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Il ritorno di Fincher

di Edo Grandinetti

ZodiacSettimana scorsa, ho visto Zodiac di David Fincher, film uscito lo scorso anno, e che rende almeno un po’ datato, se non del tutto inutile, questo post. Il problema è che qui, in una cittadina della provincia del sud, non abbiamo la fortuna di avere grosse scelte cinematografiche. Ci sono due cinema, e il massimo che si può chiedere è un film della Pixar. Mi ritengo dunque giustificato. E in ogni caso potete sempre evitare di leggere il post, mica vi obbliga nessuno, tzè. Anzi, sono offeso, quasi quasi non scrivo più. No, dai, proseguo. Ma solo perché sono buono.

Dicevo, ho visto Zodiac. A dire il vero, l’ho visto due volte. La prima volta, però, era una bufala, e colgo l’occasione per inviarvi questo monito: state attenti a cosa affittate/scaricate, esistono due versioni di Zodiac, e una delle due, quella non-di-Fincher, è piacevole quanto un discorso di Bonaiuti di Forza Italia. La cosa buffa è che, quando l’ho vista, non avevo mica capito che non era di Fincher, e giù, quindi, con i bestemmioni sulla fiducia tradita. Perché chi scrive è un fan del regista di Fight Club al punto tale che si è fatto piacere anche un puro esercizio di stile come Panic Room. Per fortuna, qualche giorno dopo, in una pubblicità di un DVD, ho scoperto che il film che cercavo era un altro, tornando a sperare.
Speranza che non è stata disattesa.

Fincher riappare nelle sale dopo cinque anni, e lo fa tornando là dove aveva cominciato con Seven, narrandoci la storia di un serial killer.
Siamo a cavallo tra gli anni ’60 e i ’70, negli USA. Un pazzo che si fa chiamare Zodiac rivendica una serie di omicidi e aggressioni, senza nessun legame e nesso logico, scrivendo alla redazione del San Francisco Chronicle. La storia è vera e non nuova per il cinema (Don Siegel, Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo). Per questo le difficoltà di Fincher non dovevano essere poche. Rendere accattivante una storia già vista, senza scadere nel remake, è un compito arduo, che necessita di innovazione. L’unica cosa è adottare un nuovo punto di vista. A Fincher riesce particolarmente bene. Anche perché, il film, di punti di vista, non ne ha solo uno. E’ un’esposizione corale, la sua. Si parte dalla provincia e dal killer, si passa alla redazione del Chronicle, si attraversa la polizia di San Francisco, si approda a Robert Graysmith, vignettista del Chronicle che si appassiona al caso, arrivando a scriverne un libro (Zodiac, appunto, da cui Fincher ha tratto il film). L’uso di diversi punti di vista permette al regista di affrontare i temi a lui più cari. Fincher ha una passione smisurata verso gli atteggiamenti schizoidi, e anche questa volta non si nega la possibilità di mostrarlo. Zodiac è un’ossessione prima della polizia, poi del vignettista, fino a diventare parte integrante della loro vita. Questo mentre il killer rimane senza volto, senza voce per tutto il film. Sono i protagonisti a calarsi nei suoi panni, leggendone le lettere, analizzandone i movimenti, gli errori, l’esistenza.
Dandogli voce, vista, corpo.

La regia segna il passaggio a una maturità quasi definitiva. L’uso della macchina da presa di Fincher è merce rara. Spazio e tempo vengono manipolati con estrema facilità, nonostante un apparente abbandono del suo tipico ritmo ipercinetico, che appare solo di rado. Assistiamo spesso a lente carrellate, e a volte si ha l’impressione di essere di fronte a un vero e proprio documentario, che non allontana lo spauracchio di momenti di stanca (il film è anche piuttosto lungo). Almeno nella prima parte. Perché Fincher ha il vizio di creare nette scissioni a metà film. Il ritmo accelera e la telecamera si fonde con la mente dei protagonisti, che col passare degli anni sentono aumentare l’ossessione-Zodiac. Qui i virtuosismi non mancano. C’è una scena fincheriana d.o.c., quando Graysmith sente salire la passione verso il caso, e nel suo sguardo appaiono ovunque i codici criptati che Zodiac manda al Chronicle nelle lettere. Una scena che mi ha ricordato Edward Norton nella sua casa-catalogo-di-Ikea in Fight Club. Ma i virtuosismi veri sono negli episodi di tensione, dove non diventano mai esibizionismo tecnico. Fincher ha come pochi la capacità di paralizzarti. Sembra nato per rendere tesi. Peccato non abbia fatto il serial-killer, nella vita, secondo me avrebbe avuto grande fortuna.

Ora però mi fermo, la tentazione spoiler è prossima.
Tanto si è capito che il film mi è piaciuto.
Speriamo solo non passino altri cinque anni senza un film di Fincher.


6.02.2008 4 Commenti Feed Stampa