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Dieci volte Napoli fanno l’Italia intera

di Nicolò La Rocca

dieciScrivere di Napoli e più in generale del sud significa misurasi con un immaginario sclerotizzato, contendere questo universo a un’estetica e a una retorica che hanno delle regole inesorabili. Il primo obiettivo di uno scrittore meridionale è quindi sempre quello di non impantanarsi nel troppo già detto. Per fortuna in questi ultimi anni sono state battute strade interessanti: da un lato si è insistito sulla peculiarità delle esperienze, dall’altro si è provato a disertare i luoghi comuni. Andrej Longo con la raccolta di racconti “Dieci” (Adelphi, pp. 144, euro 15) dimostra come sia possibile scrivere del sud tenendone conto e nello stesso tempo superandolo. I personaggi di questi racconti – dieci come i comandamenti – agiscono cercando di ritagliarsi una propria identità nel melmoso brodo di Napoli; è quindi innegabile che siano meridionali, eppure anche se ci parlano di Napoli si ricordano di essere italiani, restano vivi, estranei ai cliché. Sono criminali che non escono di casa se non hanno al collo una piastrina con il nome e il gruppo sanguigno; casalinghe impegnate a tirarsi fuori da una vita ripetitiva e piatta; ragazzini che fanno abbassare gli occhi a chiunque incroci il loro sguardo; giovani frequentatori di discoteche trendy, che preferiscono girare il venerdì quando c’è meno gente e possono rischiare di meno, una provocazione, una rissa; ragazzine in fuga da nuclei familiari malati; riluttanti promesse spose di boss a cui non si può dire di no; cantanti invischiati nei compromessi di una carriera impossibile; giovani in fuga verso il nord. Sono esponenti di un proletariato che nelle aspirazioni e nei percorsi si è fatto piccola borghesia, fotografati mentre provano a divincolarsi dalle loro esistenze dolorose, le uniche possibili nello scenario urbano in cui vivono. E nonostante facciano di tutto per sottrarsi alle loro vicende, essi ne sono puntualmente travolti. Un promesso sposo non amato, un lavoro che prosciuga l’equilibrio familiare, un vecchio pensionato che improvvisamente non abbassa lo sguardo diventano i responsabili del loro fallimento. Ma questi ultimi, in realtà, sono soltanto carnefici occasionali, perché è lo stesso spazio sociale opprimente in cui vivono i personaggi il vero responsabile del loro fallimento, la colpa è di una società finalizzata solo a stabilire i rapporti di forza. Longo quindi ci parla di un imbarbarimento che riguarda l’Italia intera, ma è bravo nel declinare gli accadimenti nel contesto meridionale, consapevole che al sud le cose “accadono di più”.
In “Dieci” colpisce anche il linguaggio che pur essendo originale non esibisce eccentrici formalismi – vizio di molta scrittura meridionale. Questa scrittura agile ma dotata di una propria cadenza, che amalgama dialetto campano e italiano rifuggendo nel contempo da ogni forma di decorazione, non ha paura delle storie, le sa imbastire offrendo al lettore un disegno narrativo coinvolgente. Longo in ogni racconto riesce a creare un clima di attesa, i fatti e le questioni che si agitano in ogni storia sono ordinati in una trama efficace, priva di didascalie e pathos, rischi che stanno sempre dietro la porta quando ci si approccia a Napoli. Qui Napoli diventa una quinta nascosta ma sempre incombente, con la sua anonima periferia, le sue strade affollate da un’umanità disperata, il suo struscio nel centro storico e le sfide che a ogni semaforo ti ritrovi a dover vincere o subire con chi incrocia il tuo sguardo per farti abbassare gli occhi. La scelta di Longo di narrare in prima persona queste esistenze fa entrare il lettore nel vivo di vite reali. Vivi con questi personaggi lunghi pomeriggi fatti di niente, circondato da tinelli claustrofobici, desideroso di cambiare lo stato delle cose ma oppresso da troppi condizionamenti. Vivi con loro il tentativo di non lasciarti sfiorare dal marcio, ma ti ritrovi colluso con i boss, col potente di turno, con un parcheggiatore abusivo. E ti guardi intorno, timoroso che da un momento all’altro qualcuno ti possa coinvolgere, aggredire, afferrare per i capelli e metterti dentro qualcosa che tu non temevi. Ma scenari paralleli a quelli della città partenopea sono gli stessi comandamenti sullo sfondo dei quali sono organizzati i racconti. Scritti sulle tavole della legge di Napoli (e dell’Italia intera) configurano un nuovo mondo, dove i personaggi dei racconti, vivendo i comandamenti secondo la legge del contrappasso, riscrivono, con le loro vite, le regole di appartenenza alla società in cui viviamo. Ci dicono che Napoli è forse soltanto il coagulo, la metafora potente di molte contraddizioni che caratterizzano l’intera società occidentale. Solo che a Napoli queste contraddizioni si manifestano con maggiore intensità, con tinte più marcate. Napoli come laboratorio sociale per l’Italia intera.
In “Dieci”, in sostanza, dietro la lente di ingrandimento della napoletanità vediamo tutti tic, le abitudini e i comportamenti di una feroce società, la nostra.

Uscito su Queer del 3/02/2008- inserto domenicale di Liberazione


29.02.2008 Commenta Feed Stampa