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La Nave

di Luca Pettinelli

22965620.jpgImmobile nell’oscurità della stanza indovino lo scuotersi di seni e lenzuola di là dal muro dietro la mia testa. A tratti sopravviene un tono di donna matura che lascia pensare alla moglie del mercante, la stessa che poche ore prima ha insistito per bere un the insieme. Ho ordinato un caffè, un po’ per ripicca e un po’ per vincere la sonnolenza, ma neanche l’evidente divergenza l’ha trattenuta dal chiedermi cosa stessi scrivendo e perché. Sedere in pubblico dieci minuti con un artista, o con qualcuno che si crede tale. Una linea sottile tra gli occhi da pecora e la bocca affamata, sottolineata dal bordo della tazza che andava e veniva, spaccava in due il viso dipinto e le fortune private del marito impegnato in una partita al tavolo degli ufficiali. Disperazione, ho pensato.
Di nuovo la pioggia. Il cielo si è chiuso ancora sul porto alla stessa ora annegandolo. Di sera, qualcuno dice che l’intera città scivolerà in mare. Ieri è arrivato Rudolph dopo aver attraversato il grande giardino di corsa con l’impermeabile tirato fin sopra la testa. Appena giunto al riparo ha detto qualcosa come “Visto poeta?” col suo accento francese. Il resto l’ho perso perché ascoltavo tremando le gocce sul tendone sopra le nostre teste. Rudolph ha un cancro e forse parte per non pensarci o per pensarci più a fondo; non lo sa neanche lui e non credo gli interessi più. Dice che tutti hanno un cancro da qualche parte solo che in alcuni si manifesta e in altri no. Pare dipenda dal destino. Ripete spesso che il suo medico soffre d’insonnia e a notte fonda legge Aristotele o ascolta Bach ma non per questo è felice.
Chi dorme nella stanza di fianco? Il Dottore? L’inglese? Mi alzo e vado alla finestra. Scosto la tenda solo per avvertire meglio i tuoni, tamburi a morto per un altro giro di ruota, e la presenza buia, enorme della nave di là dalla cortina d’acqua.
Il mercante bavarese, starà sicuramente riposando tra i suoi due cuscini ricamati; appartiene a quella categoria d’uomini ai quali nulla può togliere il sonno. Friedrich… Friedrich qualcosa ha detto presentandosi a qualcuno alle mie spalle, subito prima che venisse servita la cena. Aspettavo Rudolph, l’unico col quale fossi finora riuscito a sostenere una conversazione degna di questo nome, quando ricaddi nell’antica abitudine di ascoltare i discorsi altrui. Ho un ricordo nitido di me e mio padre (le rare volte in cui mi concedeva di accompagnarlo per la provincia nei suoi giri di messo prefettizio) che consumiamo pasti sbrigativi ai tavoli d’angolo di trattorie sperdute nella nebbia ed io, con tutta la mia ingenuità di bambino, che di tanto in tanto gli riporto sottovoce gli argomenti di conversazione dei tavoli adiacenti. Allora mio padre, che mangiava la sua minestra in silenzio a faccia china sul piatto, smetteva il boccone per fissarmi coi suoi occhi grigi e mi intimava di non farlo più, che non si ascoltano i discorsi degli altri. Pover’uomo, nemico giurato della curiosità per timore che il mondo intorno a lui aggiustasse la propria posizione a suo scapito. Nessuna nuova, buona nuova. Addio vecchio. Che il posto dove sei ora possa avere pietà di te e delle tue paure, qualunque esso sia.
A pranzo il mercante enumerava i suoi affari con evidente soddisfazione (le lane, le sete, i broccati) poi qualcuno gli ha chiesto dei tempi difficili e della concorrenza e l’ho sentito ridere. In realtà non ho udito alcuna risata, piuttosto il goffo soffocare di chi ha la bocca piena e ride col naso, osservato dall’intera tavolata, poi ingoia il boccone, si terge le labbra con l’orlo del tovagliolo e recita la sua battuta.
“Da noi. In Germania, il Cancelliere sta lavorando bene. Adesso le cose vanno come dovrebbero andare, finalmente.”
Poi ho sentito la voce di Rudolph, alle mie spalle, e non ho più potuto fare a meno di voltarmi.
“Come ha detto?”
Era in piedi, tra il nostro tavolo e quello del mercante, e doveva aver sentito la frase proprio mentre stava per sedersi con me. Il mercante stringeva il tovagliolo tra le mani facendo rimbalzare lo sguardo tra Rudolph, alto e malato nel suo vestito grigio, e i suoi commensali, alimentando il mormorio crescente.
“Lei chi è, mi scusi?”
“Non ha nessuna importanza chi sono io. Vorrei solo che ripetesse la sua frase, quella del Cancelliere che lavora bene.”
“E perché mai?”
“Solo per vedere come le viene davanti a un ebreo, insomma uno della concorrenza. Vediamo se sorride ancora mentre la ripete davanti a me.”
A quelle parole il mormorio aveva invaso la sala, condito dal frusciare discreto dei tovaglioli e dal tintinnio delle posate mosse nervosamente per il puro bisogno di fare qualcosa in un momento del genere. La moglie del mercante, ancora seduta ma praticamente appesa al braccio che il marito le aveva parato davanti a proteggerla, fissava Rudolph a bocca mezza aperta con lo stesso sbigottimento ottuso che doveva sfoggiare nella sua ricca casa di Monaco davanti all’ardire di una richiesta di aumento del salario da parte della servitù. Il marito si limitava al rituale cambio di colorito dal rosa al paonazzo e, come detto, ad offrirle un’immaginaria protezione da una situazione così poco consona al loro rango.
“Lei come osa…” aveva abbozzato, ma Rudolph aveva già fatto un passo verso di lui, facendo sobbalzare tutte le signore del tavolo.
“Sa cos’è lei?” avevo sentito dire a Rudolph senza cambiare espressione “Io ho una malattia, una brutta malattia, una cosa schifosa che mi cresce dentro e crescendo mi divora. Più io divento debole più lei diventa forte e viceversa. Ecco cosa siete lei e quelli come lei: siete per il mondo quello che per me è la mia malattia.”
Poi se ne era andato, attraversando la sala da pranzo con le sue falcate lunghe e stanche. Il mercante si era alzato in piedi in un impeto tardivo da vecchio combattente, continuando ad aprire e chiudere le labbra senza riuscire a pronunciare qualcosa di sensato. Ai tavoli ognuno diceva qualcosa all’orecchio del vicino.
Più tardi ero andato a cercare Rudolph e l’avevo trovato accasciato su una poltrona della sala da fumo. Mi ero seduto di fronte a lui senza dire nulla, avevo acceso una sigaretta e mi limitavo a guardarlo.
“Secondo te ho sbagliato?” aveva chiesto rompendo il silenzio. “Ho esagerato? Non dico tanto per lui, parlo di tutti gli altri. Forse potevo risparmiare loro la scena.”
“Io non ti giudico, Rudolph. Non sta a me.”
“Voialtri artisti siete tutti dei moralisti. Per quanto viziosi possiate o vogliate sembrare, in fondo siete così. A chi dovrei chiederlo se non a te?”
“Io scrivo poesie, non faccio il giudice. Ti sembrava giusto farlo? Allora hai fatto bene.”
“E come avresti descritto quel verme in una delle tue poesie?”
“Così come è: grasso, avido e ipocrita. E cornuto.”
“Cornuto?”
“Sì, cornuto.”
“E come fai a dirlo?”
“Così” avevo fatto spallucce “a naso.”
Rudolph si era sistemato meglio sulla poltrona lasciandosi scappare un ghigno divertito.
“Ci hai pensato tu?”
“No, no. Neanche per sogno. L’hai guardata bene quella donna? E’ carne morta, Rudolph. Carne morta.”
“Che significa?”
“Tu guardala con attenzione e vedrai che capisci. Guarda come parla, come cammina, come mangia, come impugna le cose.”
“Poeti.” aveva risposto lui dopo un po’ scuotendo la testa. “Secondo te quando partirà questa maledetta nave?”
“Non lo so. Giuro che non lo so.”
“Perché hai detto così?”
“Così come?”
“Hai detto Giuro che non lo so. Perché devi giurarlo?”
“Non so, mi è uscito così. E’ così importante?”
“No, lascia perdere. Sono io che…” ma prima di finire la frase aveva appoggiato il mento a una mano e si era messo a guardare fuori.
“Devo averlo preso da mio padre.” avevo detto. “Lui era fatto così, diceva sempre Se fai questo giuro che le prendi o Giuro che domattina vado a fare questa cosa. Giurava su quasi tutto.”
“Un uomo molto sicuro di sé.”
“O molto insicuro. Dipende.”
“Ma qui piove sempre? Da quanto sta piovendo?”
“Da quando sono arrivato. Non mi pare abbia mai smesso.”
“E quando sei arrivato esattamente?”
Avevo cercato di concentrarmi e ricordare, ma per quanto mi sforzassi non ci riuscivo.
“Non te lo ricordi, vero?” aveva chiesto Rudolph con un tono tetro.
Per tutta risposta mi ero limitato a un cenno di diniego col capo.
“Vuoi sapere una cosa curiosa? Nemmeno io me lo ricordo. Anzi, nessuno lo ricorda. Oggi, a pranzo, prima che quello schifoso mi facesse saltare i nervi, parlavo con l’inglese, quello coi baffi…”
“Sì, so chi è.”
“Ecco. E anche lui mi diceva la stessa cosa. Pare che nessuno sia in grado di stabilire da quanto siamo qui. Nessuno ricorda niente. Tu come ci sei arrivato?”
“Lo so che sembra assurdo ma non ho le idee molto chiare in proposito. Ricordo una lettera, diceva che dovevo partire immediatamente per non so più dove , poi ho negli occhi immagini sfuocate, confuse. Mi pare di aver preparato una valigia e aver preso un treno ma non ne sono sicuro. Mi è rimasta in testa l’immagine di un paesaggio scuro, senza alberi, che scorre veloce, ma in realtà non so esattamente cosa sia successo. Una cosa però la ricordo con una certa chiarezza: quando ricevetti la lettera in casa non c’era nessuno e nessuno si fece vedere finché non me ne andai. Mia madre, mia sorella, nessuno. Non so dove fossero finite. Scomparse. Sparite.”
“Da chi era firmata la lettera?”
Avevo tentato di riandare a quel giorno con la memoria, di mettere a fuoco quel foglio liso che sembrava essere stato usato mille altre volte ma non ce la facevo.
“Non lo so.”
“Appunto. Nemmeno io.”
“So solo che fino al giorno prima lavoravo in un piccolo giornale, vivevo con la mia famiglia e scrivevo poesie, poi questa partenza.”
“E che cos’è questo? Dimmelo tu. Un hotel? La casa di qualche ricco mecenate? Una stazione marittima? Perché passiamo le nostre giornate in un palazzo in riva al mare del quale non sappiamo nulla, nemmeno come ci siamo arrivati e perché? Dove siamo?”
Rudolph aveva parlato ansando, come facesse fatica a respirare poi, d’un tratto, aveva sottratto la sua mole all’abbraccio della poltrona e si era lanciato a grandi passi verso una porta che sembrava dare sull’esterno, i pugni stretti e le nocche sbiancate. Una, due, tre volte aveva provato a spingere sul legno intarsiato con quello che restava delle sue forze e alla fine si era accasciato ai suoi piedi, il viso arrossato dallo sforzo, il respiro ancora più rotto e una luce triste negli occhi puntati su di me che ero rimasto seduto al mio posto.
Quando ero andato da lui e gli avevo teso una mano per aiutarlo a rialzarsi ricordo che mi era sembrato sorprendentemente leggero. In piedi, passava nervosamente le mani sul vestito come per pulirlo da una sporcizia immaginaria.
“Tu non ti fai domande?” aveva chiesto.
“No.” Avevo risposto io.

Ho sentito la porta della stanza accanto che veniva aperta e richiusa con cautela. Le misere, malevole astuzie degli amanti clandestini. Di dormire non se ne parlava, così mi sono alzato nuovamente e sono tornato alla finestra a guardare quel simulacro d’alba boccheggiare in mezzo alla pioggia infinita e l’immensità solida e ferrosa della nave sospesa sull’acqua nera. Mi tornano in mente le parole di Rudolph la sera prima. No Rudolph, io non mi faccio mai troppe domande, delego il compito alle mie poesie informi e sgraziate. Quel tipo di coraggio no ce l’ho mai avuto e non ce l’avrò mai. Chi sa vivere vive, dei rimanenti qualcuno la vita prova a scriverla.
Mi sono seduto, incerto, al tavolino lì a fianco, ho preso carta e penna e ho buttato giù qualche verso di getto. Ho riletto e non sembrava male, poi ho strappato il foglio e gettato tutto nel cestino. Tanto a che serve, mi sono chiesto.

Più tardi mi sto sciacquando la faccia nel lavabo quando sento bussare. Mi asciugo in fretta, indosso la vestaglia e vado ad aprire. Quella che ho davanti è una figura alta e magra con addosso un vestito blu scuro che ha l’aspetto di una divisa anche se è privo di stemmi o distintivi. Quello che mi spaventa è che non riesco a mettere a fuoco il suo viso. E’ come se i lineamenti cambiassero in continuazione, un alveare in piena attività sotto la superficie traslucida della pelle anche se nulla sembra muoversi davvero. Inquieto e disturbato, distolgo lo sguardo e noto che ha in mano una busta. Me la sta porgendo. La prendo per un angolo come un oggetto arroventato e resto lì, in piedi, senza sapere bene cosa fare finché la figura si gira e continua giù per il corridoio. Mi scopro a richiudere la porta della camera cercando di non fare rumore. Prima di far scattare la serratura sento bussare alla porta successiva.
Seduto sul letto, rigiro la busta tra le dita. Non c’è il mio nome sopra né alcuna indicazione del mittente. Non è neppure sigillata. Alla fine mi decido. Contiene un biglietto scritto su carta non molto raffinata: con una calligrafia piana e regolare mi si informa che la partenza è prevista per le ore nove di quella mattina stessa e che non è necessario portare con sé alcun bagaglio. Guardo l’orologio: le otto e dieci. Finisco di lavarmi e lancio la vestaglia sul letto per iniziare a vestirmi. La faccenda dei bagagli è strana ma non riesce realmente a colpirmi. Mi sento dietro una parete di vetro inscalfibile, niente e nessuno hanno più realmente importanza. Una serenità nuova mi scorre nelle vene e ogni cosa è finalmente alle spalle. Niente più dolore o frustrazione, niente rimpianti. Perfino la solitudine è diventato un fardello leggero da portare.
Scelgo un vestito scuro di lana come precauzione contro l’umidità marina. Controllo di avere con me le sigarette e i fiammiferi, slaccio e riallaccio per bene le scarpe, aggiusto la cravatta. In una tasca del cappotto la mano incontra un oggetto metallico e dimenticato. La chiave di casa. Per un attimo ho davanti agli occhi mia madre e mia sorella. Mi fissano, immobili, con grandi occhi tristi da dietro il tavolo della cucina. Poi l’immagine svanisce.
Giù nel salone gli altri passeggeri si stanno già accalcando verso l’uscita. Intravedo la testa bionda e massiccia di Rudolph stagliarsi diversi centimetri sopra quel tappeto oscillante di cappelli di feltro. Lo chiamo due volte ma non riesco a farmi sentire, allora decido di farmi strada attraverso la piccola folla.
“Rudolph” dico a due passi da lui che finalmente si gira e mi vede.
“Oh, il nostro poeta. Si parte, caro mio, si parte. Non hai un’ode apposta per momenti come questo?”
Sembra più allegro di ieri, o almeno più tranquillo.
“No” grido per farmi sentire “Non ce l’ho. Ho smesso con quella roba.”
“Sai che ti dico? Hai fatto bene. Non ne valeva la pena. Non ne vale mai la pena.”
“Che fanno là davanti?”
Lo vedo stirare il collo per guardare ancora più in là di quanto non gli permetta la sua notevole statura.
“Non so. Ci sono due tizi che regolano il traffico e fanno passare la gente. Ma tra poco tocca anche a noi. Non manca molto.”
Arriviamo alla porta praticamente appaiati. Ai due lati, rigidi come colonne, due figure identiche a quella che mi ha portato il biglietto in camera fanno defluire la gente accompagnandola con un movimento appena accennato del braccio. Altri, cinque o sei per lato, fungono da corridoio per il breve tratto che separa l’uscita dalla passerella della nave. Vorrei far notare i loro volti a Rudolph e chiedergli che ne pensa ma mi dico che ci avrà senz’altro già fatto caso e che, comunque, non ha tutta questa importanza. Passiamo tra le due file scure, esitando entrambi un attimo prima di poggiare il piede sul primo gradino della passerella. Poi iniziamo a salire, lentamente.
Dopo pochi gradini avverto una sensazione sgradevole sul lato destro della faccia, come se qualcosa di freddo mi stesse scivolando dalla testa giù per la guancia. Porto una mano alla tempia per controllare e la ritraggo coperta di un liquido scuro. Sangue. Nero. Denso. Mi sono ferito alla testa? E come? Quando è successo? Non ricordo di aver urtato da qualche parte o, tanto meno, di essere stato colpito. Controllo di nuovo e con la punta dell’indice scopro una cavità al’altezza dell’orecchio, solo un po’ più avanti. Non sento alcun dolore. Tocco di nuovo e infilo perfino al punta del dito nel foro. Nel frattempo sento il sangue scendere giù per il collo e infilarsi nella camicia imbrattando ogni cosa. Mi volto per chiedere a Rudolph di controllarmi la testa e scopro che è rimasto indietro, alcuni gradini più giù. E’ piegato in due, una mano al ventre e il viso contratto in una smorfia di dolore insopportabile. Ancora più giù il mercante e sua moglie hanno appena messo piede sulla passerella: lui ha il volto completamente tumefatto, il naso completamente schiacciato da una parte, le labbra viola; a lei invece è rimasta praticamente solo metà faccia, il resto asportato dall’urto contro chissà cosa. Sembrano le vittime di qualche incidente stradale, molto diversi da come erano solo pochi minuti fa. Degli altri passeggeri alcuni hanno mutilazioni orrende, altri si reggono in piedi a malapena, altri ancora denunciano solo un colorito cereo e l’espressione intontita.
Guardo verso l’alto; una delle figure fare cenno di continuare a salire. Siamo su una nave ma intorno non c’è alcuna traccia né di un porto né di una città. Solo questo molo che si spinge sulle acque ferme e scure senza che si riesca a sorgerne l’inizio. Nessuno parla. Ispeziono nuovamente il foro che ho in testa e capisco, anche se non ricordo.
Ricomincio a salire le scale meccanicamente, a passi lenti e regolari. Infilo una mano nella tasca del cappotto e le mie dita si stringono intorno alla chiave. La tiro fuori per guardarla un’ultima volta prima di lanciarla giù, nell’oscurità.


14.03.2008 Commenta Feed Stampa