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1954

di Luca Pettinelli

1954Gigi chiude la serranda, mi abbraccia e se ne va senza dire una parola. Adesso sono solo in strada. Questa volta non ho in mano il fagotto con dentro la tuta sporca di grasso: l’ultima sera volevo presentarmi al meglio, senza i segni della fatica. Chiavi, cacciaviti, ingrassatori, questa era la mia vita, la vita dell’officina, e questa continuerà ad essere, lontano da qui; il resto è sempre stato superfluo. Tutto tranne l’Excelsior, naturalmente, e Gigi, Sandro e tutti gli altri.
La vecchietta non ha ancora aperto le imposte alle mie spalle, su al secondo piano. Ci avrà visti non so quante volte, all’alba delle domeniche, fumare l’ultima sigaretta davanti alla serranda abbassata mentre lei schiudeva la casa al primo sole, incuriosita da quelle chiacchiere di giovani uomini giù in strada a fare da sottofondo all’insonnia di una vita. Sta sempre lì, appoggiata al davanzale per due o tre minuti, poi rientra e non la vedi più. Forse le serviamo perfino: la facciamo sentire come quand’era giovane, molto prima della guerra, quando nessuno di noi era ancora nato ed era lei ad andare nelle sale da ballo con qualche amica o col fidanzato. Magari anche lei aveva il suo Excelsior e scarpe nere di vernice col tacco per girare nel vuoto lasciato da due braccia maschili aperte quel tanto che bastava a liberarle i fianchi ma pronte a riprenderla alla fine, poco più in là da dove era partita.
Io le mie scarpe le ho, e sono belle scarpe. Mi sono costate quasi la paga di un mese. Quel giorno mi tremavano le mani al pensiero di spendere tutti quei soldi, ma due anni di sguardi ammirati mi hanno ripagato di tutto. Di mia madre che mi dava del matto e scuoteva la testa, degli amici che facevano finta di niente ma se ne morivano dentro, di mia sorella che mi prendeva in giro. Le ragazze non si conquistano con le scarpe, diceva: fiori cioccolatini e roba che luccichi devi comprargli, altro che, e rideva. Ma io nelle mie scarpe ci stavo che era una meraviglia. un, due, tre, tango, valzer e mazurka, tutto perfetto, tutto facile, al punto che cominciavo a chiedermi se il merito fosse loro piuttosto che delle mie gambe da meccanico, come in quelle storie dove le cose sono benedette e vanno per conto loro levando la gente dai guai. Anche il treno delle quattro sarà così: senza macchinista, lì fermo in stazione ad aspettare proprio me per portarmi via, verso la Svizzera e mio fratello che ha bisogno di me per un’officina dove guadagna cinque volte quello che farebbe qua. Non è che gli svizzeri ci trattino proprio bene, dice nelle lettere, ma le macchine si guastano anche a loro, e poi il padrone è uno come noi solo che è andato via vent’anni fa e ormai si è piazzato così bene che ha bisogno di altra gente per coprire tutto il lavoro. In Svizzera non c’è l’Excelsior, non ci sono gli amici, non c’è il mare, magari non c’è neanche la domenica e le ragazze voltano la testa dall’altra parte quando ti vedono camminare per la strada. Ma le occasioni si prendono al volo, così dicono mia madre e tutti quanti. Vai, dicono, approfitta, ma mentre lo dicono non ce n’è uno che sorrida. Mia madre non sorrideva mentre mi preparava la valigia che era stata di mio padre. Ci è venuto in viaggio di nozze, ripete, è una buona valigia, poi si rintana in cucina e non parla per delle ore. Rimarrà sola con Nina che ormai è grande e che magari, tra un po’, si troverà pure un marito. Mi piacerebbe che la portassero a stare con loro, che la mamma da sola si intristisce e poi finisce come la vecchia qui di fronte: una vita a guardare fuori dalla finestra senza nessuno con cui parlare.
Le occasioni si prendono, ripetono tutti. Lo diceva sempre anche il padre di Gigi quando ci faceva la predica da dietro il bancone, asciugando i bicchieri. Tra una frase e l’altra salutava gli ultimi clienti che uscivano con la brillantina squagliata dal caldo, le camicie sudate e le ragazze strette sottobraccio che cercavano sempre qualcosa nelle borsette. Le cose bisogna andarsele a prendere dove stanno, diceva, mica puoi pretendere che ti caschino addosso come la manna dal cielo, e bisogna sempre aspettare a giudicare perché poi, quando si guardano da distante, finisce che sembrano diverse, come il fischio del treno dopo che è passato, e fischiava con le labbra girando la testa al passaggio di un treno immaginario.
E’ morto l’anno scorso. Al funerale stavo di fianco a Gigi che non ha smesso di piangere neanche per un minuto; credo non abbia sentito una sola parola di tutta la messa. Dopo aver accompagnato a casa la madre abbiamo fatto un salto qui alla sala e solo allora gli si sono asciugati gli occhi, come se passando la porta avesse sentito forte la responsabilità di tirare avanti la baracca, come aveva fatto suo padre prima di lui trasformando un garage in una sala da ballo con un nome da albergo, e quella l’avesse tenuto in piedi.
Fuori, nell’ora del ritorno, passavano le operaie della fabbrica di tessuti e il loro chiacchiericcio riempiva la strada con scoppi di allegria che salivano dai crocchi come bolle di sapone fino ai piani alti dei palazzi intorno. Era come se quelle risate andassero a stuccare pian piano le facciate ancora ferite dai bombardamenti, rimettendo in piedi la vita.
Stavamo lì, appoggiati all’entrata con un bicchiere di bianco in mano e le guardavamo passare. Una delle ragazze aveva appena fatto in tempo a girare un sorriso verso di noi che l’altra, tenendola a braccetto, le stava già sussurrando qualcosa nell’orecchio fino a farle cambiare faccia. Poi si erano allontanate nella sera, verso la stazione degli autobus.
Alla fine Gigi avevo dovuto portarlo a casa quasi di peso che si era ubriacato da schifo mentre io non potevo fare altro che rivolgergli qualche domanda stupida. Poi, senza traccia di sonno, ero arrivato a piedi fin su alle case nuove fumando una sigaretta dietro l’altra e guardando le poche finestre ancora illuminate, per una volta senza chiedermi come sarebbe stato vivere il quelle case coi soffitti così alti e le maniglie d’ottone alle porte. Camminavo e pensavo a quando mi ci aveva portato a passeggiare la mamma nel natale del quarantaquattro per spiegarmi in qualche modo che mio padre non sarebbe mai tornato, era la mattina dopo che il postino aveva bussato per consegnare il telegramma. Ricordo ancora la sorpresa nel vedere quell’omone chiassoso e gigantesco restare zitto davanti a mia madre, leggermente piegata in avanti e scossa dai singhiozzi, e metterle una mano sulla spalla con delicatezza per poi andarsene verso altri portoni. Dev’essere stato così che ho cominciato a ballare, il tempo ha fatto il resto.
Ecco che la finestra si apre. Sempre lei, sempre con lo scialle grigio sulle spalle minute e lo sguardo immediatamente puntato giù in strada come se, dopo tanto tempo, stesse ancora aspettando qualcuno. La saluto, le dico buongiorno con un cenno del capo. Non l’avevo mai fatto; nessuno di noi l’aveva mai fatto.
Mi risponde con una voce un po’ stanca.
“Allora parte.” mi dice.
“Sì, parto.” balbetto sorpreso e mi chiedo come faccia a saperlo.
“Buona fortuna, e stia attento.”
“Starò attento, grazie.”
“Sa, la Svizzera è un bel posto, una volta ci sono stata. E’ gente un po’ strana ma capiscono subito chi ha voglia di lavorare e chi no.”
Non mi viene niente da dire. Ringrazio ancora e la vedo sorridere piano, come se capisse qualcosa e non volesse dirmelo, poi lascia il davanzale e rientra in casa.
L’Excelsior è sempre lì, con la serranda abbassata davanti al salone scuro e il pavimento pieno di cicche spente. Stasera Gigi e la madre spalancheranno le finestre, spazzeranno per bene e passeranno lo straccio, poi siederanno nella stanzetta dietro il bar e tireranno fuori la cena dalla pentola che hanno portato da casa, in attesa dell’orchestra e dei clienti della domenica.
Le sei e mezza. No, le scarpe non me le porto: le regalo a Sandro che tanto a Gigi non vanno, coi piedi che ha. Se proprio deve essere me le ricomprerò. Spengo la sigaretta e mi avvio verso casa: sarà meglio dormire un po’ prima di prendere il treno.


8.03.2008 Commenta Feed Stampa