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A che serve l’intelligenza?

di Stefano Sgambati

Non mi ricordo bene in merito a che cosa ma un bel giorno ho sentito in televisione qualcuno dire questa frase:

“Il bello dell’intelligenza è che…”

Questo qualcuno ha poi seguitato con lo spiegare alcuni concetti relativi, appunto, al bello, secondo lui, dell’essere intelligenti.

Lì m’è venuto da pensare, porca miseria. Ma, diciamoci la verità, che ci sarà mai di così vantaggioso nell’essere intelligenti? Essere intelligenti ha tutti gli svantaggi possibili: ti rende emotivamente partecipe a un sacco di cose, ti fa arrivare prima degli altri alle conclusioni, ti permette di essere altamente selettivo nei confronti del prossimo e delle cose che questo prossimo vorrebbe sbolognarti. L’intelligenza, peggiore dei mali possibili, certe volte ti consente, niente meno, di farti una carriera onorevole e profittevole e io, che sostanzialmente preferisco non fare niente al fare qualsiasi altra cosa, ho idea che una carriera onorevole e profittevole nasconda tantissime insidie, una su tutte la fatica che ci vuole per costruirsela.

Questo ragionamento, da solo, il quale mi consente di costruire l’equazione intelligenza=fatica, basterebbe per farmi prendere le distanze dall’intelligenza o, quanto meno, dalla falsità secondo la quale ci sarebbe del bello nell’essere intelligenti.

Essere intelligenti è una condanna abissale: pensandoci su un attimo, posso dire di non aver mai conosciuto una persona intelligente perfettamente felice. Tutti i felici che io conosco sono cretini. Oppure hanno fatto una brutta fine. Preferirei non fare nomi, naturalmente, ma posso dire che questa felicità assoluta professata in alcune canzoni cantautoriali italiane sia una puttanata. Oppure un colossale affare, a patto che, in cambio, venga consegnata alla natura, appunto, la propria intelligenza: il tipico intelligente è condannato all’infelicità permanente. Li riconosci per la strada, gli intelligenti: non ci sono cascati, in quanto intelligenti, e perciò non guidano alcun ridicolo SUV, però sono stanchi, hanno le borse sotto gli occhi e non godono del fatto che, grazie alla loro intelligenza, possono avere tutte le donne e le amicizie che vogliono. Non ne godono perché, in genere, non resta loro alcun tempo per potersi avvantaggiare di tale privilegio.

Lavorano, hanno responsabilità e molte volte una targhetta d’ottone recante il proprio nome sulla scrivania. Essere intelligenti è un investimento veramente poco conveniente in questa terra in cui vince chi ne sa di meno in assoluto: sfondare con la propria intelligenza costa una fatica incredibile, invece diventare immortali solo grazie alla propria cretinaggine è facilissimo e, soprattutto, molto più apprezzato.

Io non credo che grazie all’intelligenza uno possa arrivare dove ha deciso di andare in tempi molto più brevi, anzi. Credo che sia vero il contrario: perché l’intelligente, spesse volte, arriva ingenuamente a farsi scrupoli, invece il cretino no e mica per cattiveria: il cretino non ci pensa punto e basta. Perciò io, dovendo scegliere, e pur non avendo ancora capito molto bene di quale categoria faccia parte, preferirei di gran lunga essere un cretino. Me lo scriverei ben volentieri sul petto: “Perfetto cretino“. Senza contare che i cretini hanno molti più amici degli intelligenti: la vita dell’intelligente, secondo me, parafrasando Stefano Benni quando parla del puntuale, è un universo di solitudini immeritate. L’intelligente, parliamoci chiaro, fa anche un po’ di paura: uno ha sempre timore che questo intelligente qui, inevitabilmente, calato in un gruppo, spicchi, tenda a farsi notare, a discapito degli altri, i cretini, la maggioranza, e per questo, tac, manco viene invitato, lo si lascia più volentieri a casa.

Per tutte queste ragioni, e molte altre, non ho ancora ben capito cosa ci sia di bello nell’essere intelligenti. Io, potendo scegliere tra tutte le variabili possibili, vorrei essere uno di cui tutti riconoscono solo e solamente il gran culo.


26.02.2008 18 Commenti Feed Stampa