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L’antimafia, ma anche la mafia

partito democraticoNel 2001 Mirello Crisafulli fu ripreso dalle telecamere dei carabinieri all’hotel Garden di Pergusa mentre incontrava l’avvocato Raffaele Bevilacqua. Parlarono di affari e politica. Parlarono di un campus universitario da realizzare a Enna bassa, un business da 120 miliardi. “Se sono amici miei, sono anche amici tuoi” – diceva l’avvocato al politico.

Raffaele Bevilacqua era l’uomo di Provenzano nella provincia di Enna. Sembra che abbia persino partecipato a una riunione della cupola nel 1991, quando si decise di uccidere Falcone e Borsellino. Nel 2006 è stato condannato per associazione mafiosa.

Il procedimento contro Crisafulli per concorso esterno in associazione mafiosa è invece archiviato perché il colloquio non portò alcun diretto beneficio a Cosa nostra. I giudici tuttavia scrivono: “è dimostrata da parte del Crisafulli la disponibilità a mantenere rapporti con il Bevilacqua“.
I rapporti fra i due costituiscono “un complesso di contatti e disponibilità al dialogo di inquietante valenza: il solo fatto che un autorevole rappresentante politico incontri un personaggio del quale non poteva non ignorare (…) la nota caratura nel contesto della illiceità mafiosa, è fatto troppo grave perché sia il caso di insistere“.
Secondo il pentito Angelo Leonardo, poi, “la candidatura del Crisafulli alle elezioni regionali del 2001 avrebbe dovuta essere sostenuta dalla famiglia mafiosa in previsione di poter ottenere, tramite Crisafulli, contatti nel mondo imprenditoriale“.

Mirello Crisafulli è stato accolto nell’ospitale Partito Democratico (quello della lotta alla mafia priorità assoluta).

Inorridito alla notizia, Benny Calasanzio [1] ha telefonato alla segreteria siciliana.
“Vladimiro Crisafulli ha aderito al Pd?”
“Sì, Crisafulli ha aderito”.
“Non si sente fuori posto a stare in un partito dove milita anche Crisafulli?”
“No, e perché dovrei?”
“Signorina, è stato videoregistrato mentre si accordava su varie tematiche con un boss mafioso”.
“Ho capito, ma Cuffaro è presidente della Regione, questo per lei non è un problema?”
“Cuffaro che governa da indagato è una giustificazione per voi che vi definite portatori di novità?”
“Crisafulli non è mai stato condannato, quindi…”
“Signorina, mi scusi ma usa le stesse argomentazioni di Cuffaro”.
“Ma sa, purtoppo in Sicilia può accadere a tutti di inciampare in simili episodi, anche a me”.

Dopo la surreale conversazione, Benny decide di scrivere al segretario regionale del Partito Democratico, Francantonio Genovese. Quello che, malgrado l’aspetto da senatore di Forza Italia, aveva dichiarato: “La lotta alla mafia sarà la priorità assoluta del Partito democratico, la più importante delle nostre battaglie, il primo dei nostri valori”.

La risposta di Genovese è imbarazzante. Il segretario scrive, fra l’altro: “Ti dico subito che io sono convinto che la politica debba occuparsi della politica e ritengo anche pericoloso quando questa mostri la volontà di voler uscire dai suoi ambiti per sostituirsi alla Magistratura e agli organi inquirenti al fine di accertare e punire in vece loro. Credo che il rispetto delle regole sia un principio che debba valere erga omnes e che il diritto di difesa vada esteso al suo significato più ampio anche quando (…) se ne voglia censurare l’operato, adducendo operazioni a salvaguardia di una moralità che non può determinare, nella fattispecie, né preclusioni né censure. Queste mie riflessioni sono il frutto del dovere che sento di prendere in considerazione la Tua lettera e darle un significato etico che non può, comunque, travalicare i limiti della corrispondenza tra ciò che sarebbe opportuno e ciò che, concretamente, andrebbe fatto in presenza di fatti conclamati dalla magistratura e, quindi, da condannare anche dal punto di vista politico“.

Paolo Borsellino aveva detto: “Vi è stata una delega totale e inammissibile nei confronti della magistratura e delle forze dell’ordine a occuparsi esse solo del problema della mafia (…). E c’è un equivoco di fondo: si dice che quel politico era vicino alla mafia, che quel politico era stato accusato di avere interessi convergenti con la mafia, però la magistratura, non potendone accertare le prove, non l’ha condannato, ergo quell’uomo è onesto… e no! (…) Questo discorso non va, perché la magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire, be’ ci sono sospetti, sospetti anche gravi, ma io non ho le prove e la certezza giuridica per dire che quest’uomo è un mafioso. Però i consigli comunali, regionali e provinciali avrebbero dovuto trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Ci si è nascosti dietro lo schema della sentenza, cioè quest’uomo non è mai stato condannato, quindi non è un mafioso, quindi è un uomo onesto!

Infatti, Paolo Borsellino è morto.

Buon Natale.