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Lettera a Parmenide

di Luca Pettinelli

parmenideSono venuto ad Elea, tempo fa, ma non ti ho trovato. Sarà che sei sepolto da qualche parte, qui intorno, da 2500 anni, sarà che forse non ho cercato bene, non so. Camminavo tra i ruderi e l’erba alta, sfioravo muri e colonne con la mano alla ricerca di un segno, un’iscrizione, un “Parmenide è stato qui” inciso nella malta rossastra dei mattoni resa friabile dai secoli, ma niente. Tutto era fermo, silente, dimenticato. Una parte di me, quella cinica, ha pensato che quelle cose erano state messe lì dopo di te dalle infaticabili formiche-soldato romane; l’altra invece si beava al pensiero che i tuoi sandali avessero davvero calpestato quel selciato o che la tua veste avesse sfregato contro il marmo lucido della colonna, appoggiato com’eri durante una disputa o per ripararti dal sole.
2500 anni sono un’eternità, Parmenide, una quantità di tempo che faccio perfino fatica a immaginare. Non riesco a riempirli col pensiero e li contraggo fino a renderli digeribili. A te, che ormai sei solo polvere e pensiero, non deve fare un grande effetto, avvinto come sei da sempre e per sempre a quell’essere che tutto penetra e circonda. Tutto è uno, uno è tutto. Ricordo di aver sentito chiudersi il cerchio e di essermi seduto su un muretto sbrecciato a guardare la costa appena sfiorata dal tramonto alle mie spalle. Probabilmente mi sono acceso una sigaretta.
Ti ho pensato spesso in questi anni. Ho pensato alle tue parole e al significato che hanno dato loro i tuoi nemici. Niente speranza, niente redenzione, niente futuro. Il tutto e il nulla che si sfiorano col dito come Dio e Adamo nella Cappella Sistina, entrambi fardelli troppo pesanti da portare. Astrarre, nella filosofia come nella vita, è un gioco pericoloso: per spostare la griglia verso l’alto ci vuole un bel contrappeso e puoi ritrovarti a dover mettere nel piatto tutte le tue certezze perché le cose, poi, viste dall’alto sembrano tutte uguali. E’ di questo che avevano paura, amico mio, di trovarsi in quella posizione. Molto più sicuro restare sotto la gonna ampia dell’orizzonte conosciuto e magari, se si ha il potere per farlo, mettere fuorilegge la tua leva. Che non sappiano, che non vedano, che non capiscano di vivere in un set cinematografico con le facciate delle case tenute su da travi malferme, coi capi raffigurati da sagome di cartone. Che credano nel dovere, nell’obbedienza, nella nobiltà d’animo, nella provvidenza, nell’aldilà, nella patria e in Dio. Soprattutto in Dio. Che nessuno gli dica mai, come hai provato a fare tu, che Dio sono loro, perché allora si alzerebbe un vento da sradicare gli ulivi e scoperchiare le tombe. Che nessuno si azzardi ad instillare il dubbio che lì sopra non ci sia niente, che non esista qualcuno che tira i fili, che non vi siano volti dietro la maschera, che tutto è ciò che sembra proprio perché lo sembra. Avevate ragione voi, amico mio, con i vostri antichi dèi muscolosi, lascivi e assolutamente comprensibili. Altro che il pallore metafisico delle tue idee trasfigurate in farsa. E’ sempre stato lì davanti agli occhi, bastava vedere. Ogni cosa è qui, adesso, esattamente come è e tutto avrebbe potuto essere qualcos’altro. Siamo pietra, foglia, sangue, cielo, pensiero. E soli, Parmenide, siamo infinitamente soli. Tutto ciò che abbiamo è noi stessi e siamo convinti di non bastarci mai, isole perse in un oceano calmo e infinito con in comune solo la mera necessità di esistere. Questo è il prezzo che nessuno vuole pagare, questa malinconia che ti resta nelle ossa e nello stomaco finché respiri.
Adesso ti lascio, devo andare. Vedi, a ripensarci bene forse quel giorno ti avevo trovato, forse ti avevo sentito passarmi alle spalle come un’ombra leggera e sussurrarmi qualcosa all’orecchio. Qualcosa che suonava come un “Siamo liberi, dolorosamente liberi, e lo saremo sempre”. O forse era solo il vento tra le rovine, chi lo sa.


28.02.2008 4 Commenti Feed Stampa