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Finch la barca va

di Sauro Sandroni

L’Italia, si sa, un paese di santi, navigatori, poeti e cantanti. Io devo essere un italiano atipico, perch di queste quattro cose ne sono solo una. Non sono santo, perch non mi hanno mai chiesto di rinnegare il cristianesimo (e se me lo avessero chiesto lo avrei fatto al volo, mica voglio finire mangiato dai leoni, ‘rtanasega); non sono poeta, perch l’unica volta che ho scritto una poesia, alle elementari, mi venuta fuori una cosa tipo “il merlo vola, la rana salta e la bissia strissia, o Pindemonte”; non sono un cantante, perch l’ultima volta che ho provato a cantare, sotto la doccia, arrivato il fabbro che sta sotto casa mia pregandomi di smettere, perch tutto quel rumore gli aveva fatto venire il mal di testa. Per sono un navigatore con tanto di patente nautica, della quale vo anche parecchio orgoglioso. A tale proposito, voglio raccontarvi le perigliose avventure marinare che ho vissuto in ferie in quel fantastico posto che l’isola d’Elba, qualche settimana fa (ma ormai mi sembrano passati due secoli).

E’ normale che il sottoscritto, in quanto uomo di nobili natali (nonno paterno boscaiolo, nonno materno contadino), si dedichi a passatempi degni del suo lignaggio; ecco spiegata la mia passione per il polo, il rugby, la nobile arte del pugilato, la prostituzione da 500 euro a botta, lo spostamento di capitali all’estero, la fuga alla chetichella da Roma per paura della reazione dei nazisti e la gara di rutti con accento della Camargue. Ma la cosa pi aristocratica che faccio sicuramente l’andare in barca a vela. Anche quest’anno mi sono dimostrato un vero lupo di mare. Ora, se vero che il meglio di me in tal senso l’ho dato nell’atto di salire sul traghetto Piombino-Portoferraio (modestamente come ci monto io, sul traghetto, non ci monta davvero nessuno: sembro Napoleone sul brigantino che lo portava a in esilio), devo dire che ricordo con grande piacere il giorno che ho noleggiato una barca a vela.
Ero a Porto Azzurro, nei primi giorni delle vacanze, ed ero sdraiato sul bagnasciuga, a pelle di leopardo; ero molliccio, sudato e piuttosto bianchino. Ad un certo punto avevo paura che mi prendessero per una medusa messa a squagliare al sole e i bimbi mi cominciassero a bucare con la punta dell’ombrellone, e ho deciso di noleggiare un natante. C’ chi decide di bere un camparino, chi di mangiarsi una bella fetta di cocomero e chi, ancora meglio, di trombare: io decisi di noleggiare un natante. Il mondo bello perch vario e pieno di testine a pinolo.
Allora andai qualche ombrellone pi in l, dove c’era un mio amico di Buti, ridente paesino premontano dell’entroterra pisano, uno che con il mare ha la stessa confidenza che Platinette deve avere con la topa: non eccessiva, diciamo. Convinco questo mio amico a partecipare alla noleggiata.
– Ma mi posso fidare? – mi chiede.
– Ma che scherzi? C’ho la patente, c’ho.
– Ah beh, allora. Comunque anche il capitano del Titanic ce l’aveva. Ma tanto di qualcosa bisogna morire. Andiamo.
E siamo andati. L’omino del noleggio, dopo averci squadrati per bene, la barca non ce la voleva dare perch non si fidava (eppure ho una barba che sembro Mauro Pellaschier da giovane, lo giuro).
– Sapete, – ci fa, – il Meteomar mette brutto tempo. E’ capace che uscite e non rientrate pi.
Allora io, tastandomi ostentatamente i coglioni, mi metto a ridere beffardo davanti alle sue incaute parole, e gli dico:
– Oh, uomo del noleggio natanti, io rido beffardo davanti alle tue incaute parole; guarda un pop di dammi le chiavi del mezzo, vai, e levati di ‘ulo, bellino. Ma sai una sega te di come porto le barche io, ts…
Sicch, col mio amico di Buti, molliamo gli ormeggi e si parte. Io, naturalmente, mi sono subito attribuito la qualifica di Contrammiraglio, mentre al butese era stato assegnato il ruolo, carico di misconosciuta gloria, di “mozzo”. Puntiamo dunque la prua verso l’uscita del porto, cantando vecchie canzoni piratesche tipo “Quindici uomini sulla cassa del morto” o “Bruci la citt e crolli il grattacielo, tanto io sto sull’Amiata”. Usciamo e spegnamo il motore; subito inizio a spazzare la tolda della nave con i miei perentori ordini, gridati con voce di pietra:
– Prua al vento, o mozzo! Drizza la randa, o mozzo! Arretra i punti di scotta, o mozzo! Cazza il genoa, o mozzo! Dai un giro a quel paterazzo (e non fare rime), o mozzo! Ors, corpo di mille balene, datti una mossa, o vi far fare un bel giro di chiglia, ciurma della malora!
Devo dire che a quel punto ho visto la ciurma (il mio amico di Buti) un pochino disorientata. Mi ha risposto, la ciurma:
– Lo faccio subito, ma prima non sar il caso di brindellare un po’ il limando del treffolo? Eh? Non ti pare?
Quando mi sono accorto che mi stava prendendo per il culo, era passata un mezzora abbondante ed eravamo gi in vista di Montecristo. Ci siamo quindi fatti, la ciurma e io, un bella navigata. Naturalmente ho tenuto banco con i miei racconti da vecchio lupo di mare, tipo quella volta che dopo gli esami di maturit, pieni di rhum come un Mon Cher, si rub un pedal dai bagni Settebello a Cecina e ci si voleva arrivare a Capraia perch Mirco conosceva una che era in campeggio l e secondo lui l’avrebbe data a tutti e quattro, o quella volta che a Tirrenia, per scommessa, mi tuffai di schianto da tre metri subito dopo aver mangiato un salame intero di cioccolata ghiaccio di frigorifero, annaffiato con la vodka movskoskaja vicina allo zero assoluto, e per salvarmi dovette venire l’idrovolante con gli uomini-rana in assetto da lavanda gastrica subacquea. Ah, come pendevano dalle mie labbra, i miei marinai (il mio amico di Buti)! Ad un certo punto, per, il tempo cominci impercettibilmente a cambiare. Io, da navigatissimo esperto di meteorologia, me ne accorsi subito; mi pare fu dopo che il secondo fulmine colp l’albero, se non sbaglio, ma potrebbe essere stato anche il primo o il terzo. Il mare montava, le nubi si addensavano, soffiava il vento e infuriava la bufera, scarpe rotte eppur bisogna andar: eravamo in quella situazione che, con un termine marinaresco usato anche durante le telecronache delle Coppa America, si soliti definire “di merda”. Ed in questi casi, bambini, quando il gioco si fa duro, che i duri iniziano a giocare; in questi casi che i veri uomini prendono la situazione in pugno e governano gli eventi, ecchecazzo: per, ad un primo, sommario esame, ci accorgemmo che veri uomini disponibili non ce n’erano. Allora mi mossi io. Per prima cosa, tanto per rincuorare il mio giovane ed inesperto amico, smisi di piangere e di strapparmi i capelli, e mi pulii la bava dalla bocca con il dorso della mano, come Gion Uein dopo che aveva bevuto un grappino.
– Ebbene, ciurma ciurma della malora – gridai alla ciurma della malora (il mio amico) con voce stentorea. – E’ venuto il momento di dimostrare chi siamo. Abbiamo il destino nelle nostre mani: cerchiamo di non fare figure di merda, perdio. Presto, o mozzo: alle manovre!
(il vento muggiva)
– Suavvia, ammaina il genoa! Issa la tormentina, o mozzo!
(la spuma del mare spazzava il ponte)
– Chiudi le vie d’acqua, vai, o mozzo!-
(il mozzo si grattava una chiappa, non ricordo quale).
– Forza, una presa di terzaroli, o testa di cazzo!
– Ampirilanti la tralisunda della supercazzola, veloce! – Disse allora il mozzo testa di cazzo.
– Eh? – risposi io in qualit di Contrammiraglio.
– Puppa, uno a zero!
Che equipaggio mattacchione. Ad un certo punto, con lo spray (che non quello per le ascelle), che riempiva l’aere e i marosi che si frangevano prepotenti contro il mascone del nostro scafo, persi un pochino di lucidit e iniziai a dare ordini non proprio chiarissimi.
– Ciuccia qui, mozzo! Lesto con quell’arpione, Moby Dick sar qui tra poco! Ah, ma questa volta ti prender, maledetto! Vieni v, vieni, te lo do io il paradiso dei cetacei! Sandokan! Budiulo! I tuoi dayachi non mi fermeranno, quanto vero che mi chiamo James Brook o Massimo D’Alema, adesso sono un po’ confuso! Mompracem sar mia, e anche Castelfranco di Sotto, e forse, se mi sforzo, ce la faccio anche a prendere Santa Maria a Monte! Primo Ufficiale Christian! E’ inutile che mi guardi male, eh? Che ti credi, lo so che ti vuoi ammutinare per tornate da quelle troiette di tahitiane con le puppe all’aria! Ma lo sai che a di’ tanto si lavano una volta al mese, se piove? Eh? Lo sai, pop di sudicio? E’ capace t’attaccano anche le creste di gallo! See, ma sai una sega, te!
Sembravo il tenente Dan di Forrest Gump, per con le gambe.
La situazione era dunque gravissima. Io ero in una leggera crisi d’identit (essendo di sinistra), la ciurma (Buti) ormai vomitava la bile, la barca andava per cazzi sua. Mi misi alla cappa e mi preparai a subire il mare, ma il mare aveva deciso di umiliarmi. Non voleva solo la mia morte: voleva che prima di morire mi cacassi anche addosso. Boia deh, se non fosse che sono ancora vivo, si pu dire che il pi lo avesse fatto, eh? Comunque, da quel vecchio lupo di mare che sono, mi ripresi alla grande proprio nel momento del bisogno ( proprio il caso di dirlo) e mi feci venire un’idea meravigliosa. Avete presente l’Olandese Volante? No il deejay, quell’altro, quel capitano di vascello (l’Olandese Volante, appunto) che bestemmi durante una tempesta che gli scoppi mentre stava doppiando il Capo di Buona Speranza e per questo fu condannato a errare continuamente per mare senza arrivare mai da nessuna parte. Io ho pensato, s, questo star anche errando, ma perlomeno non affogato, porcaccia puttana. Allora cosa ho fatto? Non avendo a disposizione un Capo di Buona Speranza, che qualche centinaio di miglia pi a sud verso il Sudafrica (la via dell’orto), mi diressi verso il molto meno esotico Punta Calamita, sotto Capoliveri, e lo doppiai lasciandoci andare un moccolo cos roboante che due gabbiani si fecero il segno della croce. Ebbene non ci crederete, ma non funzion. Nessuno mi condann a vagare ramingo per i sette mari, salvandomi per dall’annegamento. Quella dell’Olandese Volante era solo una leggenda. Ma dimmi te. Anche perch se fosse vero, ripensando a tutte le bestemmie che ho tirato in una onorata e ventennale carriera di giocatore di briscola da bar e di stopper/libero nelle polisportiva Il Romito, mi sono convinto di una cosa: altro che Pisano Volante, a quest’ora dovrei essere direttamente nell’iperspazio, tipo Millennium Falcon. Comunque finita bene. Ci hanno ritrovato, me e la mia ciurma (mio amico, Buti), dopo quindici giorni di navigazione alla deriva, completamente disidratati ma con ancora la saliva necessaria per sputare ai soccorritori, clamorosamente scambiati, nel delirio, per ufi di una galassia extracomunitaria. Quando ci hanno ritrovati eravamo al largo della Libia (e questo spiega anche il fatto che ci abbia messo un po’ prima di riaprire il blog), e ci hanno salvato due gommoni di clandestini, anche un po’ infastiditi perch per salvare noi non erano potuti andare a Lampedusa, che avevano anche prenotato al centro di raccolta temporanea “Da Pasqualone”. Ricordo che, prima che i beduini del mare ci portassero all’ospedale di Tripoli, avevamo anche riacquistato il buonumore. Ho detto alla mia ciurma (amicoButi):
– Nonostante tu sia un gretto uomo di montagna, abile cercator di funghi e poco avvezzo a’ cavalloni del mare color del vino, o mozzo, e anche se ignori il significato dei termini matafioni, bitta, bagliolo e banzigo, devo dire che non ti sei comportato affatto male, o mozzo. Hai avuto paura, lo leggo nel tuo volto, ma so anche che sei fiero di aver navigato con me, o mozzo. Va’: raccontalo a’ tu’ nipoti. O mozzo.”.
La ciurma allora mi ha guardato, e i suoi occhi avevano una strana luce, e ha parlato con parole che mai potr dimenticar.
– Senti, un po’, Capitan Findus, ma te la sai cos’ il cunnilinguo?
– No.
– La fellatio?
– Macch.
– E il clitoride?
– Nemmeno. Dev’essere quel coso che sta accanto al timone, giusto?
– Lo sospettavo. Naviga di meno e tromba di pi, o rincoglionito!


11.12.2007 7 Commenti Feed Stampa