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Sotto un treno (incontro con Marc Esposito)

di Angelo Petrella

marc espositoIncontro Marc Esposito in un bar nei pressi di piazza Bellini, pieno centro di Napoli. I segni della semi-alluvione di questa notte ormai sono irreperibili e le poche pozze d’acqua fangosa e “munnezza” superstiti emanano un odore fetido. Tra tutti i turisti c’è chi storce la bocca e chi il naso, ma Marc sorseggia quieto il suo tumbler di J&B. «A Parigi è peggio. Da quando è arrivato Sarkozy i servizi sono regrediti. O forse sono io che ho una soglia della tolleranza più bassa: sto diventando un bastardo gollista». Da quando l’ho conosciuto, Marc non ha mai perso un’occasione per dire quello che pensava. Come a Cannes, dove era accreditato per una rivista di poco conto, nel vedere Vincent Cassel gli gridò: «Ti sei sposato quella stronza! Ora sono cazzi tuoi». I giornalisti, tutti allibiti; Cassel rideva mentre i buttafuori lanciarono Marc dalle scale di servizio. Chi lo avrebbe mai detto che era proprio lui “l’écrivan le plus grand, le deuxiéme, just aprés Céline” come mi disse chi me lo presentò quel giorno, al Bistrot des artistes nel centro di Parigi.
Marc non ha avuto la stessa fortuna, almeno finora: quattro romanzi all’attivo – di cui l’esordio clamoroso subito tradotto in Italia ed esaurito (Sotto un treno, Pironti, 1996) – due raccolte di poesie e una serie innumerevole di sceneggiature per la televisione. «Il cinema no, non mi interessa. Gli unici film che guardo sono dei vecchi VHS di Federico Fellini. Perché? Perché il cinema è profondamente noioso, almeno quello di oggi. E poi non ti puoi ispirare ai film: vedi quelle tremende boiate di Tarantino e di Scorsese. Ormai copiano gli uni dagli altri. Non c’è più speranza». È strano sentirlo parlare così, dal momento che Daniel Auteuil e Mathieu Kassovitz se lo contendono da anni per firmare una sceneggiatura che tratti della sua vita. «Non è vero, volevano solo un soggetto. E non volevano pagarmi – ride Marc – ma non so se lo farò, sono troppo impegnato con il nuovo romanzo».
La vita di Marc ricorda quella di uno scrittore del Novecento. Ma, data la sua giovane età (32 anni a settembre), non si può dire che non appartenga soprattutto al nuovo millennio. Nato da padre italiano e madre francese, viene abbandonato da quest’ultima in orfanotrofio ad appena 3 anni, dopo la morte del padre, nel 1979. Cambia 12 istituti scolastici in giro per l’Algeria e la Francia, fino a conseguire non senza tribolazioni il diploma e poi iscriversi all’università. Ma all’età di 19 anni abbandona improvvisamente e si arruola nell’esercito, per disertare dopo pochi mesi di leva e rifugiarsi in Messico. «Quei figli di puttana in caserma non mi permettevano di bere. Un vero inferno. C’etait degueulasse!» grida, spaventandomi e facendo girare buona parte degli ultras che siedono sulle panchine. Ho paura che si accorgano della sciarpa che Marc porta al collo. I colori inconfondibili del Paris St. Germain: «Odio il calcio, ma amo la violenza. La mia squadra è composta da bastardi nazisti, ma sanno picchiare bene e mi ci adeguo». È strana la sua frase, soprattutto perché sul polso destro c’è tatuata una falce e martello con tanto di stella rossa.
Come scrive Amélie Nothomb nella introduzione al suo ultimo romanzo, ci vogliono almeno tre giri di interpretazioni per capire quello che veramente Marc intende dire. E infatti, in “La gueule de bois” (Mercure, 2006) il protagonista è un pescatore che vive nelle Ardenne ed è alla frenetica ricerca della gamba amputata di Rimbaud, convinto che alcuni poeti parnassiani l’avessero imbalsamata e conservata in vista della resurrezione dei morti. Prima di capire che dietro l’apparenza comica si cela una tragedia, e prima di capire che dietro la tragedia si cela una riscrittura niente meno che dell’”Orestea”, l’occhio non attento deve allenarsi a leggere i dettagli celati dietro «le parentesi, perfino dietro una virgola». L’apertura alla molteplicità del testo in Esposito fa venire in mente i racconti-saggio di Borges, che non a caso resta una delle sue fonti d’ispirazione assieme a Jean-Patrick Manchette: «Il sogno della mia vita è riscrivere uno dei libri della Bibbia capovolgendolo e proiettandolo in un presente di diseredati, ubriaconi, tossici e figli di puttana. Pensate solo voi di avere la spazzatura, la camorra e queste stronzate? Vatti a rivedere i film di Vigo o a rileggere Jarry. Era tutto là, tutto là…». Prima di obiettare qualcosa ci penso tre volte, anzi quattro, una in più di quanto necessitino i suoi libri. L’ultima occasione in cui qualcuno gli ha obiettato qualcosa è stato a un reading poetico in Cornovaglia, dove Marc ha legato un critico alla sedia, gli ha versato una bottiglia di vodka addosso e poi si ha cominciato a succhiargli la camicia. E’ strano vedere che i personaggi dei suoi libri, in realtà, sono tratti solo da se stesso: come il medico impazzito di Midi (Gallimard, 1998) o il personaggio di Jean-Jacques, dell’omonimo ciclo di poesie ancora inedite.
La vita di Marc, dalla diserzione, non è stata più la stessa: «Dal Messico, dove ho lavorato per 6 anni fino a che non finì il processo, me ne andai a malincuore. Ma sapevo di dover tornare in Francia e parlare delle mie periferie, le banlieux che voi aberrate ma da cui in realtà parte l’energia che travolge la cultura europea. L’Ile-de-France ricorda Napoli e poi… Ma ora basta con quest’intervista, mi sono rotto le palle». Non posso che trascrivere le parole che lui mi detta con un sorriso amaro. Dietro il suo linguaggio si cela una vita presa a pugni, che lo ha preso a pugni. Ed è questo il fascino della sua scrittura, che non arretra, che può cadere nello sconcio o emigrare nel metafisico. Ma che non appare mai falsa. Gli strappo di mano la copia di “Sotto un treno” che lui stesso stava strappando, gli nascondo la sciarpa nella tasca della giacca e lo trascino via dalla piazza, via dagli ultras che ormai ci guardano inferociti. «Salauds!», urla. Gli ultras mi chiedono di tradurre e io mento: «Saluti!». Sembra proprio la scena del suo libro, quando il soldato torna dall’Algeria e si butta in mezzo a un gruppo di algerini urlando «Ero un soldato». La tragedia e il comico si fondono. Oltre Kafka. Oltre il Novecento.


18.01.2008 5 Commenti Feed Stampa