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“Annunciazione, annunciazione!”

di Angelo Petrella

annunciazioneChiara Cretella è una scrittrice che ama celare il sostrato letterario e ideologico, in senso gramsciano, dietro un tessuto narrativo scorrevole quando non pop. A questa feconda unione contribuisce sicuramente la formazione avanguardistica dell’autrice – che molto ha frequentato la scrittura di Adriano Spatola e Giulia Niccolai – avvenuta nella Bologna post-tondelliana degli anni Novanta. Nel romanzo d’esordio (Gli insetti sono al di là della mia compassione, Pendragon, 2003) la protagonista Hèlen, studentessa del Dams, non si tira indietro e anzi cerca, con una furia autodistruttiva travestita da gioia, di vivere qualunque esperienza la vita le proponga, per quanto atroce essa possa essere. Centrale è ovviamente il tema del rapporto con il corpo e con l’“altro”, in questo caso impersonato dal sadico fidanzato Lucio.
Anche in questa nuova prova narrativa (Annunciazione in metropolitana, Fazi, 2007) il la alla narrazione è offerto da un incontro: la protagonista Leanna è una neolaureata in scienze politiche che vaga per le strade di Milano in cerca di un’“annunciazione”. La troverà imbattendosi nel body artist Franco, un «dandy dei nostri giorni, sessualmente ambiguo» – come lo definisce Valerio Evangelisti nella prefazione – che ama passare il tempo vagando tra lapidi e tombe dei cimiteri, parlando con i becchini. Dal loro incontro ne scaturirà un rapporto intenso, votato a una sorta di riduzione dell’umano all’organico.  La chiave di lettura del romanzo è probabilmente fornita dalla lettura di una sintetica e illuminante battuta della protagonista: «“Voglio che mi tatui sulla schiena il contorno di due ali, grandi, dischiuse. Ma dentro il contorno voglio che tu ci disegni esattamente le ossa e le viscere che ci sono sotto la mia pelle”. / “Ho capito dove vuoi arrivare: vuoi sembrare un trompe-l’oeil?”. / “Bravissimo, è proprio quello che intendevo dire”. / “Come se tu fossi trasparente”. / “Come se fossi di vetro”, ho detto entusiasmandomi». L’infinita immanenza dell’individuo al Discorso, prodotta dal pensiero postmoderno, non consente di “spiccare il volo”, ma solo di alludere ad esso. In altre parole, il significato ha perso qualsiasi possibilità di esistenza e il fatto letterario sussiste solo in quanto vernissage, in quanto presentazione di significanti tronchi, di simboli vuoti, di camp (un’ostentazione così estrema da avere un appeal profondamente raffinato, secondo la definizione fornita da Remo Ceserani). L’elemento rilevante della scena, infatti, non è tanto l’immagine delle ali, quanto il senso complessivo della trasparenza, del vuoto, della superficie.
E il romanzo della Cretella vive di questo contrasto tra l’attrazione prodotta dall’inesauribile superficie dell’esistente e la repulsione (in tutti i sensi) generata dall’affondamento nel corpo e nella carne. Non ci sono vie di mezzo: l’individuo o è corpo/materia o è immagine/vuoto. Ed entrambe le sfere risultano essere prigioni. Per evitare di amalgamarsi al mondo – lo stesso mondo vuoto a cui apparteneva suo padre, politico corrotto della vecchia Repubblica – Leanna si getta a capofitto nel corpo. E lo fa con una vocazione nemmeno tanto autodistruttiva, quanto piuttosto decadente: l’incontro casuale e poi rivelatorio con Franco è di marca decisamente scapigliata e l’autrice, d’altronde, è studiosa di Camillo Boito. Franco fungerà da vettore per accompagnare la protagonista nel suo viaggio di estraneazione dal mondo: gli esperimenti artistici su e con Leanna, alludono al rapporto tra arte e corpo sottoforma di una sorta di costrizione che è ontologica prima di essere psicologica (e qui non può non citarsi il marchese de Sade, il cui capolavoro incompiuto sui “prigionieri” di Sodoma fu scritto appunto nel chiuso di una prigione). Il corpo diventa dunque il campo di battaglia dell’identità e dell’arte stessa: un’identità già inesistente e fatta a brandelli, con i cui soli lacerti si può tentare di impiantare un discorso che esca fuori dall’ordinario, dal ronzare del continuum mediatico. Come scrive Roger Bataille, peraltro citato a più riprese nel corso del romanzo: «l’erotismo considerato gravemente, tragicamente, rappresenta un capovolgimento totale». Il romanzo della Cretella contrappone la morbosità della carne alla virtualità del corpo, e in questo senso opera una delle due uniche scelte possibili per salvare la materialità in epoca postmoderna (l’altra è il basso-materiale corporeo in senso bachtiniano).
Ma il decadentismo di Annunciazione in metropolitana si avverte anche nelle atmosfere dark, non inquietanti, quanto piuttosto rarefatte ed evanescenti. Questo tipo di ambientazione ha il pregio di costruire una sorta di schermo tra il luogo dell’azione narrativa e il resto del mondo, rendendo sfumato tutto l’“oltre”. E questa forma narrativa accosta la Cretella ad altre scrittrici che, pur di formazione ed età diverse, costituiscono una sorta di trait d’union, quasi una “scuola”: vengono in mente innanzitutto Simona Vinci, Isabella Santacroce ed Alessandra Amitrano. Questa scrittura femminile, con tutti i connotati di genere, spesso volutamente ricercati, riesce mai quanto oggi laddove la narrativa scritta da uomini spesso fallisce.


19.12.2007 10 Commenti Feed Stampa