Cabaret Bisanzio, laboratorio di finzioni > Letture > Il patrimonio Roth

Il patrimonio Roth

di Marco Di Porto

Vibrantemente intelligente e maturo, profondo e al contempo leggero, mai melenso anche se mosso da sincero amore (sebbene, sul finale, l’autore non si risparmi il senso di colpa per aver sfornato l’ennesimo libro parlando di persone e questioni private). Patrimonio, l’ultima fatica di Philip Roth, che ormai sforna romanzi di grande spessore come fossero noccioline e la cui personalità e cifra stilistica è, come per tutti i grandi scrittori, immediatamente riconoscibile (un mix di cinismo, anti-buonismo, schiettezza, retroterra ebraico e gusto per l’ironia sugli ebrei, voglia di stupire, orrore per qualsiasi tentativo di poetizzazione del quotidiano), è un romanzo – il secondo nel giro di pochi anni – sulla morte.

Questa volte, a morire, è il padre di Philip, Herman Roth, ottantaseienne che si ammala di tumore al cervello, e la cui lenta discesa verso l’agonia di una debilitazione progressiva e dolorosa è l’oggetto principale del libro. La morte di un padre novantenne, Roth lo sa bene, non è una tragedia, e si inserisce a pieno titolo nel normale corso dei fatti della vita. Ci si può anzi dire fortunati nel vedere il proprio genitore campare così a lungo: la longevità di chi ci ha messo al mondo fa bene, dà sicurezza, e nella maggior parte dei casi significa che chi ci ha creato ha avuto una vita non troppo dura, non troppo triste e anzi, magari, piena e soddisfacente (in genere chi vive male e infelicemente, a novant’anni non c’arriva): un insieme di caratteristiche che i figli sperano possano essere ragionevolmente replicate nella loro esistenza, con tutte le variabili di caso e destino.

Ma la morte del padre è comunque la morte del padre: con il carico di simboli e domande che si porta appresso. La materia di cui è fatto Patrimonio è infatti, principalmente, questa: non il dolore per la perdita, vissuta pacatamente perché, in effetti, Philip Roth non poteva sperare di avere un padre migliore, e perché il rapporto padre/figlio è ormai pacificato, risolto; ma l’esperienza simbolica e umana, universale, della perdita del padre. Nel libro c’è una scena molto bella in cui Roth (che in questo libro non si camuffa da Portnoy o Zuckerman, ma parla proprio di sè) è in un taxi e scambia due chiacchiere con il conducente, un energumeno tatuato e rude, che gli comunica (Roth per l’occasione finge di essere uno psichiatra) le sue angustie, dovute al suo pessimo rapporto coi genitori e in particolare col padre, che l’energumeno dice di aver odiato e di aver indirettamente contribuito ad ammazzare. Poi l’energumeno/parricida confessa a Roth di aver vissuto, e di continuare a vivere, una brutta vita. Il personaggio/Roth rimane assai colpito, e inizia a riflettere sulla diversità della sua situazione (nonché sulla sua fortuna). Lui il padre non ha mai avuto bisogno di ucciderlo, perchè il legame tra i due è stato bello: Herman ha fornito al figlio gli strumenti per crescere e per non aver bisogno, in definitiva, di ucciderlo sul serio o di rompere violentemente, ma di farlo fuori solo simbolicamente, diventando in grado di vivere la sua vita. Mentre il tassista, che il padre lo ha ucciso “realmente”, mai riuscirà a risolvere l’enigma insoluto della sua esistenza, destinato al rimorso e all’infelicità per non aver mai sistemato dentro di sé un tassello fondamentale.

E’ questo il tema centrale del libro: l’importanza dei Padri, del rapporto con essi, e il fatto che ciascun essere umano, per campare in modo decente, debba risolvere la simbolica del rapporto coi propri genitori. Non a caso il libro si chiama Patrimonio: che sta a indicare, ovviamente, non il patrimonio materiale lasciato da Herman Roth ai suoi figli (esiguo, e comunque intrinsecamente insignificante), ma quello morale, spirituale, affettivo, di insegnamenti: la cui ricchezza è inestimabile.


4.02.2008 4 Commenti Feed Stampa