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Il sangue degli altri al Papyrus Cafè

di Cabaret Bisanzio

PapyrusOggi alle ore 18.00, al Papyrus Café di Roma (via De Lucchesi 28, nei pressi della fontana di Trevi) Alessandra Buccheri presenta il romanzo “Il sangue degli altri” di Antonio Pagliaro. Saranno presenti l’autore del romanzo e altri cabarettisti. (Forse persino il cavaliere Marcello Stacchia).

Chiedete a un critico o a uno scrittore da cosa si può riconoscere a prima vista se un romanzo è ben scritto e la risposta sarà, quasi sempre, la stessa: i dialoghi. Se tutti i personaggi parlano allo stesso modo – che si tratti di uomini, donne, bambini, salumieri o premi nobel – e soprattutto se tutti parlano come il narratore –lo scrittore raramente sarà un vero talento.

Basta aprire Il sangue degli altri per imbattersi in un dialogo magistrale, che sa di cinema e di teatro più che di letteratura, perché ne sentiamo gli odori, i rumori, il caldo umido. Quel dialogo è un certificato di garanzia, che ci mostra quanto dobbiamo aspettarci dalle pagine che seguiranno.

Il sangue degli altri non ha nulla a che vedere col romanzo di un esordiente. Non ha nulla di incerto, non c’è esercizio, non c’è mostra di sé. Tutto è misurato, calibrato, ogni parola è là dove deve essere, non c’è gioco stilistico ruffiano e fine a se stesso. Il sangue degli altri è un romanzo maturo, scritto con lo stile di chi ha imparato a scrivere da grandi maestri e lo fa con sincerità, con amore per il lettore ma con amore ancora maggiore per la Scrittura, quella da cui tutti pretendono molto ma a cui pochi sono disposti a dare.

Il sangue degli altri è vero, come può esserlo un pezzo di pane con olio e basilico o un taglio s’una mano, che brucia. È vero perché ci fa sentire tutto senza quasi usare aggettivi, senza dilungarsi in inutili descrizioni. Bastano poche parole perché tutto sia lampante, come bastano un filo d’olio e un po’ di pomodoro a rendere squisito un pezzo di pane secco.

Dovrei spendere almeno un paio di parole sulla trama, che c’è e da sola reggerebbe, forse, anche a una cattiva scrittura. Ma lo ha già fatto egregiamente Nicolò La Rocca in una bellissima recensione su «Nazione Indiana» (dalla quale emergerà come non ci fosse nessun bisogno della mia…) che, anche a detta dell’autore, coglie appieno lo spirito del romanzo. Mi sento di dire solo una cosa. Laura Schiavini, della quale sto leggendo in questo momento La fortuna è un talento, fa dire a un suo personaggio che non ci sono contemporanei che meritino perché “non hanno più storie da raccontare e usano lo stile per mascherare la mancanza d’idee”. Leggendo queste parole ho ritrovato una mia convinzione, il mio pensiero scritto nero su bianco. Una convinzione, un pensiero, che ho dovuto rivedere leggendo Antonio Pagliaro.

Il romanzo di Pagliaro è da considerarsi un giallo, perché ci sono dei morti e s’indaga su degli omicidi. Non m’intendo di gialli, ne ho letti pochissimi nella mia vita, quindi non esaminerò oltre questo aspetto. Conosco abbastanza la letteratura, però, per poter dire che qui non siamo affatto nella cosiddetta “letteratura di genere” (o paraletteratura, come la chiamano gli addetti ai lavori). Non aspettatevi Fleming: qui non si accontentano le aspettative di nessuno, anzi, semmai, il lettore rimane con amare delusioni fra le mani quando chiude la quarta di copertina per l’ultima volta. Perché oltre che di morti e di indagini Pagliaro parla di guerra: la guerra cecena, il terrorismo, la nuova Russia e i nuovi paesi dell’Est. Mostra le squallide realtà, le orribili vendette e gli inverosimili soprusi. E sappiamo tutti che non c’è niente di inventato. Tutto vero. (“Ti giuro vero!” direbbero i personaggi del libro, col loro delizioso accento palermitano che fa sorridere per tutta la lettura, e il lettore più volte vorrebbe risponderebbe “’un ci criu”, ma più spesso si limita a scuotere la testa, inorridito). Solo che queste cose non fa comodo raccontarle e così, per apprenderle, dobbiamo scoprire i giovani talenti su Anobii, oppure rimanere ignoranti.

Questa riflessione mi porta a un ultimo aspetto che vorrei sottolineare, ovvero la presenza continua, pressante, stancante, fastidiosa, della società contemporanea. Operatrici di call-center (che odiamo per tutto il romanzo, salvo scoprirci meschini quando l’autore sposta di poco la prospettiva nelle ultime pagine), aperitivi, suv in pieno centro di Palermo, ragazze come veline che parlano “con le parole di vetro, trasparenti, le parole senza nulla dentro”, e soprattutto la televisione: una presenza costante che non si può nemmeno definire vuota. Una presenza pericolosa, piuttosto, che anestetizza i cervelli con programmi inutili, commenti superficiali, una totale assenza di analisi e una reiterazione di modelli di comportamento che poi la gente assume nella vita “vera”.

Ma la società è anche la Sicilia, che Pagliaro ama (potrebbe fare altrimenti?) e si sente, ma non per questo dipinge diversa da com’è. Le spiagge che sono belle solo viste da lontano, perché non ci si deve fare largo tra lattine di birra e cartoni della pizza; Palermo che è una creatura ansimante, tenuta in vita dall’amore di chi ci vive e la conosce, e che lotta contro tutto per resistere; i protagonisti, come il tenente Cascioferro, che sono persone per bene – come ce ne sono tante in Sicilia – ma che restano pur sempre palermitani, coi loro difetti e i loro limiti, che ce li rendono irresistibili.

Il sangue degli altri (il titolo, per i curiosi, è un verso di una poesia di Fortini) non è uno di quei plichi di carta stampata che blatera di cellulite, piselli e prugne secche e che trovate in ogni evento mondano in tv. Antonio Pagliaro, probabilmente, non verrà mai invitato dalla Bignardi, non sarà ospite di Costanzo, non ne leggerete la pubblicità sulle prime pagine dei quotidiani. E forse è questo che lo rende un grande scrittore: Pagliaro scrive, racconta, informa, fa riflettere. Tutte cose, a quanto pare, assolutamente demodè.

Elisa Bolchi


8.02.2008 3 Commenti Feed Stampa