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Dell’attesa

di Wilmer Comin

VincentE una cosa che succede puntualmente quando siedo alla scrivania con davanti un foglio bianco. Arrivano a frotte, mi circondano, si mettono comodi e se ne stanno l, in silenzio. Per ore. A farli scomodare sono quel foglio bianco e la penna che tengo stretta nella mano sinistra. Di questo ne sono certo. Le prime volte, ingenuamente, cercavo di rispedirli indietro, li pregavo di lasciarmi in pace affinch potessi concentrarmi; gli chiedevo di avere un minimo di comprensione, di rispetto; li invitavo a tornare da dove erano venuti, girare i tacchi et au revoir. Questo le prime volte. Poi piano piano ho capito che pi mi ostinavo a rifiutare la loro presenza tanto meno se ne sarebbero andati di loro spontanea volont. Potevo solo lasciare le cose cos come stavano: poche querimonie dunque, dovevo semplicemente ritrovare un mio equilibrio. Un equilibrio che prevedesse anche quelle ombre vicino a me. Alla fine mi ci sono abituato. E, per contro, quelle ombre ho cercato di farle diventare, passo dopo passo, un punto forza. In fondo chiedevano solo di essere ascoltate. In cambio, se avessi prestato loro la mia attenzione, al primo bivio mi avrebbero ben volentieri indicato la direzione giusta da prendere. Dovevo capire che non avevano alcuna intenzione di mettermi in soggezione, di farmi sentire in difetto, sminuirmi. Volevano semplicemente farmi da guida. Erano l apposta per segnalarmi la presenza di buche nella strada che ero in procinto di percorrere.
Stabilito questo, adesso, quando me ne sto seduto con questi fogli bianchi sotto il naso senza nessuna idea, brancolando nel buio pi assoluto non mi faccio prendere dallansia, niente affatto, non pi. Imparare ad aspettare, aspettare pazientemente, come un uccello da preda, anche se le mosche pizzicano e gli uccelli cinguettano follemente dice Miller. Dunque cerco di mantenere la calma, di respirare a fondo e di gioire persino di questattesa, che anche questo tempo fa parte del processo creativo e non tempo perso, non devo neanche pensarlo. Certo, pi facile a dirsi che a farsi. Non mica semplice starsene l immobili a fissare un punto qualsiasi del soffitto e ripetersi, ripetersi fino alla nausea: questi non sono tempi morti, sono tempi vivi! Questi minuti, queste ore servono, servono eccome! Sartre ne convinto, dice che il genio non che un prestito: bisogna meritarselo con grandi sofferenze, con prove modestamente e fermamente superate. Allora vengano le sofferenze dellattesa, si superi questa prova, perch di una prova che stiamo parlando! Magari una prova un po zen se cos vogliamo definirla ma pur sempre una prova. Lo svizzero Nicolas Bouvier nel suo libro Il suono di una mano sola ci spiega il significato del termine giapponese Zen: viene dal cinese Chan, a sua volta corruzione del sanscrito Dhyan, che significa meditazione. E ci porta un esempio. Dopo aver meditato per anni, il Buddha Shakia-Muni attravers lo specchio e si trov risvegliato in un mondo indicibilmente armonioso dove i contrari erano riconciliati, le distinzioni abolite, e di cui le nostre definizioni non potevano evidentemente render conto. Cap anche che ogni creatura vivente doveva e poteva, per essere completa giungere a quella illuminazione. Per tutta la sua vita predic la meditazione e il risveglio.
Pi volte, durante limmancabile attesa che anticipa lo scrivere, mi sono ritrovato a pensare che latto della scrittura la scrittura che punta a dire la verit e nientaltro che la verit in effetti deve e pu scaturire solo da una sorta dilluminazione, da un qualcosa che emerge dopo un lungo e tormentato percorso interiore. La scrittura di cui parlo, per forza di cose, deve essere un parto, un parto pi o meno doloroso, un urlo liberatorio, uno smascherarsi, un gettare le armi e larmatura. Su questo punto Miller non ha dubbi: se sei un artista, significa che ti metti a nudo sempre di pi, e nel momento in cui morirai sarai nudo come un verme e con le budella allaria. Cos, da qualche tempo a questa parte, nel momento in cui sto per mettere nero su bianco sia il nero una singola parola, una frase, una poesia o un racconto cerco sempre di chiedermi se ho veramente la necessit di farlo proprio in quel momento e non in un altro (perch non ieri? perch non domani?). Burroughs lo dice chiaro e tondo: e non potete scrivere a meno che non vogliate scrivere, e non potete volerlo a meno che non ve lo sentiate.
Non ho idea di quanto tempo sia trascorso da quando, stamattina dopo aver fatto colazione, mi sono seduto su questa sedia, in questa stanza, a fissare questo soffitto, isolandomi da tutto e da tutti, solo con i miei fogli bianchi e la mia folta schiera di fantasmi. Giro la testa, dal soffitto passo alla finestra. Nel rettangolo di vetro c un pino marittimo tutto per me. Il solito pino coi suoi rami grossi e i suoi rami sottili; gli aghi verdi, gli aghi gialli e un vento leggero che li scuote di tanto in tanto. E a proposito di alberi, uno scrittore francese un altro fantasma dice, mentre mi racconta della sua infanzia: Ah, diceva mio nonno non tutto avere occhi, bisogna imparare a servirsene. Sai quello che faceva Flaubert quando Maupassant era piccolo? Lo metteva davanti a un albero e gli dava due ore per descriverlo. Fisso quel pino oltre la finestra con la netta sensazione di averlo sempre guardato come il solito pino e mai visto come il pino. Sulla scrivania, alla mia sinistra c una pila di libri. Libri che ho riletto, a brani, in questi ultimi giorni. In cima, svetta la copertina verde di unedizione tascabile di una raccolta di poesie di Gregory Corso. So che in quel volume ce n una che parla di fantasmi, dei fantasmi di Corso. La cerco, sfoglio le pagine in fretta, finalmente la trovo, a pagina novantasette, la leggo in silenzio. La leggo una seconda volta. Quei fantasmi, manco a dirlo, sono della stessa risma dei miei.

Con un amore una frenesia per Shelley
Chatterton Rimbaud
e nella mia bocca il bisogno di dire
ora va da orecchio a orecchio:

Odio i vecchi poeti!

Specialmente i vecchi poeti che ritrattano
che consultano altri vecchi poeti
che parlano della loro giovent in sospiri,
dicendo: Cose che feci allora
ma stato allora
stato allora
Oh vorrei placare i vecchi
dirgli: Io vi sono amico
ci che eravate un tempo, in me
sarete ancora
Poi di notte nellintimit delle loro case
strappare le loro lingue contrite
e rubare le loro poesie.

(Nellimmagine: The Olive Trees, 1889 Vincent Van Gogh)


21.12.2007 7 Commenti Feed Stampa