestirti, perché, tutto sommato, vestirsi da Dylan Dog significa mettere una camicia rossa, una giacca, dei jeans e un paio di Clarks, niente di stravagante, insomma, considerato anche ch’erano gli anni Novanta e nessuno avrebbe avuto da ridire sulle Clarks, epperò è inevitabile che sarai un Dylan Dog a metà, nonostante i vestiti azzeccati e tutto, nonostante l’impegno, se alla fine ti mancherà Groucho a farti da spalla.

A parte questo, io ho sempre avuto problemi con le feste, figuriamoci con quelle in maschera: quindi all’arrivo fu abbastanza tremendo indovinare i binari giusti. Vado a memoria, ma c’era tutta una serie di minnie e topolino, falli di gommapiuma, una doccia con tanto di rubinetto e tendina come in Karate Kid, fate turchine, bagasce e travestiti, suore, preti, parroci, papi e arcivescovi, ballerini di flamenco, danzatrici del ventre, gatti, scoiattoli e donne arabe con l’accento di Garbatella, leoni, stambecchi, bambi, diego maradona, tre messicani col sombrero, un gondoliere, un ghandi, qualche hare khrishna, due gemelli siamesi tenuti uniti da una specie di zip, (qualcuno disse all’orecchio di qualcun altro che si trattava di una trovata di pessimo gusto: si vede che i siamesi, gli storpi, i dementi in generale, gli handicappati, insomma i diversi, si vede che questi freak ancora non erano passati sotto la lente d’ingrandimento della famiglia Costanzo e riuscivano a mantenersi sacri nella loro intimità inviolabile) un rodolfo valentino, due james dean, un jabba the hut, un meraviglioso unno che avrei imparato a odiare, un paio di cavernicoli con la clava, un perfetto Zio Paperone con le ghette e un becco di velluto che pareva vero, qualche mucca con le mammellone che le premevi e schizzavano acqua, gli immancabili drughi di arancia meccanica (loro sì che avevano saputo organizzarsi…), tutto questo c’era, questa fauna che aveva perduto ore nei bagni, prima di radunarsi lì, davanti agli specchi, con trucchi e santa pazienza, e nemmeno UN dylan dog, a parte me, che per giunta ero pure orfano di groucho.

Tutto quadrava, tranne me. I preti stavano coi preti, al limite coi parroci e con qualche arcivescovo a farsi scorrere i rosari di plastica tra le dita, le puttane e i travestiti trangugiavano tequila scadente appoggiati agli stipiti delle porte, i vari ballerini stavano sui divani a muovere le scarpe lucide, i personaggi dei fumetti, da par loro, facevano frusciare le loro orecchie giganti, i nasi grossi, le scarpone di cartapesta, le code scodinzolanti e non si curavano troppo del mondo reale: minnie e topolino facevano qualche scenetta sforzando la voce in falsetto, rodolfo valentino occhieggiava distratto aspirando fumo dal suo bocchino di ceramica, gli animali si impegnavano a riprodurre i rispettivi versi a dovere, James Dean e Charlie Chaplin si davano un bel da fare intorno al tavolo degli alcolici, l’unno, in penombra, con la clava sulla spalla come un Flinstones, corteggiava la doccia con la tenda che s’era scoperto contenere Teresa, le cui tettone facevano sognare la sezione H della scuola e ogni volta che veniva chiamata alla lavagna c’era tutto un sospendere di fiati, come durante il terremoto. (c’è chi giura che quest’episodio sia vero: una volta a Teresa alla lavagna sfuggì il gesso dalle mani e perfino il professor Castargna si sporse dalla cattedra per guardarla raccoglierlo)

Fu in quei frangenti che mi resi conto d’aver preso una toppa clamorosa: in fondo Dylan Dog chi era, se non un corteggiatore, un grandissimo amatore, uno spericolato tombeur de femmes? E chi ero io se non il perfetto suo opposto? Un diciassettenne dentro il guscio con la prima barba che s’opponeva al rasoio ancora inesperto: passeggiavo nervoso tra i fantasmi, scambiando parole con cowboy e curiosi mammiferi, sentendomi addosso l’abnorme peso di quell’abito. Io non ero un corteggiatore, non ci sapevo fare con le donne, sprecavo i miei occhi azzurri puntandoli sempre verso il basso. Ero Superman appena uscito dalla cabina telefonica, ma senza tutti quei poteri: ero Superman sul ciglio di un tetto, incapace di volare ma con tutti gli astanti cento metri più sotto convinti del contrario. Era più Papa il tizio travestito da papa di quanto non potessi aspirare io ad essere Dylan Dog.

Qualcosa cambiò al terzo bicchiere di sangria. I pezzi di frutta, stretti tra i denti, spillavano vino rosso come piccole spugnette da bagno. Qualcuno si sporcò l’abito e macchiò il pavimento: l’unno con la clava attraversò tutto il salone due volte prima di riuscire a portare un bicchiere a Teresa dentro la doccia. Il primo viaggio fu reso disgraziato dal passaggio scapicollato di Minnie, il secondo ebbe successo. A dire la verità invidiavo un poco l’unno: lui, con quel ridicolo abitino da troglodita, gli stinchi scoperti e la finta barba, s’era acchiappato la più bella del liceo, Teresa, che io non avevo mai guardato in vita mia solo per pudore, per umiltà: bevendo dal mio bicchiere di sangria, sperando di darmi un tono, mi domandai alcune cose su di lei, sul perché avesse scelto un travestimento così strano e sul perché stesse flirtando con l’unno in quel modo. L’unno si chiamava Michele. Michele lo conoscevamo anche come “Fisherman’s Friend” perché si portava sempre dietro una vecchia scatolina di latta di quelle caramelle “Fisherman’s Friends” piena di erba: immagino che quella che provai nei confronti di “Fisherman’s Friend”, alias l’unno, al secolo Michele, fu qualcosa di prossimo all’odio. Imparai alla fine del mio primo bicchiere di sangria, che i sentimenti umani non si travestono appresso al corpo. Con gli anni imparai l’esatto opposto.

Eppure pensai che il mio abito doveva in qualche modo essere onorato: decisi che non potevo restare a tal punto da solo, in disparte, sofferente, piegato, troppo a lungo. La prima – e unica – da cui andai fu una coccinella di nome Flavia: c’era stato qualcosa, tra di noi, circa un anno prima, un lento insieme sulle note di Whitney Houston in una bella casa a Bracciano. Il mio primo lento, credo, e la prima volta di sicuro in cui dovetti riflettere sul da farsi, se aderire perfettamente col mio corpo al suo e non darle più alcun dubbio, quindi, sullo stato della mia erezione, oppure se tenermi a debita distanza: non dirò qui quale strada scelsi, ma in ogni caso fu un disastro.

L’assist me lo offrì il secondo bicchiere di sangria: “Ci facciamo un altro giro?”, le proposi, convinto che lei si sarebbe ricordata di quel nostro primo ballo e dando al lemma “altro” tutto un significato che, in realtà, afferrai soltanto io. “No, ho già bevuto troppo, grazie”. Quantomeno mi sorrise: Dylan Dog rimase a guardare la sua preda con la faccia di un pescatore che aveva appena tirato su una pinna al posto del luccio argentato più grande e finalmente trovò l’ardire di balbettare: “No, intendevo ballare… Un altro… Ballo”. Feci anche un movimento circolare col dito della mano libera per farle capire meglio – Dylan Dog non l’avrebbe mai fatto: Dylan Dog l’avrebbe afferrata per la vita, facendole saltar via quelle stupide antennine nere – e aspettai che nei suoi occhi baluginasse un segnale di riconoscimento. Mi fossi girato in quel momento resto convinto tutt’ora che li avrei visti tutti a guardarmi, James Dean, Chaplin, i cani, i gatti, perfino Teresa dalla doccia, tutti quanti, senza più le maschere e con tanto di occhi scintillanti da mentecatti, tutti a guardarmi con disapprovazione, tutti a guardare il peggiore Dylan Dog della storia dell’umanità: a tal punto me le sentivo conficcate nella schiena, le attenzioni di tutti. (avrei imparato, in seguito, la veridicità di quel detto secondo il quale la maggior parte della gente pensa a noi molto meno di quello che crediamo)

La coccinella-Flavia mi buttò le braccia al collo, non certamente perché piegata dal mio dopobarba (che d’altra parte ancora non adoperavo) ma perché preda di quel pietismo misto a imbarazzo della persona che in qualche modo ha capito di conoscerti ma non saprebbe dire esattamente come, quando e perché, e allora per evitare altre domande o imbarazzi, preferisce passare all’azione mentendo spudoratamente: “Ma come staaaaaiiiiii?”, una cosa così, vocale più, vocale meno.

Ballammo Bryan Adams disperatamente fino a non avere più niente da dirci e tra un “Please Forgive Me” e l’altro venne fuori la storia di Groucho che era diventato giocatore di hockey all’ultimo momento. “Mi sa che è proprio uno stronzo allora…”, sentenziò coccinella-Flavia, però con aria implacabilmente distratta: dalla gola le uscì quella voce con la quale, a cena, diciamo “poverino” al tizio che è appena diventato una notizia del telegiornale.

Ci staccammo l’uno dall’altra e lei aveva montata sulla faccia un’espressione severa da: “Sai che non ci vedremo né ci rivolgeremo mai più la parola, vero?”, mentre io ero già al 75% d’innamoramento. (al tempo mi bastava che mi rivolgessero anche la più elementare delle attenzioni, la più ipocrita e di circostanza, perché me ne innamorassi perdutamente) Passai al terzo bicchiere di sangria sapendo che non avrei mai più avuto il coraggio di invitare chicchessia a ballare (e in effetti anche oggi, quelle rare volte che parte un lento in mia presenza, perdo un battito del cuore) e lanciando di tanto in tanto un’occhiata piena di significati a Flavia-Coccinella, come se avessimo appena terminato di fare l’amore in qualche stanza segreta della casa.

Capii allora che i miei problemi erano fondamentalmente due: l’esame di maturità alle porte e la verginità ingombrante. Per un lungo periodo di tempo avevo creduto che risolvere il primo avrebbe portato automaticamente a risolvere anche il secondo. Invece no: avrei potuto facilmente maturarmi col minimo dei voti, com’era nell’aria, e restare il maggiorenne vergine più tormentato del mondo: nei giorni buoni mi giustificavo allo specchio dicendo che avevo fatto la primina, che ero sempre il più piccolo qualsiasi gruppo frequentassi. In quelli cattivi meditavo di prendermi a pugni da solo come Edward Norton in “Fight Club”, facevo le prove del bacio contro l’avambraccio come una lettrice tredicenne di “Cioè”, provavo le pose davanti allo specchio come De Niro-Trevis in “Taxi Driver”.

Mi accasciai sul primo divano libero e immaginai la strada che stava facendo la sangria per i condotti del mio corpo abbattuto. Che razza di Dylan Dog: ubriaco, depresso, maturando e con un sacco di quattro in pagella che dovevano diventare sufficienze entro pochi mesi. Mi guardai le clarks, i polsini rossi che spuntavano dalla giacca: quel travestimento era stato un disastro su tutti i fronti possibili. Coccinella-Flavia la vidi passare tutta rossa con le lentiggini finte sulle guance: non mi degnò di uno sguardo e d’altra parte anche la mia soglia di innamoramento nei suoi confronti era scesa, nell’ultima mezz’ora, di almeno 30 punti di percentuale.

Cercai allora l’unno Michele, ma prima di lui trovai una esile colonnina di fumo che saliva dalla cima della doccia di Teresa come un calumet della pace dentro una tenda indiana. Si vede che s’era portato dietro la scatolina di “Fisherman’s Friends”, la lampada col genio dentro, e aveva trovato la via nel cuore di Teresa dopo il terzo tiro. Io non fumavo, non mi drogavo di niente, ero un insopportabile bravo ragazzo senza arte né parte: creta che aspettava d’essere plasmata.

Guardai i miei amici preti, vescovi, le mie compagne di classe puttane, ballerine, animali domestici e non trovai nulla di meglio da fare che provare raassegnazione: loro avevano indovinato l’abito giusto, io no. Non c’era una sola delle mie amiche di classe travestite da mignotta della quale non si potesse dire ch’era effettivamente una mignotta. I preti, oltre a stare bene insieme ai preti loro simili, erano a loro modo preti dentro: rappresentanti di classe, secchioni, irrecuperabili fidanzati, pelati, ciccioni. James Dean aveva gli occhi alla James Dean, Marlon Brando aveva il profilo di Marlon Brando e quella stessa tristezza in fondo alle orbite. Mi resi conto che il travestimento vero era quello che ci portavamo addosso tutti gli altri giorni, i giorni in cui le puttane si travestivano da brave studentesse o i preti fingevano d’essere gran viveurs.

Mi convinsi di essere l’unico ad essere rimasto tutto sommato me stesso e commisi, perciò, anche l’ultimo errore, quello dell’autocommiserazione. Ripensai ai miei problemi, lì seduto: la maturità e la verginità. Trovai corretto considerare l’ipotesi che dentro la doccia-Teresa ci fossero diverse risposte a tutto quello, ma la doccia-Teresa era occupata dall’unno Michele che si stava scavando il cuore della sua bella a colpi di tosse e marijuana.

Poi venne fuori la voce che qualcuno aveva pisciato nella sangria e i miei problemi divennero tre.


17.03.2008 Commenta Feed Stampa