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Fuori dal tempo

di Sauro Sandroni

Se c’è una cosa della mia adolescenza che mi è rimasta nella mente, questa è la visita dei tre giorni per il militare. E la cosa che più mi è rimasta impressa, dei tre giorni (che poi sono due, non tre), è il questionario a cui ti fanno rispondere. Ci sono acune domande che fanno paura, senza voler esagerare. Sono domande alle quali bisognava rispondere vero o falso. “Talvolta molesto gli animali”; “Qualche volta la mia anima lascia il mio corpo”. Non sto scherzando, eh? Tutto vero. La domanda più famosa, che i fratelli maggiori tramandavano ai minori come se fosse il segreto dei Templari, era la famosa concatenazione “fiori/fioraio”. Dovevi stare attentissimo, perchè se sbagliavi quella, dicevano, ti rinchiudevano nel manicomio militare con i mitici pastori della Sila, quelli che secondo la leggenda avevano sbranato un sergente istruttore durante il C.A.R. a Udine, caserma Spaccamela. La concatenazione era la seguente. Ad un certo punto del questionario, con noncuranza, magari dopo averti chiesto se eri mai stato posseduto dagli spiriti maligni (domanda n. 24), o se una volta alla settimana ti sentivi improvvisamente tutto caldo senza alcuna ragione (n. 44), ti chiedevano a bruciapelo: “mi piace essere un fiorario”, vero o falso. Tu rispondevi e andavi avanti: “vero” se ti sarebbe piaciuto fare il fioraio (dice guadagnino un fottio), “falso” se non te ne poteva fregare di meno. Poi, dopo averti domandato se ogni tanto rimandavi a domani quello che potevi fare oggi (n. 77, non sto scherzando), o se vedevi intorno a te cose, persone o animali che gli altri non vedevano (96, tutto vero), ti chiedevano: “mi piace raccogliere fiori o coltivare piante in casa”. Ed eccoci arrivati al trappolone: dicevano i fratelli maggiori che se alla domanda di prima avevi risposto che non ti piaceva fare il fioraio e a questa rispondevi che ti sarebbe piaciuto coltivare fiori (o il contrario), andavi dritto dallo psicologo dell’esercito. Capito come funzionava?

– Ti piace fare il fiorario?
– Non me ne pole frega’ di meno.
– Ah, ok, Neppure a me. Senti, ma du’ fiori? Li coltiveresti, du’ fiori?
– Mah, du’ fiori, quasi quasi… ha’ voglia te! Poi li regalo alla mi’ mamma!
– Sì? Te allora non sei sano. Psicologo! Marsch! No-pì, no-pì, no-pì…

Capito come funzionava? ti coglievano in fallo e zac!, segnato a vita. E tutto questo magari perchè te, prima che andare a lavorare alla Piaggio avresti fatto di tutto, compreso vendere la merda alle mosche. Figuriamoci fare il fioraio (che secondo me è meglio che vendere la merda alle mosche)! L’avresti fatto al volo, il fioraio, anche se a te dei fiori, diciamolo, non te ne fregava una bella sega nulla. Ma loro, no, l’Esercito Italiano era lì per individuarti e segnalarti alla società. “Questo giovine qui vuole fare il fiorario nonostante dei fiori non giene cali alcunchè: lo si prenda, dunque, e lo si tragga in ceppi”.

Che, poi, a dirla tutta, sull’associazione “fiori/fioraio”, c’era anche qualche altro dubbio. Circolava la voce, infatti, che bastasse rispondere “vero” ad una sola di queste due domande per rimanere fregato.

– “Mi piace fare il fioraio”, vero/falso.
– Vero.
– Come, come? Ho capito bene? “Vero”?!
– Eh, vero. Perchè, che ho detto?
– Oh, marescia’, a questo ci piace fare il fiorario: è un FINOCCHIO!

Se tornavi dalla visita dei tre giorni con quella nomèa lì, la tua vita era segnata. Saresti dovuto emigrare in Scandinavia, perchè dalla mie parti vogliamo bene a tutti, ma non siamo ancora molto avanti per certe cose (purtroppo). Non so se rendo.
Ricordo ancora il mio amico Alessio. Ci giocavo insieme a pallone e avevamo fatto insieme la prima e la seconda superiore. Eravamo partiti insieme, una mattina d’estate, da Pontedera, col treno, diretti al distretto di Firenze. Ricordo il suo sorriso quando, dopo aver finito il questionario, fu prelevato da due militi dall’espressione spenta e dallo sguardo vuoto.

– Alessio, ‘ndo’ vai? Dove ti portano?
– Mah, dice mi devono fa qualche domanda sul questionario. Oh, bimbi, aspettatemi, ché tra poino torno, si va a fa’ colazione!

E Sorrideva, Alessio. Sorrideva sempre. Non lo rividi più. Il giorno dopo, mentre eravamo tutti in fila, in mutande, aspettando che un tenente medico sudaticcio e con la barba ci tastasse i coglioni, la sua assenza non passò inosservata.

Io: Oh, ma Alessio? Ma ‘ndove cazzo è?
Aspirante alla leva X:
Come, non la sai?
Io: Non lo sai che? Che gli è successo?
Asp. X: Deh… l’hanno mandato dallo psicologo, ioboia.
Io: No, dallo psicologo? Ma allora è matto? No, Alessio…
Asp. X: Eh, cosa ti devo di’? Pare che abbia sbagliato du’ o tre domande di troppo.
Io: Tipo?
Caporalmaggiore (urlando): Oh, sbarbati del cazzo! Muti dovete stare! Il primo che riparla gli rompo il culo!
Asp. X (sussurrando, con lo sguardo bassissimo): Dice che abbia sbagliato subito la prima.
Io: No, la prima? Ma qual’era, la prima?
Asp. X: Deh, qual’era… “ti piacciono le riviste di meccanica”?
Io: No…
Asp. X: Deh, no… sì. Ha risposto di no. Ti rendi conto?
Io: No, non ci credo. Ma via, Alessio proprio non ce lo vedo… puttanaeva, era fisso a trucca’ il Ciao… com’è possibile che abbia risposto no?
Asp. X: Eh, ma questo ‘un è niente. Dice che abbia detto “vero” alla domanda “a volte mi arrabbio”!
Io: Ma dai, te mi pigli in giro…
Asp. X: Te lo giuro! E fosse il male di questo! Ha risposto “vero” anche a “mi piace il teatro” e “qualche volta le barzellette sporche mi piacciono”! E ha risposto “falso” a “credo di essere pedinato” e “Se parecchie persone si trovano nei pasticci, la miglior cosa che possano fare è di mettersi d’accordo su una versione dei fatti e mantenerla in ogni caso”! Ti rendi conto? E’ sbroccato!
Io: Basta, stai zitto! Non dire altro!
Asp. X: Eh, non dire altro… abbiamo giocato a pallone con un pazzo, ti rendi conto? E lo sai qual è la cosa l’ha davvero fregato?
Io: No. Cosa?
Asp. X:
Alla domanda “mi piacerebbe fare il soldato”…
Io: Eh…
Asp. X: Ha risposto “falso”.

Rimasi impietrito. Solo il caporalmaggiore, che mi urlò in un orecchio “cazzo fai, spina di merda, vai avanti che la fila scorre, rincoglionito” riuscì a scuotermi e a farmi percorrere quei pochi passi che mi separavano dalla mia patriottica e sacrosanta tastata di palle.

Io, poi, il militare non l’ho mai fatto. Mi riformarono per una spondeolistesi alla colonna vertebrale. Gli portai le lastre, ma non si fidarono. Me le rifecero loro, e la spondeolistesi c’era ancora (e ancora c’è), e allora mi riformarono. Comunque, anche se mi avesser preso, avrei fatto il servizio civile.

Quando penso alla mia visita per il militare, mi vengono subito in mente quelle due mattine d’estate, quando eravamo poco più che bambini e si prese il treno che ci avrebbe portato a dover rispondere “falso” alla domanda “fantasmi o spiriti possono influenzare le persone sia nel bene che nel male”, o “vero” a “mi piace riparare le serrature”.

Se volete farvi un’idea di quali fossero le domande del quiz del militare, ne parlano in questa discussione su questo forum. C’è l’elenco intero. Non vi sto poi neppure a citare la canzone dei Bluvertigo, “Fuori dal tempo”, quella che dal questionario ha tratto profonda ispirazione. E’ abbastanza conosciuta. Sono contento di sapere che ai miei figli, se mai ne avrò, nessuno chiederà mai se, nel caso fossero pittori, piacerebbe loro disegnare dei fiori, verofalso.

P.S.
Al mio bar circola una leggenda. Pare che Alessio sia tornato, qualche anno fa. Sembra che qualcuno lo abbia rivisto, una mattina, per pochi minuti. E’ arrivato al bar, sorridendo, ed è entrato dentro come se niente fosse, come se non fossero 15 anni che nessuno lo vedeva più. Ha guardato tutti, in silenzio. Molto non lo hanno neppure riconosciuto, perchè era tutto scarmigliato. Poi, quando è sceso il silenzio, ha detto: “Ho avuto esperienze molto strane e insolite, vero”. Non volava una mosca. “Penso che la maggior parte delle persone mentirebbe per farsi strada nella vita, vero”. I clienti del bar si sono guardati. “Alessio…” ha provato a dirgli uno, ma lui lo ha interrotto. “Quando ero bambino facevo parte di un gruppo di amici in cui si cercava di rimanere uniti di fronte a qualsiasi tipo di avversità, falso.” Qualcuno ha iniziato a piangere, commosso. “Alessio, cosa ti hanno fatto?” ha chiesto il barista. Tutti lo guardavano. Molti si erano alzati ed erano rimasti impietriti, a bocca aperta. Nessuno aveva il coraggio di parlare. Poi il Luschi, un vecchietto che ci conosceva tutti e che quando s’era piccini c’ha preso un mucchio di volte a scapaccioni perchè si faceva casino quando loro giocavano a carte, ha trovato la forza d’animo per dirgli: “Alessio, ma come stai? Che ti succede?”.
Io non ero presente, ma la sua risposta me l’hanno raccontata. Ancora oggi non so se crederci, tanto fu terribile. “Talvolta, quando sono imbarazzato, comincio a sudare e ciò mi dà molto fastidio. Vero”. Poi se n’è andato. E nessuno, davvero, lo ha mai più visto.


7.01.2008 8 Commenti Feed Stampa