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Chi vuol essere meridionale

di Nicolò La Rocca

televedutaDove va la narrativa al Sud? E, cosa più importante: dove va il Sud? Sono domande ambiziose e forse è impossibile trovare realmente una risposta, almeno una sola, e non solo per una narrativa che dichiaratamente voglia inquadrare il Sud, ma anche per una scrittura che comunque lo preveda.
Anni fa due antologie, Luna nuova (edizioni Argo, 1997) e Sporco al sole (edizioni Besa, 1998), provarono a rispondere a questa domanda“con i fatti”, cioè con la pubblicazione di testi narrativi. Queste antologie, in sostanza, costituirono il tentativo da parte di alcuni autori meridionali di riflettere sulle ragioni della propria scrittura, sulla propria identità culturale. Scriveva Goffredo Fofi nell’introduzione a Luna nuova: “Continua tuttavia a esistere una specificità dei percorsi e delle esperienze che produce ancora una notevole diversità culturale”. Ribatteva Gaetano Cappelli nell’introduzione all’altra raccolta dal Sud, Sporco al sole: “Meglio terroni omologati allora, ma vivi, curiosi, indifferenti alla tradizione […] piuttosto che il formaggio genuino, il mare pulito, la povertà onesta, i mafiosi visti come stravaganti guappi, […] famiglie nobili scellerate o contadine ma sempre con un figlio bastardo, o una figlia santa visionaria, o un incesto a carico”. La raccolta di racconti Disertori (Einaudi 2000), per certi versi, rincarò la dose ponendosi in netta contrapposizione con le riflessioni di Fofi. Insomma, che si credesse in una costituzionale diversità del Sud o che se ne negassero le fondamenta, era ormai emersa l’esigenza di dare conto di una verità: al Sud si provava a sistemare dei paletti attorno alla propria rovistata identità o, al contrario, a confutarla, demolirla, questa identità che spesso era – ed è ancora oggi – accusata di sfociare nel pittoresco.
Ma ieri come oggi erano e sono sono solo queste le strade percorribili? Dove va la nuova narrativa al Sud, dunque? Mi pare che le sopraddette antologie abbiano rappresentato l’identità plurale della nuova narrativa garantendosi (specialmente quella edita da Einaudi) una eco nazionale. Dalla loro pubblicazione non c’è più stata una riflessione organica su questi temi, altre antologie, altri contributi che abbiano avuto una risonanza così vasta. Esse però ritagliavano una parte di questa identità. In realtà il Sud è un’entità molto sfumata. Diciamoci la verità: i processi di omologazione culturale sono ormai a buon punto. Però, nel contempo, le differenze (belle e brutte) ci sono, ci saranno sempre. Insomma, come autori dobbiamo credere all’esistenza di un ethos meridionale specifico? Io credo che la logora frase “il Sud crocevia di culture mediterranee” indichi semplicemente quello che i linguisti chiamano “reazione di sostrato”. C’è oggi qualcosa di omologante che agisce su questo sostrato. Ma proprio mentre agisce per omologare in realtà genera una nuova diversità. Non riconosciuta, però: ché sempre le consumate metafore pittoresche sono quelle che si mangiano e si vedono in Italia e nel resto del mondo quando si parla di Mezzogiorno.
Al Sud, come nel resto del mondo, la grande protagonista è la cultura popolare mediatica. Come sappiamo essa ha depositato, iniettato nella nostra vita un nuovo immaginario. MTV, il Maurizio Costanzo Show, Porta a Porta, gli scandali precotti dei cosiddetti vip, gli spot televisivi, le Veline di Striscia la notizia, i maghi delle reti locali hanno strutturato l’immaginario collettivo della gente che vive al Sud (nelle nostre regioni peraltro si legge pochissimo, e credo che per questo si sia più esposti ai messaggi della cultura popolare catodica), ridefinito il nostro sistema di valori e fornito le nuove (insincere) interpretazioni del mondo in cui viviamo. Scriveva, a proposito del movimento letterario americano dell’Avant Pop, il critico Larry McCaffery: “Non sono le risorse tradizionali della cultura alta […] bensì quelle della cultura popolare a offrire ai cittadini delle nazioni postindustriali le immagini chiave, i personaggi, gli archetipi narrativi, le metafore, i punti di riferimento e le allusioni che servono a spiegare chi siamo, che cosa vogliamo o di cosa abbiamo paura, e come ci vediamo proiettati nel mondo”.
Va dunque stanato in questo pasticcio di cultura catodica e comportamenti arcaici, nel guazzabuglio generato dall’incontro del violento liberismo tardo capitalistico con le mafie, nel connubio tra la società del trendy a tutti i costi con quella dei riti familiari il nuovo assetto del luogo geografico e culturale denominato “Mezzogiorno italiano”
Quali sono i rischi di una scrittura sul Sud? Credo che siano diversi e opposti: da un lato si scommette su certi tropi che possono scappare di mano e sfociare tranquillamente nel folcloristico (il siculo-filosofico, il romanzo iperletterario, le macchiette divertenti di certa napoletanità ecc.); dall’altro, nel tentativo di liberarsi dei luoghi comuni sul Sud, si scimmiottano certi esiti della narrativa giovanilistica partorendo scritture esteriormente generazionali, distrattamente rockettare, stiticamente contaminate, a tutti i costi metropolitane. Piersandro Pallavicini in un suo editoriale su “Fernandel” scriveva: “Gli scrittori sanno illuminare nuovi angoli di mondo, mostrare verità, dar vita a inediti germi di pensieri”. Ecco, secondo me dovrebbero “semplicemente” andare in questa direzione, gli scrittori meridionali. Dovrebbero quindi “iniettare germi di pensiero”, dovrebbero evitare con molta attenzione stereotipi vecchi e nuovi e scimmiottamenti tanto alla moda, e fare la ronda a un segno personale. Non si tratta, credo, di riproporre la realtà sulle pagine dei libri, ma di offendere il pensiero precotto che ci viene somministrato, a diversi livelli, dalla cultura catodica popolare, da certo perbenismo intellettuale, dai TG impomatati, dai sempre nuovi canoni politicamente corretti confezionati a tavolino, dal pensiero criminale mediatico. Senza offrirsi alle etichette. Dai libri emergerebbero allora un Sud e un’Italia molto più complessi. Molti autori hanno imboccato strade promettenti: da Roberto Alajmo, che nuota nei soffocanti tinelli di un’urbanità popolare e piccolo borghese, ad Antonio Pascale, che dopo uno straordinario reportage nella provincia campana si è dato a una ricognizione dei tic borghesi; da Diego De Silva, che cerca di dar conto delle troppe sollecitazioni che provengono dall’universo meridionale, a Giuseppe Ferrandino, che invece le sintetizza, almeno nei primi romanzi, nella cifra del quartiere popolare. E tanti e interessanti sono gli apporti di altri scrittori che non si possono certamente riassumere nello spazio di questo intervento. Sono strade interessanti, dunque, ma aperte. Se tutte queste esperienze letterarie fossero un romanzo esso avrebbe un finale aperto, molto aperto.


13.03.2008 Commenta Feed Stampa