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Stop Rewind Play

di Nicolò La Rocca

di Luca Fumagalli
bertiInizio
È quasi mezzanotte.
Stefano è sdraiato per terra, al buio, e guarda in tv le immagini di una vecchia partita di calcio. Un giocatore in maglia bianca attraversa tutto il campo palla al piede, arriva nell’area avversaria, tira, segna, continua a correre, esce dal campo e s’accascia esausto in fondo allo stadio.
Stefano stoppa il videoregistratore, manda indietro il nastro di un paio di minuti e lo fa ripartire. Il giocatore in maglia bianca ricomincia la sua corsa e segna ancora.
Stefano ripete l’operazione.
Dieci, venti, trenta volte. Poi blocca un fermo immagine del giocatore mentre sta per tirare e si alza. Accende la luce, prende un piccolo quaderno nero, una matita e si siede al tavolo. Prima di iniziare a scrivere riavvia il videoregistratore. Osserva il giocatore crollare stremato in ginocchio, schiaccia stop e spegne la tv.

Ventiseiesimo del secondo tempo
La sera del 23 novembre 1988, al ventiseiesimo del secondo tempo di Bayern Monaco-Inter, partita di andata degli ottavi di finale di Coppa Uefa, Nicola Berti segna un gol sensazionale e folle. Nello stesso instante in cui il centrocampista dell’Inter inizia la sua corsa, Giuseppe, padre di Stefano, si scuote dal torpore che lo prende ogni sera di fronte alla televisione e lo trascina in un sonno altalenante di almeno un paio d’ore. Appena seduto in poltrona, nel breve tempo che anticipa il sonno, Giuseppe si concentra in uno zapping forsennato e rituale tra i venti canali memorizzati nel televisore. Operazione che svolge in perfetta solitudine, perché il resto della famiglia (oltre al figlio, la moglie Maria), per evitare di perdere secondi preziosi del programma che sta seguendo, aspetta davanti all’apparecchio della cucina che Giuseppe si blocchi su un canale, s’addormenti e lasci incustodito il telecomando.
Uomo di pochissime parole, introverso e testardo, storicamente incapace di qualsiasi manifestazione, rumorosa o anche solo intuibile, di gioia, dolore o rabbia, quella sera Giuseppe si alza in piedi di scatto, spinto da chissà quale istinto e necessità, e spezza il flusso abitudinario delle sue serate. In piedi, alle spalle del figlio diciottenne e di due suoi amici, vede Berti superare la linea del centrocampo e mormora: “Quello lì non vorrà andare fino in porta…”.
La sua timorosa speranza si avvera alla lettera quando il pallone calciato dal nerazzurro, dopo 70 metri di corsa, s’infila in rete. A quel punto, nel salotto illuminato solo dai variabili riflessi del televisore, i tre ragazzi ammutoliscono dalla sorpresa e attendono almeno dieci secondi prima di gridare a squarciagola, voltarsi l’uno verso l’altro e abbracciarsi, strattonarsi, prendersi a manate sulla schiena per poi zittirsi e rivedere al rallentatore l’azione.
Dei tre, solo il figlio vede Giuseppe esultare. Mentre i suoi due amici festeggiano prendendosi a testate, Stefano si volta istintivamente verso suo padre, con la certezza di vederlo dormire come tutte le sere dentro il suo pezzo di divano. Invece Giuseppe è piantato davanti alla poltrona, le braccia sollevate ma non distese, il corto maglione di lana marrone che lascia scoperto il bottone slacciato dei pantaloni, le mani strette a pugno, un sorriso stentato sulle labbra.
È un’immagine rapidissima, scandita da un improvviso cambio di luminosità del televisore (dovuto al passaggio da una ripresa panoramica ad una a pelo d’erba), che Stefano nemmeno s’accorge di registrare in un lontano angolo della memoria, dove scivola, perde i suoi connotati reali (come accade a qualsiasi ricordo) e s’oscura.
Di quella sera resta poco da dire. Stefano torna a voltarsi verso la tv per guardare il replay; i suoi due amici fanno lo stesso; l’Inter vinse 2-0; Giuseppe, ancor prima che il Bayern rimetta la palla al centro, sprofonda di nuovo in poltrona e s’addormenta.

L’incubo della camera d’ospedale
“Ho smesso di sognare mio padre un paio di settimane fa. Da quand’è morto ho iniziato a fare un incubo ricorrente, ambientato nella camera del reparto d’ortopedia dove l’hanno operato.
Nel sogno entro in corsia e, nel silenzio, sento la gomma delle mie suole scricchiolare sul pavimento di linoleum grigio. Non c’è nessuno. Fuori da una stanza sono ammucchiate delle lenzuola sporche. Entro in quella di mio padre, ma il suo letto è vuoto e sfatto. In quello accanto non c’è neanche il materasso. Perlustro la stanza con la sguardo. Non c’è. Con uno sforzo colossale (ho l’impressione che la suole si siano fuse col pavimento) stacco un piede da terra e mi avvicino al letto. Sento singhiozzare, mi volto, lo vedo raggomitolato nell’angolo tra il muro e l’armadio. Senza occhiali ha le pupille piccole e lucide. Si tiene stretta al petto la gamba sinistra. La destra è abbandonata come un ramo secco, piegata a 120 gradi. Piange, si lamenta, chiede aiuto, cerca di strapparsi il catetere.
Provo a fare un passo verso di lui, allungo un braccio, ma appena mi muovo dalle sue labbra esce un grido altissimo che mi spacca i timpani e mi costringe a chiudere gli occhi. Quando li riapro l’incubo è finito”.

Una giocata che illumina da sola
questa splendida e maledettissima notte gelata
L’Inter gioca in maglia bianca e pantaloncini neri. In Baviera fa così freddo che in televisione le immagini appaiono leggermente sfuocate, come se stessero filtrando attraverso una patina di ghiaccio rappresa sui vetri delle telecamere. Un’impressione che si fa quasi certezza pochi secondi dopo il gol di Nicola Berti. Con la palla ormai in fondo alla rete tedesca, la regia passa immediatamente a una ripresa dal basso. Il fuoco dell’obiettivo è lontano, su Berti che continua correre e si dirige oltre la linea di fondo. Metà dello schermo è occupato dalla maglia numero 9 di Gianfranco Matteoli, che ha seguito l’azione piantonando la fascia sinistra. I contorni della sua figura sono confusi, ma si vede benissimo che alza le braccia al cielo e si volta verso la sua metà campo. È inchiodato al prato, come se stesse attendendo la conferma che quel che ha visto è vero e non se l’è sognato. Non sappiamo se qualcuno è andato a scuoterlo: la telecamera lo abbandona subito e torna su Berti, che non ha smesso di correre, ha aggirato e non saltato i manifesti pubblicitari (si noti bene: non li ha saltati), ha superato la pista d’atletica dell’Olympiastadium e si è accartocciato su se stesso, in ginocchio sopra uno striscione appoggiato sulla neve. Un solo interista ha avuto la forza di seguirlo: Bergomi, che gli monta sopra e dà l’impressione di volerlo rianimare.
La cosa incredibile da osservare non è tanto la corsa di Berti prima del gol, quanto quella successiva. Va avanti come se avesse ancora il pallone tra i piedi, non dà il minimo segno di esultanza, corre come se fosse condannato al moto perpetuo e si ferma solo quando non ha più spazio per proseguire. Sotto la curva crolla, si dimentica del gol appena segnato, pensa solo a respirare e si può immaginare che ci riesca a fatica: l’aria gelata gli avrà graffiato la gola e i polmoni. Rimane lì, accucciato come se stesse pregando, chissà per quanto: le immagini non ce lo possono dire. Il ritorno nella sua metà campo e gli abbracci dei compagni sono stati risucchiati dai replay che la regia ha mandato in onda. Quando finiscono, la palla è già a centrocampo e l’arbitro sta fischiando.

Replay
C’è Augenthaler tutto spostato sulla destra, a circa 30 metri da Zenga, che cerca di far passare un rasoterra verso il centro. Un pallone lento, senza fantasia e del tutto inutile, che Berti intercetta e trascina verso la metà campo avversaria.
Consideriamo che l’Inter è in vantaggio 1-0 fuori casa, mancano venti minuti alla fine della partita e la cosa più sensata da fare in quel momento sarebbe tenere palla, lasciar passare il tempo e andare il prima possibile a farsi una doccia calda. Invece Berti fa quello che nessuno avrebbe fatto: parte spingendo avanti il pallone come se fosse l’unica maniera per dare un senso alla sua esistenza.
Sono azioni di moda, in quegli anni. Ma quel che sta facendo Berti non ha niente a che vedere con la folle ispirazione di Maradona, che due anni prima in Messico percorse quasi la stessa distanza due volte in pochi giorni, dribblando mezza nazionale inglese, prima, e belga, poi. Quella dell’argentino era l’inarrivabile dimostrazione di forza di un’artista che può dire: “Lo faccio quando voglio”. Il gol di Berti è tutta un’altra storia: sembra lo sfogo di un’anima in pena, è la liberazione di un frustrato, il sogno di un bambino che una volta tanto diventa realtà. È la consapevolezza che un’occasione del genere ai comuni mortali capita una sola volta nella vita. Per questo, dopo aver segnato, lo stupore l’ha travolto, impedendogli di esultare e costringendolo a correre fino alla fine dello stadio per cercare di prolungare il più possibile quella sensazione strepitosa di essere invincibili.
Quando Berti arriva a centrocampo la situazione è questa: ha due compagni liberi sulle fasce; due tedeschi lo rincorrono restando distanti almeno un metro dalle sue caviglie; altri due se li ritrova davanti. È a questo punto che l’imprevedibile diventa possibile. Uno dei due difensori tedeschi s’allarga a coprire la fascia destra, l’altro affronta Berti che si ritrova chiuso tra tre avversari. Riesce non si sa come a scivolargli in mezzo, lasciandone uno per terra a guardarlo mentre va in porta.
Manca solo Aumann, il portiere, ma a chiunque (a Berti, agli interisti, ai suoi compagni, a tutto lo stadio, a chi guarda la partita in tv) la sua presenza appare un semplice dettaglio. Infatti riesce solo a sporcare il tiro del nerazzurro che, cambiando traiettoria, finisce in rete. Fine delle trasmissioni e di quanto è lecito ricordare di quel turno di Coppa.

Considerazioni sulla morte di Giuseppe
“Del funerale di Giuseppe ho poco da dire. Ricordo l’assurdo odore di arrosto che saliva dalle cucine della clinica e accompagnava i miei passi verso la camera mortuaria; una massa di mani senza volto che, a fine cerimonia, stringono la mia; la faccia inaspettatamente rassicurante dell’impresario delle pompe funebri; la frase detta dal prete alla fine della predica: “La maniera migliore di ricordarlo”.
Non è stato facile capire qual è. Ogni volta che credevo d’averla trovata mio padre arrivava nel sonno e mi spaventava al punto di farmi credere che lui è morto perché io l’ho abbandonato. Da qualche giorno, però, tutto è cambiato. Ho messo a fuoco un’immagine che non riuscivo a decifrare e che ha iniziato a prendere forma mentre Giuseppe moriva sotto i miei occhi.
In quel momento il mio cervello ha smesso di funzionare. Ero consapevole di dover star male, ma le mie emozioni erano congelate. Non sapevo che stavano correndo indietro nel tempo. Un paio di giorni dopo il funerale, mi sono svegliato, ho fatto colazione, come tutte le mattine ho dato un bacio a Cecilia e sono andato a lavorare. Non posso dire “come se niente fosse successo”. Era molto peggio. Mi sembrava che mio padre non fosse mai esistito. È in quel momento, forse, che l’ho abbandonato e lui ha preso a frequentare il mio incubo.
Giuseppe è morto come è vissuto. In silenzio, senza reagire, accettando con inaudita tristezza l’entropia che l’ha divorato per quasi vent’anni. Non l’ho mai sentito urlare, incazzarsi fino a bestemmiare, ridere al punto da perdere il fiato, dire che odiava qualcuno, che era stufo, che non ne poteva più delle 300 pastiglie quotidiane, dei colliri, del riuscire sempre meno a muoversi, deglutire, leggere. Giuseppe era un contenitore industriale di frustrazioni. Non sarei qui scrivere se, solo dopo l’operazione, l’avessi sentito tirare madonne a raffica steso nel letto da cui non si sarebbe più alzato; se l’avessi sentito mandare affanculo medici e infermieri; se anche solo a parole avesse reagito: “D’accordo, sto crepando, ma cristodundio, non mi sta bene che finisca in questo modo. E smettetela di dire che è meglio così, fottetevi voi e la vostra pietà da supermercato. Voglio vivere, cazzo: rotto, immobile, mezzo cieco, ma voglio vivere. Datemi le mie pillole, stronzi, aiutatemi a prenderle che se non lo faccio sono fregato, come fate a non capirlo?”. Invece niente. Silenzio, sempre silenzio e una fatale, spietata, genetica rassegnazione.
Viveva appoggiato come un ragno alla fragile ragnatela dei suoi mille riti giornalieri. Ogni minima variazione al suo programma causava un’ansia inversamente proporzionale.
Il giorno che gli hanno detto “Vada al Pronto Soccorso che forse si è rotto il femore” , se qualcuno si fosse preso la briga di guardarlo dritto negli occhi, avrebbe capito che stava per iniziare l’ultimo atto. Non si pensi che il femore gli si sia rotto cadendo. Avrebbe fatto troppo rumore. L’osso si è semplicemente tagliato in silenzio dopo essersi consumato fino al midollo.
Da lì alla sua morte sono passati 30 giorni, ma per lui era già tutto finito prima ancora di salire sull’ambulanza prenotata la sera prima. Nemmeno l’onore di una corsa a sirene spiegate, bloccando il traffico, sgommando in curva, superando a destra. Mio padre è andato a morire fermandosi a tutti i semafori.
In quel mese di ricovero è vissuto, sopportando una frettolosa e malriuscita operazione, perché non poteva farne a meno. Il suo sistema automatico di sopravvivenza si è spento alle 2 del pomeriggio di un venerdì di maggio, due anni fa”.

La maniera migliore di ricordarlo
“Oggi posso dire che mio padre è tornato a far parte di me. Ho capito che ho smesso di provare la benché minima emozione, trascinandomi a forza quasi ogni domenica davanti alla sua tomba, non certo per insensibilità e meschino odio nei suoi confronti. Stavo facendo altro. Ero impegnato senza saperlo a cercare “La migliore maniera di ricordarlo”: stavo cercando di scoprire l’ultima volta che l’ho visto felice.
Il mio viaggio all’indietro nel tempo si è concluso stasera. Fabio, un collega, mi ha prestato, su precisa richiesta, una videocassetta con i 100 più bei gol della storia dell’Inter (la squadra per la quale, alla sua maniera, Giuseppe tifava). Mi sono dovuto sorbire le immagini di 98 reti, prima di arrivare a quella che cercavo, perché, non lo sapevo, era la seconda in classifica.
La felicità non è uno stato duraturo della vita. Un uomo può dire quel che vuole, di essere una persona serena, ottimista, fortunata, ma nessuno è felice per sempre. La felicità è una questione di attimi. Per essere pura deve durare una frazione di secondo, il tempo necessario perché il mondo e il tempo s’annullino, e sospeso nel nulla rimanga solo il motivo di quella felicità. L’ultima volta che mi è successo di sentirmi felice così è stato quando mi hanno messo tra le braccia mio figlio Pietro, nemmeno cinque minuti dopo che era nato.
L’ultima volta che ho visto mio padre felice così è stato la sera del 23 novembre 1988, al 26’ minuto del secondo tempo di Bayern Monaco-Inter, quando Nicola Berti segnò una rete come non gli riuscì più di fare nella vita. Allo stesso modo Giuseppe, in quel preciso momento, mostrò tutta la sua felicità alzandosi in piedi ad esultare come mai aveva fatto e come mai più fece. Questa, per me, è la maniera migliore di ricordarlo”.

Fine
Stefano è in piedi accanto al letto. Nel buio della camera ascolta l’alternarsi dei respiri di Cecilia e Pietro. Attende che la vista si abitui all’oscurità, si spoglia e s’infila sotto le coperte. Rimane qualche minuto sdraiato con gli occhi puntati sul soffitto. Non pensa a nulla, il cervello svuotato da qualsiasi preoccupazione. Nel sonno Cecilia si volta verso di lui. Stefano si gira sul fianco sinistro e posa la testa accanto a quella della moglie. Per un attimo, sente la necessità di svegliarla, raccontarle tutto quanto, leggerle quel che ha scritto, farle vedere la videocassetta.
Non lo fa.
Avvicina il più possibile il viso a quello di lei, le sussurra qualche parola e le dà un leggerissimo bacio sulla guancia. Chiude gli occhi e s’addormenta.


7.03.2008 4 Commenti Feed Stampa